“Duro? No. Sono fragile invece, mi creda. Ed è la certezza della mia fragilità che mi porta a sottrarmi ai legami. Se mi abbandono, se mi lascio catturare, sono perduto”

José Saramago

Lunedì, 20 Ottobre 2014 00:00

ART 3.0: AutoRiTratto di Mauro Capitani

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La sua prima personale risale al 1967. Nel 1986 lo scrittore e critico Ferdinando Donzelli lo segnala quale artista di particolare interesse nel Catalogo dell’Arte Moderna Mondadori − n. 22 − “per la grande fantasia dell’opera e la sapiente cromia lirica dei suoi dipinti”. Mauro Capitani è il maestro toscano a cui, sempre il Catalogo dell'Arte Moderna Mondadori ha dedicato la copertina n.49 (2013/2014) e di cui Giovanni Faccenda, definendo la sua opera scrive: “una tavolozza tra le più prepotentemente ispirate degli ultimi trenta anni” ed ancora “i suoi esiti pittorici si distinguono nella scena contemporanea per un lirismo abitato da lasciti esistenziali, a monte dei quali permane una vocazione autentica per la pittura 'alta'. Figura quindi di riferimento in uno scenario contemporaneo ormai orfano di “coloristi” capaci e orientati come lui". (La Nazione 2013)


Quando ti sei accorto di voler essere un artista?
Giovanissimo, a tredici anni, mio babbo mi prese in affitto una vecchia stanza, quasi un fondo, in quella che era stata la casa di Giovanni Mannozzi, pittore del Seicento, detto Giovanni da San Giovanni. San Giovanni Valdarno è il luogo dove sono nato. Assieme a quello studio mi regalò anche una cassetta di colori e il cavalletto, cose che conservo non solo per affetto, ma per ripercorrere la mia vita di uomo e di artista, anche se preferisco fondere ciò in uno spirito unico. Il perché ho iniziato a praticare l’arte è più complesso.
Certamente il mondo e la vita allora era più intimista. La televisione in casa, entrò nel 1960, prima andavamo nel pomeriggio al bar per vederla, mentre  la musica la sentivi al jukebox. I giochi dovevi inventarteli, sicuramente ciò era uno stimolo alla fantasia e alla creatività. Oggi tutto questo manca perché c’è troppa tecnologia che atrofizza l’inventiva. L’utile a l’uomo ha oltrepassato i confini ed è tutto degenerato, rabbuiando non solo la creatività, ma anche i contatti umani, in un isolamento oppressivo e angosciante. Quindi quell’intimismo di allora e le poche distrazioni, hanno sicuramente contribuito allo sviluppo artistico e poi vuoi mettere la soddisfazione di dire allora ad una ragazza: ″Vieni in studio che ti faccio il ritratto″?
Anche il fascino dell’Artista ha contribuito; certo poi all’odore dei colori si è aggiunto un percorso cognitivo artistico che mi portò a fare la mia prima mostra a diciotto anni: era il 1967. Iniziavo ad amare intensamente le cose in cui credevo. Nel mio paese è nato il grande Masaccio che, con Donatello e Brunelleschi, ha aperto il Rinascimento. Passavo ore in biblioteca a fare appunti e a studiare quel meraviglioso periodo che era il più bello spettacolo teatrale, perché quelle opere parlavano, consapevoli di essere protagoniste del loro tempo e della Storia. Non a caso mi sono iscritto a Scenografia e laureato con una tesi in Storia dell’Arte. Ho diviso quindi la mia vita tra pittura e insegnamento. In quegli anni vi era il 'Premio Masaccio' e giungevano nella mia cittadina artisti e opere di Antonio Bueno, Virgilio Guidi, Annigoni, Boetti, Guccione, Celiberti, Farulli, Primo Conti e tanti altri. Viaggiare in quei corridoi era per me come immaginarmi al Louvre, all’Hermitage, al Prado… ecco perché sono diventato pittore, per tutti questi percorsi che ho narrato.

Quali sono i passaggi ad oggi fondamentali della tua evoluzione artistica?
Come pittore ho vigilato sul mio tempo e culturalmente ho fatto in modo di distinguere ciò che artisticamente è solo cronaca da ciò che è storia e come tale va studiata e osservata. Masaccio con il suo smisurato realismo, ostico ai suoi contemporanei, ha influito nella mia formazione. Come principali riferimenti pongo anche Leon Battista Alberti, che con le sue costruzioni mi ha insegnato l’equilibrio, la simmetria, l’anima dell’opera. Penso a Giotto e alla sua modernità, anche se i testi collocano il periodo “moderno” tra fine Quattrocento e Ottocento, poi dovrebbe iniziare il contemporaneo, ma per molti così non è. In effetti vi è sempre un "post" di qualcosa.
L’arte è per me Atemporale e all’interno vi sono i suoi stili: Fidia era antico, Michelangelo sublime, il primo Picasso cubista è simultaneo – scientifico. Ora serve il recupero della manualità affidata al pennello, basta con la negazione di questo indispensabile e semplice mezzo per fare arte, saper dipingere non è una qualità da nascondere. Basta con le superficiali installazioni, i pescecani, i teschi, le dita che prima o poi dovranno pur rigirarsi verso il loro esecutore, i bambini impiccati agli alberi. Riprendiamoci la pittura, “Abbiate coraggio” non perché “Il bello ci salverà” ma perché il brutto ci distruggerà, con quest’arte più adatta oggi a saziare la moda che non un serio processo culturale. In oltre quaranta anni d’arte ho conosciuto grandi artisti che allora facevano il mercato del collezionismo, oggi sono nell’oblio. Comincino a dubitare gli amanti del “Dito medio”!
Io, nell’arco del mio lavoro, non rimpiango di avere fatto uscire nessuna opera dal mio studio. Caso mai ne avverto profonda nostalgia per quelle materiche rugosità di colore. Stesso discorso oggi per l’attualissimo Toro della copertina del Catalogo dell’Arte Moderna Mondadori  n.49 (2013-2014) che, con quell’esplosivo rosso, fa mostra nelle librerie d’Italia. Resta ben inteso come mia opinione che basta guardare la facciata di Santa Maria Novella di Leon Battista Alberti per capire che, da quella geometricità, nasce l’arte atemporale come quattrocento anni dopo, non a caso, nasceva Mondrian.

Hai dei modelli a cui ti sei ispirato e perché?
Guttuso è stato per me un grande riferimento della tendenza realista, non tanto per i suoi contenuti dell’opera, quanto per l’eccezionalità del suo cromatismo. Un'intera gamma tutta da usare, pensiamo a quella meravigliosa opera che è la Vucciria (1974), dipinto da manuale del colore. Anche la mia opera è stata definita dal critico Giovanni Faccenda − ma direi anche da altri che si sono occupati del mio lavoro − ”una tavolozza tra le più prepotentemente ispirate degli ultimi trenta anni” e sempre fortemente cromatica. Ricordo già nelle mie mostre in Romagna, negli anni Settanta, che i critici, spesso cesenati o forlivesi, apprezzavano molto il mio uso del colore.
Un altro grande artista è per me Nicolas de Staël, per le grandi campiture coloristiche, come grandi sono stati i Macchiaioli e gli Scapigliati. Tutti loro hanno rappresentato molto nella mia formazione artistica giovanile.

Cosa pensi del mercato dell’arte, quali sono i limiti e quali le potenzialità?
Una cosa di cui il mercato dell’Arte necessita è il dubbio, un’esigenza questa che dovrebbe convivere con il collezionista, razza tanto indispensabile alle allegre e disinvolte congreghe commerciali che pullulano in questo “paese dei balocchi”.
Il fruitore di opere d’arte sembra aver superato, ma non è così, lo spiazzamento iniziale di fine secolo ed avere acquisito una dialettica perfino arrogante in termini di confidenza sulle proprie scelte. Accetta una sorta di nomadismo che lo indirizza verso le più disinibite manifestazioni o i percorsi che poco hanno a che fare con l’Arte. Una dissociazione, quella odierna, che ha colpito sia i neofiti che molti “Artisti”. È stata interrotta quella linea di ricerca che un tempo univa l’indagine storica e lo svolgersi della modernità.
Vede, come pittore e Docente di Storia dell’Arte ho vigilato sul mio tempo e ho fatto in modo di distinguere ciò che in arte è solo cronaca da ciò che è storia e, come tale, va osservata e studiata. Capisco che tale posizione può apparire emarginata agli operatori del settore ma almeno interiormente questi non possono ingannare se stessi.
La superficialità e banalità, di cui certa critica è responsabile, è una realtà creata per far convergere il potere economico delle multinazionali dell’Arte con il nulla e la stravaganza. Da quel nulla nasce un sottile concetto, che come tale ingigantisce l’equivoco, tanto da farlo diventare modernità artistica. La banalità in quanto tale, crea incertezza, stupore, interrogativi e quindi interesse e non quel dubbio costruttivo, a cui mi riferivo all’inizio. Certo la semplicità, direi la disarmante poetica di Alda Merini, pubblicata proprio dal Corriere della Sera, in Semplicemente poesia riassunta nella frase “L’Arte è un mestiere che ha le ali di farfalle” invita a riflettere e quindi a dissipare il dubbio.
Purtroppo oggi si dichiara: Mi annoio, quindi dipingo.

Qual è l’opera tua o di altri a cui sei più legato e perché?
I Gabbiani un grande dipinto del 1994. Tommaso Paloscia definì quel lavoro "Un’opera fortunata". Avrei potuto dipingerli vorticosamente, come il loro volo. Ho scelto comunque di andare oltre.

Secondo te si può vivere di arte in Italia?
Tutti in Italia dovrebbero vivere di Arte e non è eludere la domanda. Chi vuol comprendere…

Puoi indicarci un pregio e un difetto della critica d’arte?
Coloro che propongono la bellezza e il valore a portata di mano. Il Gatto e la Volpe sono attualissimi e Pinocchio si è centuplicato. Vede, le tante Biennali d’Arte − nel mondo di una certa importanza e in tutti i continenti − oggi sono circa centoquindici: comprendono quelle “istituzionali” come New York, Londra, Los Angeles, Venezia ma, il mercato più attivo, si è spostato nei paesi dell’economia emergente e dunque in Brasile, Indonesia, Emirati Arabi. Un caotico labirinto dove si svolge un rito collettivo che dà concretezza ad un mondo virtuale. Proprio come è accaduto nell’economia: e ciò può benissimo accadere al mercato dell’Arte. In fondo è un ping pong che gira e non ci meravigliamo che per taluni autori venduti a prezzi record, che superano i grandi veri Maestri dell’Arte, non si abbia a verificare un crollo delle quotazioni, pari alla fatidica caduta che avvenne in America in quel tragico 1929.
Vede, il compito dello studioso è quello di considerare o riconsiderare la statura degli artisti. Fino a ieri ciò era possibile ed analizzabile in quanto vi era una cultura adatta ma oggi di fronte a termini come "Sci Art", anche Duchamp si sarebbe arreso. Si perché la sua Fontana (1917) o meglio, l’orinatoio, gli sarebbe apparso credibile e godibile come La Gioconda. "Sci Art", ovvero la scienza che si sostituisce all’arte: quella specifica dottrina che dai laboratori di Biologia e Chimica, passa dalla provetta, direttamente al Museo, come opera d’arte. Biologi molecolari che, attraverso le ricerche, trovano immagini casuali di una certa valenza visiva. Ricordiamoci che la pittura ha dialogato, già secoli orsono con la scienza; solo che allora si incontrò Piero della Francesca con Luca Pacioli e i risultati non furono poi casuali. L’uovo che pende sulla Pala Montefeltro non è un uovo di Piero Manzoni. Citando Duchamp, con i suoi Ready Made, l’arte provocatoriamente esce dalla cucina ed entra per la prima volta in un Museo.
Credo, pur dissociandomi, già sufficiente ciò e non capisco perché dopo centotrè anni debba riaccadere tale paradosso. Comunque la scienza e tutto quello che le è connesso è indirettamente responsabile di questa effimera situazione dell’arte. Lo stupore verso le tante scoperte introdotte nell’uso quotidiano nel Novecento ha fatto sì, assieme alle due guerre, che il secolo scorso non abbia avuto tempo per quelle riflessioni e analisi che gli competevano sul piano artistico. Ecco perché ritengo che il Novecento sia un secolo tutto ancora da leggere. Qui intendo sottolineare che, per Arte, non vedo solo le arti figurative, ma anche la scrittura, la musica, la fotografia...
Tra tante espressioni tutti gli operatori devono dimostrare che quel loro prodotto è indispensabile all’equilibrio quotidiano.
Ciò è solo presunzione: a meno che non si abbia chiara la funzione dell’arte che è quella di accrescere il nostro spirito e i nostri orizzonti.

 

 

 

 

 

ART 3.0 − AutoRiTratti
Mauro Capitani
in collaborazione con FiorGen Onlus, Accademia dei Sensi
elenco opere nelle immagini Isole; Gufo; Toro; La Veronica; Un pappagallo e un pettirosso
website www.maurocapitani.it/

 

 

 

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