“Chi v'agghia dici? Ca quiddu nda capa meja tengu tanti i quiddi buchi, cumi si ci avissi na negghia attùarnu attùarnu a capa. Pu a na vota nu colpu i viàntu e pi nu mumentu si vidi angunu cuntu, ca pu jè quasi sempi u stessi cuntu, e pu n'ata vota a negghia attùarnu....”

Saverio La Ruina

Lunedì, 19 Marzo 2018 00:00

Nera su bianco. Per una critica della cronaca nera

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In un'epoca in cui dalla letteratura e dall'arte in genere ci si aspetta noiosamente di tutto, soprattutto l'infrazione di ogni codice (tele squarciate in pittura, scene spoglie e quarte pareti abbattute a teatro, flussi di coscienza e punteggiatura sghemba nei romanzi...), per trovare un po' di agguerrito dibattito precettistico su come scrivere bisogna entrare nella trattatistica sulla creative writing, dove la creatività è sottoposta a batterie di esercizi creativi, oppure gettarsi nella mischia grammar nazi, dove si dissezionano i congiuntivi dei giovani autori e il lessico di Nicola Lagioia mette in subbuglio le reti sociali. Ma per ritrovare un po' più di (in)sana passione moraleggiante, un buon punto d'osservazione è quel genere di scrittura che ha grande diffusione, però poche velleità artistiche, e l'autore non è... Autore, quindi lo si può fustigare liberamente. Parliamo di quel genere di non-fiction tale che risponde al nome di cronaca nera e dei polveroni che suscita.

Da un po' di tempo a questa parte, infatti, i cronisti di nera sono sottoposti a una sempre più forte pressione dell'opinione pubblica per il modo in cui raccontano, racconterebbero o dovrebbero raccontare i delitti di cui si occupano. Non siamo davanti a una novità assoluta. La nera è un genere che fiorisce in democrazia, perché le dittature non amano che si dica il marcio che c'è in Danimarca. Però neanche le democrazie mandano giù tutto come acqua fresca, e in fondo sarebbe ingenuo crederlo. Il giornalismo di nera, spesso cinico e di pessimo gusto, sta alla libertà di stampa come il porno alla libertà sessuale. Può non piacere, ma non può essere limitato senza rimettere in discussione gli assetti di quella libertà. Il modo in cui cerchiamo di arginare il pessimo gusto ci dice che gusto ha la nostra democrazia.
Nel 2012 la scrittrice Michela Murgia inviò una lettera a Mario Calabresi, allora direttore de La Stampa, per criticare un articolo pubblicato in quei giorni dal quotidiano torinese su un uomo di Collegno che aveva accoltellato a morte la moglie. Ciò che distingueva il testo da una normale lettera al direttore era che si trattava di una vera e propria analisi critica sul “punto di vista” nel senso narratologico del termine, ossia la lettera di una letterata sulla focalizzazione moralmente più giusta da dare al racconto. Nel pezzo incriminato, secondo Murgia, la focalizzazione sarebbe stata tutta interna all'uccisore e non all'uccisa, la solita vecchia saldatura di autori e lettori nell'attrazione verso il cattivo della storia.
Più di recente, un articolo del Corriere della Sera sull'omicidio di Pamela Mastropietro ha sollevato un vespaio talmente grosso che il giornale ha dovuto cancellarlo dal sito. Era un pezzo di spalla alla notizia centrale: l'omicidio di una giovanissima donna, poi squartata e nascosta in due valigie; un pezzo che in altri tempi avrebbe forse fatto la fortuna del cronista, il quale era andato a parlare con l'ultimo uomo ad aver visto Pamela in vita. L'autore, però, aveva commesso la leggerezza di “abbellire” la cronaca dell'incontro con alcuni dettagli collaterali; i collaterali di un articolo collaterale su un evento collaterale alla tragedia, ma visto da tanti con deterministico fatalismo: un tizio aveva pagato un rapporto sessuale, permettendo che la ragazza proseguisse la sua strada verso l'acquisto di una dose di droga e quindi cadesse nelle mani dei suoi carnefici. Una figura dunque penalmente non implicata in maniera diretta nell'omicidio, eppure moralmente responsabile secondo una certa opinione pubblica, la quale ha trovato troppo blanda, implicitamente assolutoria o inopportunamente poetica la descrizione dell'uomo dai “sandali francescani”.
Ciò che colpisce in queste polemiche è l'esigenza dal basso di una sorta di “codice Hays” della cronaca nera, un manualetto come quello che regolò le produzioni hollywoodiane negli anni '30, '40 e '50, volto a tenere alti gli standard morali del lettore e a indirizzarne le simpatie. In ballo c'è anche una cultura del sospetto permanente sulle intenzioni dell'autore, specie se maschio, di cui si scova una presunta complicità morale nelle pieghe di ogni parola utilizzata. Doppia beffa per il giornalista del Corriere, che con i suoi riferimenti al francescanesimo voleva forse gridare “attenzione al puttaniere santo”, ricordarci che i sandali non fanno il monaco, e invece è rimasto vittima di una ben altra vigilanza armata su una scrittura forse non sufficientemente vigile. Non è più la tradizionale censura verticale, ma una corsa orizzontale al controllo dei discorsi. Con le reti sociali siamo tutti giornalisti in casa nostra, possibilmente caporedattori.
D'altronde la situazione di dover scrivere di un delitto così orrendo era resa ancor più delicata dalla tensione che ne era scaturita. La morte di Pamela aveva infatti scatenato, nel pieno di una campagna elettorale già destinata a fare storia, l'attentatore razzista Luca Traini, che alle prime detenzioni di un paio di sospetti africani aveva risposto sparando su inermi immigrati a Macerata. Come ai tempi di Sbatti il mostro in prima pagina – il film di Bellocchio che, fra l'altro, ha il merito di aver immortalato un giovane Ignazio La Russa in un comizio fascista – l'episodio di cronaca aizza fatalmente lo scontro sociale e si rivela utilissimo materiale esplosivo per chiunque riesca a maneggiarlo senza farselo esplodere in faccia. Al tempo di registi come Bellocchio o Petri il mostro doveva essere rosso (in senso politico), per manipolare l'opinione pubblica in chiave anticomunista e antistudentesca. Oggi le modalità d'uso della notizia sono bipartisan. E non parliamo di fake news, bensì di fatti veri, ma rispondenti a una costruzione sociale di questa o quella bolla di realtà in cui calarsi. Se il criminale è nero (non in senso politico, ma di pigmentazione cutanea), parte la crociata contro gli immigrati; se è bianco, parte quella contro il maschio occidentale femminicida; se è politicamente connotato, parte l'attacco ai seminatori di odio (i famosi cattivi maestri e le responsabilità morali). La cronaca che poteva, e soleva, chiamarsi del fait-divers, cioè del fatto isolato, posto fuori dagli schemi del giornalismo di genere, ora si completa con i trattini neri fra i puntini e ci restituisce un disegnino apparentemente più ampio, che la visione disorganica di ogni singolo crimine lasciava sfocato. Salvo accorgersi che il disegno finale è un guazzabuglio simmetrico, un test di Rorschach da sottoporre al nostro disagio civile e morale.
Fatti diversi di storia letteraria e civile ne aveva scritti anche Sciascia, pensando appunto alla tradizione del fait-divers francese, con la malcelata ambizione di restituire un più ampio panorama culturale siciliano. La stessa cosa, in fondo, hanno sempre cercato di fare i grandi cronisti di mafia e di camorra, da De Mauro a Siani passando per Pippo Fava: estrarre episodi di apparente criminalità comune dal loro limbo per inserirli nel più ampio quadro della criminalità organizzata. Ma se la strada di quel giornalismo d'inchiesta portava a nomi e cognomi (che “giustamente” si infastidivano e firmavano la condanna a morte del cronista), l'opinionismo che dalla cronaca astrae categorie sociologiche porta invece alla deriva di sempre più distanti tipizzazioni anonime in cui colpevoli sono tutti e nessuno, e l'opinione pubblica finisce per dividersi a piacimento sulla scelta di chi far risultare odioso, colui che ci ricorda più da vicino il capoufficio o il capocondòmino, l'ex o la ex. Insomma un gigantesco riflesso pavloviano di massa come quello descritto in Cane bianco, bellissimo libro di Romain Gary in cui un pastore tedesco, nel pieno degli scontri razziali nell'America degli anni '60, è addestrato dai padroni bianchi ad azzannare i neri, finché un addestratore nero non lo cura insegnandogli a scannare solo i bianchi.
Così, sempre a proposito di regole di scrittura, grandi autori, Corriere e cronaca nera, per capire come andavano le cose qualche decennio fa sono andato a rileggermi un classico recente (per i classici, anche recenti, bisogna sempre far finta di averli già letti): Dino Buzzati, che per anni firmò articoli di questo genere sul vecchio e nobile quotidiano milanese. Anche l'autore letterario è una tipizzazione anonima finché non lo leggiamo. È il monaco che distinguiamo solo dall'abito e da quel che ne dicono certi confratelli. E Buzzati gode di una rispettabilità che ai gazzettieri vivi non è concessa, dunque le sue cronache sono raccolte in volume e passano per lezioni di giornalismo. Risulta invece chiaro che, “visti da vicino” – come titola il pezzo sui membri della banda Cavallero, spietati rapinatori che seminarono il terrore a Milano negli anni '60 (chissà che il perfido Andreotti non sia andato a prenderlo proprio lì il titolo per le memorie sui celebri personaggi politici del suo tempo) – alcuni di quegli articoli, oggi, farebbero inorridire i lettori e soprattutto le lettrici, che obbligherebbero il Corriere a rimuoverli dal sito. Tuttavia restano una lettura utilissima, spesso perfino godibile.
Utilità e goduria risiedono nel fatto che in quelle pagine troviamo sia un uso magistrale della lingua, come si addice a un eccellente scrittore, sia tutti i cascami di una forma mentis che ormai, anche se non ci identifichiamo necessariamente con il nuovo codice Hays del “popolo del web”, ci sembra superata, segno di una mutazione antropologica che ci distanzia dal vecchio maestro senza che ce ne dispiaccia poi tanto. La differenza tra un classico morto e un contemporaneo vivo è che al classico puoi fargli dire quello che vuoi e al contemporaneo attribuire l'opposto solo per poterlo picchiare più duro; uno va arruolato, l'altro va radiato. Eppure, ogni tanto, ci si accorge che la verità è un'altra e che, nell'annosa querelle tra antichi e moderni, noi siamo sempre con i contemporanei, per quanto ci possano stare antipatici. Il passato è bello, sì, ma non ci vivrei.
Buzzati, per esempio, toppa quando fa troppa “letteratura” e poco giornalismo. Alcuni articoli sono raccontini, apologhi più o meno divertenti, ma a volte fuori luogo. Il pezzo di bravura collaterale alla notizia, appunto, i sandali da francescano immersi in un brodino fin troppo allungato. L'omicidio di una cameriera, per esempio, viene raccontato come l'uccisione di una gatta; originale in un volume di racconti, ma improponibile oggi se il referente immediato è un feretro che sta ancora passando da un tiggì all'altro. Il pezzo su un altro assassinio famoso, quello di Maria Martirano, comincia con una nota di colore: la descrizione di un bar con juke-box e, al banco dei tabacchi, una signora “mica male” (queste cronache dei delitti più efferati abbondano di sguardi obliqui e commenti a mezza bocca sulla bellezza o bruttezza delle donne coinvolte, segno di un freno inibitorio ancora blando), mentre il resto dell'articolo si snoda attorno alla figura immaginaria di un imprenditore milanese piuttosto bauscia e indebitato (forse un idealtipo del lettore del Corriere?), che dovrà dire addio per sempre alle vacanze in Costa Azzurra per andare a scontare un ergastolo.
La vacanza mancata o finita in tragedia, sorta di piccolo paradiso agognato e negato nell'Italietta del boom, è uno dei temi ricorrenti nelle cronache di Buzzati, che quando scrive di un torpedone precipitato da un tornante di montagna ne fa appunto un pezzo di costume sul rito della settimana bianca, mentre oggi si indagherebbe sulla fabbrica dei freni o sui turni degli autisti pagati coi voucher per colpa di Renzi.
Buffe sono anche le signore che assistono al processo contro l'affascinante Ettore Grande, prima condannato per uxoricidio (nel secolo scorso si diceva così) e poi assolto; loro lo credono colpevole sin dalla prima ora, perciò lo ricoprono di “sovraeccitata pietà”, dato che “l'innocenza non piace alle donne”. Solo quando il vecchio cronista di nera sonnecchia, gli sfuggono pezzi degni del grande autore de Il deserto dei Tartari. Lo scopriamo a proposito di un tentato suicidio a Manhattan sventato non da polizia e pompieri accorsi sul posto, ma da un casuale squillo di telefono che risveglia nella donna stanca di vivere la vaga speranza di chissà quale novità, sufficiente a farle rinviare il salto nel vuoto. “Questo bellissimo episodio dimostra, meglio che cinquanta trattati di psicologia, che vivere significa aspettare”, commenta il papà del sottotenente Drogo.
Un ulteriore segno del passaggio del tempo e della superiorità, se vogliamo, dei moderni sugli antichi lo dà la lettura, nell'Oscar Mondadori a cura di Lorenzo Viganò, delle schede che introducono i delitti approfonditi negli articoli. Narrati con estrema sintesi e quella rapidità di cui parla Calvino in una delle sue famose lezioni americane (in poche righe si deve saltare da uno sgozzamento ai tre gradi di giudizio), ricordano (con tutti gli ovvi distinguo del caso) la sintesi del meccanico della Caproni, una fabbrica di velivoli dei primi del '900, il quale deve spiegare i motivi tecnici dell'incidente che ha provocato la morte del pilota sedicenne Roberto Fabbri. Grazie alla necessaria asciuttezza di una relazione tecnica, quel testo (secondo Daniele Del Giudice, che ne parla nel racconto Di legno e di tela) risulta più preciso e commovente della trombonata retorica, già fascista nel 1913, che Italo Balbo dedica allo stesso episodio (“Audacissimi eroi, arditi violatori del cielo...”).
È l'estetica del comunicato di polizia o dello stendhaliano Codice civile. Non che questa asciuttezza implichi automaticamente obiettività o sereno distacco. La differenza si annida sempre nei dettagli messi a (ferro e) fuoco. Una delle frasi più scioccanti apparse sui famosi Tre manifesti a Ebbing, Missouri è “raped while dying”. Ne resta disgustato anche il figlio di Mildred Hayes, la donna che li ha fatti affiggere, ma lei si giustifica dicendo che si è limitata a citare il rapporto di polizia. Il film è anche un buon esempio di codice Hays (lo si potrebbe ribattezzare “codice Hayes”) applicato alla nera: il livello di empatia con la vittima giustifica la selezione dei dettagli e i caratteri cubitali. Il sesso e la classe sociale fanno il resto. Basterebbe che la signora Hayes fosse un uomo, un gioielliere veneto o un travet romano minacciati dalla violenza di strada, e l'eroina di Frances McDormand ricadrebbe nel rango di un Alberto Sordi in Un borghese piccolo piccolo.
Tornando agli aspetti tecnici della scrittura dei dettagli in cronaca, vale forse la pena ricordare che la nera era nata proprio nel segno della sintesi grazie a un altro grande scrittore. Fu Heinrich von Kleist il primo a concepire, nel 1811, l'idea di pubblicare i comunicati della polizia berlinese sul giornale da lui fondato e diretto, i Berliner Abendblätter (cioè Corriere della Sera in tedesco, pagine locali di Berlino). Lo fece con notevole successo, ma anche con grande scandalo e un fiorire di parodie. Wilhelm Grimm, che di storielle rapide e sapide se ne intendeva, le trovava ridicole, tuttavia (primo esempio di culto perverso della nera), insieme all'altro fratello favolista, si era abbonato e collezionava con cura gli arretrati, tanto che è dalla loro biblioteca che sono giunti fino a noi. Vi si parlava di incidenti stradali fra carrozze, zuffe tra cani randagi e soprattutto incendi, molti incendi misteriosi. Dapprima casi isolati, fait-divers, poi sempre più in cerca di un possibile legame nel dolo. Rara o nulla, invece, la presenza di donne assassine o assassinate, a eccezione di un suicidio di coppia che anticipa quello, sconvolgente, dello stesso Kleist con Henriette Vogel.
Ma della guerra tra i sessi, dei baci che diventano morsi, l'autore di Pentesilea aveva già parlato a lungo nelle sue opere maggiori, tanto che la radiografia della rincorsa cui assistiamo oggi nella difesa della donna dai soprusi di una società sessista, da metoo in giù (o su), sembra già tutta tracciata in un solo racconto, La marchesa di O..., dove vediamo un protagonista maschile proteggere la donna da una ciurma di stupratori solo per poterla stuprare a sua volta, in tutta tranquillità, e poi aspirare al ruolo di marito e di padre. Lei, prima di perdonarlo, lo ripudia perché soggetta a una fuorviante immagine idealistica del salvatore. “Non le sarebbe apparso allora come un demonio se alla sua prima apparizione non le fosse sembrato un angelo” è la frase conclusiva. La visione demoniaca, della donna come dell'uomo, risulta sempre non meno falsa di quella angelica. Unendo i puntini, il disegno restituisce il guazzabuglio del cervello umano.

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