“In realtà vi è un istante in cui il corpo sulla scena e l'arte coincidono e quell'istante si chiama teatro. Tutto il resto è spettacolo”

Claudio Morganti

Venerdì, 16 Gennaio 2015 00:00

L'impossibile lotta contro un mondo alieno

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All’interno della produzione letteraria che, nel secondo dopoguerra, ha trattato il tema dello sviluppo industriale e della tecnologico del nostro Paese, si distingue l’opera di Luciano Bianciardi e specie il suo romanzo più celebre, La vita agra, per la visione radicalmente negativa e la condanna senza appello del presunto “mito” del miracolo o “boom” economico. Una posizione dietro la quale, soprattutto, emergono l’estraneità e il disadattamento dell’uomo di cultura “tradizionale” rispetto a una realtà irreversibilmente aliena, quale la moderna società di massa.

Infatti, in quest’opera parzialmente autobiografica, l’autore narra la vicenda progressiva sconfitta e di fallimento, tanto a livello umano quanto politico, del protagonista, che inizialmente è animato da propositi di vendetta contro il mondo industrial-capitalistico della moderna metropoli, nella fattispecie Milano. Il protagonista-narratore, che come Bianciardi stesso è un intellettuale di sinistra e progressista, originario della provincia toscana, si è trasferito al Nord a seguito di un evento tragico, che l’ha spinto ad abbandonare l’attività educativa che egli, convinto del valore sociale e civile della letteratura, svolgeva presso i lavoratori della sua terra. La sciagura, realmente avvenuta e che all’epoca toccò profondamente e traumatizzò lo stesso Bianciardi, è l’esplosione della miniera di Ribolla, in provincia di Grosseto; lì il 4 maggio 1954, a causa della voluta inosservanza delle misure di sicurezza da parte della Montecatini, l’azienda proprietaria della miniera, in uno scoppio di gas morirono quarantatré minatori.
Di qui, allora, nasce il trasferimento del protagonista a Milano, proprio la città in cui la ditta ha la sua sede centrale, il luogo simbolo di quell’ideologia affaristico-consumistica in nome della quale si giunge a sacrificare vite umane per interessi economici. Il narratore, infatti, intende vendicare la morte dei minatori infliggendo, per contrappasso, la medesima fine anche ai dirigenti della Montecatini; il suo piano è di far saltare in aria la sede centrale (il “torracchione”, come lo chiama lui) dopo aver saturato l’edifico di metano.
Tuttavia, fra l’indifferenza generale verso la sua volontà di denuncia e l’incombere del lavoro e delle necessità del vivere quotidiano, che finiscono per invadere ogni spazio della sua vita, il protagonista vedrà spegnersi progressivamente la sua volontà di lotta, finché anch’egli non si troverà “assorbito” dal sistema perverso che inizialmente voleva combattere.
Anzitutto l’intellettuale giunto dalla provincia, quindi da un ambiente in cui l’esistenza è a misura d’uomo e c’è spazio per le relazioni sociali, e dove soprattutto la sua è ancora una figura dotata di prestigio, che può ambire a svolgere una “missione” a livello sociale, viene spiazzato e traumatizzato dalla scoperta che nella moderna metropoli anche l’uomo di cultura è un lavoratore come tutti gli altri, sottoposto alle leggi della domanda e dell’offerta. Ecco, allora, che la sua proposta di collaborare con un giornale per denunciare la tragedia della miniera viene rigettata perché la notizia è ormai superata e non più “redditizia” dal punto di vista commerciale, come gli spiega il cronista cui si è rivolto:
"Fece un gesto, come desolato. 'Nel maggio, tu mi capisci, è invecchiata come notizia. A meno che non si trovi un aggancio di attualità, non so… un nuovo scoppio, un’agitazione. E in ogni modo andrebbe in pagina sindacale, una pagina non mia. A me semmai occorrerebbe una rassegna della stampa periodica. […]'. 'Ma sullo scoppio non ti serve niente? Io sarei informato…'. 'Te l’ho detto' fece, impaziente. 'È una notizia invecchiata, e poi andrebbe in pagina sindacale. Vuoi farlo o no, questo spoglio della stampa periodica, per il settore sociologico?'".1
Ma più in generale, un po’ tutti i rapporti umani appaiono dominati solo dall’interesse economico, cosicché il singolo individuo non possiede più alcun valore eccetto la sua capacità produttiva, e non ci sono solidarietà o sentimenti umani, ma solo indifferenza, verso chi si trova escluso da questo logica; come il clochard ubriaco che una sera, davanti agli occhi del protagonista, scivola a terra e batte la testa e riportando un trauma cranico. A parte il narratore, che tenta di soccorrerlo e infine riesce a chiamare un’ambulanza, quasi tutti i presenti mostrano indifferenza; e lo stesso avviene il giorno dopo, quando il protagonista riferisce del fatto ai colleghi del giornale in cui lavora. Tutti, infatti, trattano la tragedia come un fatto insignificante e d’ordinaria amministrazione, spiegandogli che "Del resto succedeva ogni giorno, […] un malato d’infarto che muore sul marciapiede davanti all’ingresso dell’ospedale, senza poterci entrare perché non ha pronti i soldi del deposito o in regola le marchette della mutua; intere famiglie falciate da un camion con rimorchio, vecchiette stritolate dalle ruote del tram perché non hanno saputo salire a tempo e sono rimaste con un piede impigliato nelle porte automatiche. Ingenuo ero io a meravigliarmene. A New York, per esempio, altro che qui! Centinaia di morti ogni giorno in incidenti del genere. E anche a Londra. E a Calcutta migliaia di morti di fame, ogni giorno. Il mondo è fatto in questo modo, non l’avevo ancora capito?".2
La vita nella moderna metropoli appare allora dominata da quella che un critico di Bianciardi ha definito, con una felice espressione, “un’insensatezza organizzata”3: cioè una frenesia generale che spinge la gente a correre e affannarsi di continuo, anche nelle più banali attività quotidiane, sotto la spinta di un’ansia fine a sé stessa di “fare”, “produrre” e possedere sempre di più i nuovi beni di consumo. Questo fenomeno giunge al culmine in uno dei luoghi simbolo della nuova civiltà consumista, il “bottegone”, termine con cui il narratore definisce il supermarket, laddove gli avventori appaiono come drogati, in stato di trance e privi di volontà propria, "uomini e donne con gli occhi arsi dalla febris emitoria,4 che non vedono nulla, ti urtano coi gomiti, ti travolgono insieme a loro verso il bottegone. […] gli emitori hanno la pupilla dilatata, per via dei colori, della luce, della musica calcolata, non battono più le palpebre, non ti vedono […]".5
Nel corso della trama, come nell’esempio citato, viene messa in atto una sistematica distorsione, grottesca e caricaturale, dei personaggi e degli ambienti raffigurati; il narratore estremizza e porta all’eccesso i tratti più negativi fino a negare alla metropoli e a quanti la abitano ogni carattere di umanità. Ecco, allora, che le persone, ormai private della propria identità, sono di volta in volta assimilate ad ectoplasmi o ad alieni, mentre invece la metropoli industriale appare una sorta di Inferno dantesco dal quale però non esiste via d’uscita, rispetto al quale  non è possibile di salvezza: come nota una studiosa, "lo spostarsi entro i confini della metropoli è una discesa agli inferi che non consente però risalita e non prevede alcuna catarsi; un viaggio che perde, dantesco al contrario, in un mondo spaventoso".6
Infatti si rivela non solo vano, ma addirittura controproducente, il tentativo che il protagonista compie di migliorare la propria condizione passando dall’attività subordinata a quella autonoma, svolgendo a casa l’attività di traduttore assieme alla compagna Anna, con cui convive. Anziché riconquistare l’autonomia ed il controllo della sua esistenza, in questo egli conduce invece a termine la trasformazione di sé in meccanismo produttivo, in macchina costretta a dover funzionare sempre determinate ore al giorno, così da svolgere la mole di lavoro necessaria a garantirsi gli introiti sufficienti per vivere, rispettando le scadenze previste per la consegna dei testi; e ciò con l’aggravante, rispetto a un lavoratore subordinato, di non avere né un introito fisso né la mutua garantita.
A questo punto, ormai venuta meno ogni reale possibilità di opposizione contro il sistema capitalistico-consumista, che ha finito per “incorporare” anche lo stesso narratore, a quest’ultimo non rimane che rifugiarsi nell’utopia e fantasticare su un improbabile ritorno dell’uomo allo stato di natura, ad una futura età dell’oro in cui siano scomparsi gli utensili, i macchinari, l’economia di mercato e le convenzioni sociali:
"Occorre che la gente impari a non muoversi, a non collaborare, a non produrre, a non farsi nascere bisogni nuovi, e anzi e rinunziare a quelli che ha. La rinuncia sarà graduale, iniziando coi meccanismi, che saranno aboliti, dai più complicati ai più semplici, dal calcolatore elettrico allo schiaccianoci […]. Poi eviteremo tutte le materie sintetiche, iniziando dalla cosiddetta plastica […]. Né scamperà la carta. Eliminati carta e metallo non sarà più possibile la moneta, e con essa l’economia di mercato, per fare posto a un’economia di tipo nuovo, non del baratto ma del donativo. Ciascuno sarà ben lieto di donare al suo prossimo tutto quello che ha […]. Il lavoro si sarà ridotto per noi quasi a zero, vivendo dei frutti spontanei della terra e di pochissima coltivazione. [...].6
Liberi da ogni altra cura, noi ci dedicheremo al bel canto, ai lunghi e pacati conversari, alle rappresentazioni mimiche e comiche improvvisate. Ciascuno diventerà maestro in queste arti. Non esistendo la famiglia, i rapporti sessuali saranno liberi, indiscriminati, ininterrotti e frequenti, anzi continui. Le donne fecondate ingrasseranno ancora, e i figli da loro nati saranno figli di tutti e profumeranno la terra. Noi li vedremo venire su forti e chiari, e li educheremo alle arti canore e vocali, alla conversazione, all’amicizia, all’amore e all’intercorso sessuale, non appena siano in età a ciò idonea. Andateci piano, ragazzi, che tanto ce n’è per tutti"7.

 

 

 

 

 



1) Luciano Bianciardi, La vita agra, Mondadori – De Agostini, Novara 1987, pag. 50

2) Ivi, pag. 106.

3) Gian Carlo Ferretti, La morte irridente. Ritratto critico di Luciano Bianciardi uomo giornalista traduttore scrittore, Pietro Manni editore, Lecce 2000, pag. 69

4) Dal latino, “febbre dell’acquisto”.

5) L. Bianciardi, La vita agra, op. cit., pag 168

6) Barbara Marras, La vita agra: rimorso e rinuncia di un traduttore dis-onesto, in “Quaderni del Novecento” II, Pisa 2002, pag. 93.

7) L. Bianciardi, La vita agra, op. cit., pagg. 159 – 161

 

 

 

Luciano Bianciardi
La vita agra
Novara, De Agostini, 1983 (1962)
pp. 193


Gian Carlo Ferretti

La morte irridente. Ritratto critico di Luciano Bianciardi uomo giornalista traduttore scrittore
Lecce, Manni, 2000
pp. 118


Barbara Marras

"La vita agra": rimorso e rinuncia di un traduttore dis-onesto
in Quaderni del '900
Pisa, Fabrizio Serra Editore, a. 2000, n.2
pp. 89-109

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