“È straordinaria l'idea che ogni goffagine tua, ogni incertezza, ogni rabbia − insomma tutto ciò che è negativo − può sembrare domani, da un diverso e più sapiente punto di vista, scoprirsi un valore, una qualità, un tesoro positivo. Ma vale anche l'inverso. Ogni tuo vanto può fallire, può mancarti sotto”.

Cesare Pavese

Martedì, 18 Gennaio 2022 00:00

La morte di Carmelo Bene e altri anniversari

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È un anno di molti anniversari tondi, il 2022. Alcuni si impongono a tal punto da oscurarne ingiustamente altri. Il centenario della marcia su Roma se la dovrà vedere con la nascita dell’URSS, e la scelta forse dividerà le rispettive famiglie politiche.

Al cinema ci sono Gassman e Tognazzi, nati entrambi nel 1922 e guarda caso marcianti su Roma in un famoso film di Risi di sessant’anni fa esatti, il 1962. In campo letterario, il centenario della nascita di Pasolini sovrasta sia quello della morte di Giovanni Verga (27 gennaio), sia quello della nascita di un perenne outsider, anche postumo, come Luciano Bianciardi, che arriverà solo agli sgoccioli di quest’anno, il 14 dicembre. In tutto ciò, gli adepti del culto di Carmelo Bene non avranno dimenticato il ventennale della sua scomparsa, il 16 marzo 2002.
In realtà anche CB – l’attore intellettuale amato, ai tempi delle “cantine romane”, da felici pochi e illustri, come Arbasino e Flaiano, e che a un certo punto della sua carriera teatrale, complice non trascurabile un uso sagace (dire furbo suonerebbe già più ingiurioso?) del mezzo televisivo, iniziò a godere di un’inattesa fama nazionalpopolare – ebbene anche quel CB oggi ci par quasi di sentirlo ripetere, come in un sonnambulismo da eterno riposo, le parole che l’amato Jules Laforgue (più volte portato in scena shakerato con Shakespeare) faceva dire ad Amleto:

“Una volta a casa, uomini e donne a coppie
ammireranno i miei scrupoli sull’esistenza,
ma non li imiteranno nemmeno per sogno...”.

Se lo specifico teatrale è la morte e risurrezione quotidiana dello spettacolo, a vent’anni dalla sua, di morte, Carmelo Bene è oggi un ventenne ancora amato, ma che corre ben pochi rischi di essere imitato. Neanche morto! Giusto sinonimo della locuzione “nemmeno per sogno”.
Non parlo di attori. I suoi, sul palco, avevano l’imperativo non categorico ma climaterico (è ancora l’Amleto di Laforgue che docet) di imitarlo, come echi di una voce unica che si va affievolendo man mano che si espande dal primattore ai comprimari fino ai pertichini (quanto ai possibili eredi di CB sulla scena contemporanea suggerisco questo bel pezzo di Edoardo Pisani, ma da non perdere è anche la testimonianza impagabile, forse troppo dissacrante e intollerabile per gli adepti beniani più integralisti, di Aldo Busi, che negli anni ’80 s’infiltrò in una Cena delle beffe ormai orfana di Gigi Proietti e saldamente in mano a un solo mattatore). I seguaci che si guardano Bene dall’imitarlo (i giochini di parole in un testo su CB sono inevitabili, ce ne vergogniamo e tuttavia non resistiamo) oggi non si trovano tanto nel mondo dello spettacolo (parola che Bene aborriva) quanto nello spettacolo del mondo. Sono gli eroi dei nostri tempi.
In un saggio pubblicato nell’appendice critica al volume Opere. Con l’Autografia di un ritratto (Bompiani 1995), Goffredo Fofi sintetizzò con grande efficacia il Bene essenziale, cioè quegli ingredienti della poetica beniana che alimentano un po’ tutto il suo lavoro, titolo dopo titolo:

“I personaggi che Bene ha prediletto ai suoi inizi sono indicativi di una scelta che gli anni hanno modificato ma non negato: Caligola, Majakovskij, Pinocchio. In Caligola è l'attrazione del nichilismo, un Caligola oltre Camus e la sua idea di rivolta in nome comunque di una umana collettività. In Majakovskij è, fallita la storia e fallita la rivoluzione, la solitudine del militante, la solitudine del poeta. In Pinocchio l'impossibilità di diventar uomini. Cioè eroi.
Senza la possibilità della tragedia e senza la possibilità della commedia – che rimandano a un rapporto diretto con la storia o a una distanza attiva calcolabile, a un faccia a faccia possibile con il destino, rimane lo scabro e penoso terreno della parodia, oltre ogni provocazione”.

È l’impossibilità del tragico che detta l’impossibilità di crescere e viceversa; poiché non si cresce, né si è eroi, senza tragedia (e senza storia). La Otranto di Nostra Signora dei Turchi (libro e spettacolo del 1966, poi film nel ‘68) è diametralmente opposta a quella di L’ora di tutti, romanzo oggi sessantenne (è del ’62) di Maria Corti (morta un mesetto prima di Bene), dove l’invasione dei Turchi del 1480 diventava occasione di eroismo e martirio sia collettivo che individuale. Nel libro di CB, oltre alla famosa suddivisione del mondo fra cretini e cretini, quelli che hanno visto la Madonna e quelli che la Madonna non l’hanno mai vista, abbondano immagini di corone di spine estratte da un cilindro come a teatro; mura cittadine dalle porte spalancate, che i Turchi non devono nemmeno sfondare, finendo per girovagare in centro come turisti smarriti; e frasi che difficilmente compariranno a caratteri colorati negli aggiornamenti di stato di Facebook dei nostri amici più romantici e combattivi: “Appassionarsi come a un caso altrui. Vergognarsi dei propri problemi”. Ed è un po’ la sostanza di quel che gli dice Margherita, la donna santa, nel gran finale del film. Vorresti venire con me nell’alto dei cieli, ma è già tanto se mi tollerano per meriti trascorsi. “Ti ci vorrebbe intorno una barbarie. Fortune che non capitano più”. Tutto all’opposto dell’eroismo o del vittimismo dopato che alimenta oggi il nostro newsfeed quotidiano. L’opposto, che piaccia o meno, della visione barricadiera di un mondo che, al momento di perderle, le barricate le rimpiange e preferisce sentirsi in piena resistenza (che adesso chiama resilienza) contro qualcosa, qualcuno, forse nessuno.
Carmelo Bene è in fondo l’interprete “minore” – nel senso di minoranza statistica e in quello di Deleuze quando, proprio a proposito di CB, scrive: “Ma i veri grandi autori sono i minori, gli intempestivi [...] il minore non interpreta il suo tempo” –, colui che in pieno ’68 non interpreta il ’68 ma anticipa la “fine della storia”, l’annunciata e un po’ anche malintesa fine di ogni conflitto, ricomposto all’interno di una società neoliberale, democratica e così tollerante da neutralizzare qualsiasi anelito di libertà conquistata col sangue (dei vinti o dei vincitori, l’importante è poterlo sbattere in prima pagina), ma anche l’epoca che sorprendentemente finiva per riaprirsi al più antico “scontro di civiltà”, cioè la fase in cui ridiventa categorico (o climaterico) ritrovarsi accerchiati da nemici barbari per aggiornate versioni dell’eroismo più vetusto, diviso equamente fra chi i barbari li combatte, chi li converte e chi li cura; fase inaugurata proprio dalle guerre d’inizio secolo, proseguita con l’allarme sbarchi in Europa e momentaneamente assestata sulla lotta contro dittature immaginate o contro orde di premoderni che rifiutano la scienza.
È il secolo che Bene non ha fatto in tempo a veder bene (ci sono cretini che hanno visto il XXI secolo e cretini etc... etc...), essendo rimasto praticamente nel ‘900, quasi tutto dentro la sua seconda metà, quella dei boomer e degli amleti che potevano partire in quarta con il nobile proposito di vendicare la memoria del padre, ma poi finivano per rimasticare le parole del solito Amleto di Laforgue:

“Io che ho esordito con il dovere
di rammentarmi l’orrido
Orrido Orrido Orrido evento
Per esaltare in me la pietà filiale
...
Mi scordai di mio padre
...
Assassinato il bravuomo”

e se ne andavano “a braccetto di un bell’argomento”, facendo la corte a un’attrice della compagnia di corte con la quale sognare un’avventura parigina.
A pensarci bene (anzi Bene, tanto abbiamo finito), succedeva qualcosa di simile a quel tale che dalla Toscana se ne andava a Milano con l’intento di vendicare, con una bomba alla Montecatini, l’orrida orrida morte dei minatori di Ribolla, nel Grossetano, però finiva irretito nelle maglie del “miracolo economico” e del “lavoro culturale” nella “capitale morale”. È il protagonista di La vita agra, che nel film omonimo di Carlo Lizzani (classe 1922 pure lui) avrà il volto dell’altro centenario Tognazzi, ma prima era stato un romanzo splendido sessantenne (1962) di Luciano Bianciardi, cent’anni a dicembre. Magia occasionale degli anniversari minori.

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