“Noi siamo ciò su cui manteniamo il silenzio”.

Sándor Márai

Venerdì, 16 Febbraio 2018 00:00

I territori reconditi di Ebbing

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Tre manifesti a Ebbing, Missouri è un film strano, difficile. Può sembrare un tentativo imitativo del pulp grottesco dei fratelli Cohen, ma non è così. Questo film, frutto del lavoro dell’inglese (di origine irlandese) Martin McDonagh, è un film drammatico, ma anche una dark comedy. Una certa influenza europea, e più precisamente britannica, si vede, nello humour potente che resta sempre sospeso tra possibilità di redenzione, normale accadimento e tragedia.

La storia è ambientata nell’interno Missouri, profondo Midwest, stato schiavista fino al 1865, con due fiumi che lo attraversano ed echi indiani che sottendono un passato diverso e oramai perso (in lingua sioux “missouri” significa “popolazione della canoa di legno”). La presenza dei neri in questo Stato è piuttosto bassa (nel 2008, il 6%), eppure un irrazionale e violento razzismo caratterizza molti degli abitanti di Ebbing. La storia è tragica. Una donna, Mildred Hayes, abbandonata dal marito − che ha scelto una giovane belloccia − e con un figlio da mantenere, affitta tre cartelloni situati sulla strada provinciale che porta ad Ebbing per scrivere un atto d’accusa nei confronti della polizia locale, colpevole, a suo dire, di non fare abbastanza per rintracciare il criminale che ha violentato, ucciso e poi bruciato sua figlia Angela. Sui tre enormi manifesti, la donna fa scrivere: “Stuprata mentre stava morendo”, “E ancora nessun arresto”, “Come mai, sceriffo Willoughby?”. Lo scandalo è servito. Lo stimato sceriffo viene difeso da tutta la comunità, mentre la donna inizia ad essere criticata, messa in guardia (dall’insipiente prete, rappresentato ad arte nella sua mediocrità), osteggiata, finanche minacciata da un uomo che entra nel negozio in cui lavora e che le dice di essere il responsabile della morte della figlia e che anche lei se la vedrà male. La comunità è conservatrice per definizione; in uno Stato reazionario, avamposto dello schiavismo ottocentesco statunitense, figuriamoci come potrebbe non difendere a spada tratta lo sceriffo – presentato, oltretutto, come una brava persona e pure malato terminale. È questa una grande astuzia del regista che ci “costringe” eticamente a provare una profonda empatia verso la figura dello sceriffo. Ma nonostante questo, non si riesce a odiare la furia vendicatrice di Mildred, né i suoi modi duri, crudi, taglienti, talora cattivi. Come quando, a seguito dell’incendio dei tre manifesti, le crolla il mondo addosso – perché lei vive per “farsi giustizia”, secondo arcaica concezione, per darsi pace, per vedere rinchiuso (o morto, chissà...) l’uomo che ha ucciso brutalmente la figlia – e allora dà fuoco alla centrale di polizia di Ebbing, pensando che a bruciare i manifesti siano stati i poliziotti. Altro co-protagonista è appunto un polizotto razzista e violento, Jason, in qualche modo protetto dallo sceriffo, il quale intravede in lui positive potenzialità e una bontà recondita, a dispetto della sua violenza e del dichiarato odio verso i neri (da notare che i poliziotti di Ebbing sono tutti bianchi, e questo è significativo, se si pensa alle uccisioni degli ultimi anni di cittadini di colore inermi da parte delle polizia federale, soprattutto negli stati interni degli USA). Jason vive ancora con la vecchia madre, rancorosa e razzista anch’ella: davvero sembra tirare gli schiaffi dalle mani, con azioni degne di uno skinhead decerebrato. Eppure... neanche lui risulta odioso fino in fondo, perché s’intuiscono la sua solitudine, i suoi pochi mezzi “esistenziali”, il difficile background cultural-familiare. E perché a un certo punto del film si redime e cerca con tutte le sue forze, dopo la morte dello sceriffo e dopo essersi ustionato nel rogo della centrale di polizia causato con lancio di bottiglie incendiarie da Mildred (che però, va detto a sua discolpa, credeva fosse disabitato), l’assassino della povera Angela, come fosse una missione. Una sera in un locale sente un ragazzo vantarsi di una violenza carnale su una giovane ferita e poi uccisa e pensa di avere trovato il suo uomo. Provoca una rissa per poterlo graffiare e confrontare così il suo DNA con quello dell'omicida, ma i due DNA non coincidono. La delusione sua e di Mildred, avvertita dall’oramai ex poliziotto (licenziato dal nuovo capo, nero, sopraggiunto dopo la morte dello sceriffo Willoughby, per i suoi gesti violenti e il suo atteggiamento razzista) li fa avvicinare, anziché confliggere, e i due decidono di partire insieme alla volta dell’Idaho (dove il ragazzo sospettato di essere il killer vive) per farsi giustizia da soli, ma, appunto insieme, perché convengono che, pur non potendosi trattare dell’assassino della figlia di Mildred, l’uomo ha confessato un delitto, compiuto in un’altra parte del mondo (in un Paese mediorientale, in missione, lascia intendere il nuovo sceriffo: è quindi un militare...) per cui, essendo un assassino, va punito. Il film termina così e non è dato sapere se poi i due porteranno a termine la vendetta “riparatrice”. Sembra piuttosto la creazione di un dialogo e di una speranza di vita altra per due persone tormentate e sofferenti. Uno spiraglio percepito di possibile, laica redenzione.
Intuisco che il punto che segna il confine tra compartecipazione e indifferenza è sottile: la sensazione è che sia necessario entrare con la pancia e con la testa in quel micro-universo primigenio, rovesciato, lontano, grottesco. E non è detto, per motivi vari, che ciò accada. Come ha magnificamente detto Susan Sontag: “Ho l’impressione che pensare sia una forma di sentimento e sentire una forma di pensiero”. Da questo punto di vista, il pensiero è un prodotto del cuore e della carne. Questa comunicazione a due vie è utile per rappresentare il non facile e scontato ingresso nel film. Come fosse lynchiano, pur non essendo affatto surreale e metafisico, il territorio di quest’opera è scivoloso, ambiguo, sfuggente. I personaggi non sono inquadrati, ad esempio, eticamente: non vi è una chiara suddivisione tra buoni e cattivi. Si colgono o percepiscono le motivazioni che inducono alla cattiveria, alla vendetta, all’odio dietro la storia di ogni personaggio che il regista, con sapienza, non induce a condannare né, tanto meno, ad assolvere. E già questo è segno a mio avviso dell’ottimo lavoro di McDonagh. Tenere in bilico il senso morale e descrivere le origini del male insito (potenzialmente) in ciascuno, senza sottrarsi alla rappresentazione dell’”espiazione” è piuttosto complicato. A lui riesce davvero bene; anche per questo, oltre che per il sapiente surf tra generi cinematografici, il fine tratteggio psicologico di ogni personaggio, l’ottima regia e la magistrale interpretazione di Frances McDormand, il film è davvero notevole, di spessore, e colpisce in una maniera non scontata e immediata, ma dà riverberi prolungati e diffusi, a tutti i livelli di senso, sentimento e pensiero, unendoli in un unicum psico-intellettivo prezioso.

 





Tre Manifesti a Ebbing, Missouri
(Three Billboards Outside Ebbing, Missouri)
regia e sceneggiatura Martin McDonagh
con Frances McDormand, Woody Harrelson, Sam Rockwell, Peter Dinklage, John Hawkes, Abbie Cornish, Caleb Landry Jones, Lucas Hedges, Kerry Condon, Zeljko Ivanek, Amanda Warren
fotografia Ben Davis
montaggio Jon Gregory
musiche Carter Burwell
produzione Blueprint Pictures
distrubuzione 20th Century Fox
paese USA, Gran Bretagna
lingua originale inglese
colore a colori
anno 2107
durata 115 min.

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