“Sì, dimenticheranno. È il nostro destino, non ci si può fare nulla. Ciò che a noi sembra serio, significativo, molto importante, col passare del tempo sarà dimenticato o sembrerà irrilevante. Ed è curioso che noi oggi non possiamo assolutamente sapere che cosa domani sarà ritenuto sublime, importante e cosa meschino, ridicolo. E la nostra vita, che oggi viviamo con tanta naturalezza, apparirà col tempo strana e scomoda, priva di intelligenza, forse addirittura immorale”.

Anton Pavlovič Čechov

Domenica, 10 Settembre 2017 00:00

Riflessioni sulla mise en abyme

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Il saggio di Alessandro Cutrona, L’attualità della mise en abyme nelle opere di Peter Greenaway e Charlie Kaufman (Mimesis edizioni, 2017), indaga quei rapporti di somiglianza tra un’opera ed il suo contenuto, tra la realtà mostrata e quella contenuta, capaci di creare un gioco interpretativo senza fine; in altre parole affronta quella situazione indicata da Andrè Gide con l’espressione mise en abyme.

Il volume si apre riprendendo l’analisi debordiana della società dello spettacolo, elementi tratti dalla Psicogeografia e dal movimento Lettrista, fino a soffermarsi sulla pratica del détournement situazionista. Successivamente lo studio passa in rassegna opere pittoriche, letterarie e cinematografiche in cui si palesa il ricorso alla mise en abyme.
Per quanto riguarda il mondo pittorico nel saggio vengono analizzati alcuni dipinti di Jan van Eyck e Diego Velázquez in cui si ricorre allo specchio nel quadro o al quadro nel quadro. Di Van Eyck viene affrontato nello specifico il celebre ritratto de I coniugi Arnolfini (1434), mentre di Diego Velázquez in particolare l’opera Cristo in casa di Marta e Maria (1620).
Per quanto riguarda la letteratura la mise en abyme è indagata dallo studioso in opere come Questo non è un racconto (1772) di Denis Diderot, L'idolo delle Cicladi (1965) di Julio Cortázar e tre  racconti di genere fantastico di Jorge Luis Borges tratti dalla raccolta Finzioni (1944) che, secondo Cutrona, rappresentano una dimostrazione di come siano infinite "le possibilità, i livelli, le strutture, che danno vita ad un ordine: finito e infinito, reale o virtuale, scritto, dipinto o rappresentato, che fonda radici su un caos apparente ed ermetico" (p. 37).
Circa la produzione cinematografica la mise en abyme ha probabilmente nel riflesso allo specchio l’espediente principe. Vengono dunque analizzati film come: Lo studente di Praga (Der student von Prag, 1913) di Stellan Rye; Dr. Jekyll and Mr. Hyde (1931) di Rouben Mamoulian; Quarto potere (Citizen Kane, 1941) di Orson Welles; Fino all’ultimo respiro (À Bout de souflle, 1960) di Jean-Luc Godard; Taxi Driver (1976) di Martin Scorsese; Femme Fatale (2002) di Brian De Palma; Secret Window (2004) di David Koepp; Harry Potter e i doni della morte (Harry Potter and the Deathly Hallows − Part 1, 2, 2010) di David Yates. Lo studioso affronta anche il film d'animazione Il castello errante di Howl (2004) di Hayao Miyazaki.
Nell’epoca contemporanea il finzionale tende a fare del reale il suo tratto distintivo, “generando effetti visivi o letterari di contenuto dentro contenuto, come il romanzo dentro al film o viceversa, citazionismi religiosi o mitologici raffigurati o ‘girati’ dentro una scena che con le allusioni non hanno nulla in comune. La mise en abyme dà vita a un doppio, come nel caso dello specchio, condividendo con questo l’artificio o la stregoneria che gli consente un simile effetto. La mise en abyme fa di ciò che ha originato un medium, un ingresso da attraversare, investigare e forse anche da riempire, poiché è proprio lì che si cela l’essenza di un’opera. La creazione di un’entità (persona o oggetto) come doppione di un’entità primaria possiede un’elevata somiglianza a tal punto da far cadere in stato confusionale chi osserva o legge; eppure, nonostante la considerevole attendibilità, questa risulta evanescente, intangibile e parzialmente confutabile, poiché l’accesso dentro l’abisso è collocato all’infinito. Conseguentemente, la mise en abyme produce una trascrizione che riverbera quel principio auratico custodito nell’opera originale. Un’ombra senza tratto distintivo alcuno, poiché calco di un’autentica natura” (p. 91).
La mise en abyme, sostiene Cutrona, oltre che come artificio, dovrebbe essere intesa anche come estensione della mente, un po’ come avviene col sogno che “attinge dal reale ma lo ricrea in uno spazio mobile, vicino ma distante al contempo, lasciando un’impronta senza alone alcuno” (p. 92).
In un’epoca in cui l’individuo-voyeur tende a credere in tutto ciò che vede, sarebbe meglio, suggerisce l'autore, “tenere ben presente i punti di vista critici dei Lettristi prima e Situazionisti dopo, i quali, teorizzavano una certa libertà da ogni dispositivo percepito come dispotico e controllato, annullando di fatto, il pensiero umano; come ha sostenuto del resto anche Baudrillard, affermando che il soggetto non esiste, e al suo posto invece vi è un sistema capitalistico avanzato nel quale è inevitabile rispecchiarsi” (pp. 92-93).
All’interno di quella che Debord ha definito società dello spettacolo ci "si limita esclusivamente a mimare la vita, inseguendo l’arte per il gusto dell’arte, piuttosto che provare a interagire con essa, al fine di impreziosirla, mediante un osmotico processo di parole e immagini” (p. 93). È a partire da tale ragionamento che Cutrona affronta I misteri del giardino di Compton House (The Draughtsmans Contract, 1983) e L’ultima tempesta (Prosperos Books, 1991) di Peter Greenaway. La prima opera, strutturata su complesse stratificazioni narrative, “ha instillato l’idea che la mise en abyme non enfatizza esclusivamente la percezione visiva, ma giustifica in un certo qual modo, la propria esistenza per il solo fatto di essere portatrice del frammento di un originale” (p. 93). Il secondo lavoro di Greenaway preso in esame, invece, secondo lo studioso, dimostra come il cinema possa ricorrere ad artifici “per dimostrare che un testo non è mai soltanto un testo, bensì, l’inizio di un percorso che produce effetti nella mente dello spettatore. Un viaggio ipertestuale che si serve continuamente di mise en abyme per tracciare l’esistenza di un legame tra la ripresentificazione di un contenuto e la stimolazione di un processo immaginativo appena iniziato, omaggiando l’estetica che ha sempre garantito un senso alla struttura diegetica rappresentata” (p. 93).
I film Il ladro di orchidee (Adaptation, 2002) e Synecdoche, New York (id., 2013) di Charlie Kaufman, vengono esaminati come esempi di traducibilità delle trovate narrative della sceneggiatura in racconto audiovisivo. “È evidente la sintesi che la mise en abyme o più precisamente in questo caso la metalessi, risulti utile a sintetizzare le silhouette psicologiche di un personaggio, e quindi la sistematica coincidenza tra autore, regista, sceneggiatore, attore protagonista. Ben distante da ogni rigore logico, la sostituzione di un’istanza narrativa con un’altra comporta una forte tematizzazione di ruoli e figure nel quadro-film” (pp. 93-94).
Il metalinguaggio al quale si perviene attraverso l’opera nell’opera − il teatro, il romanzo o il dipinto all’interno di un audiovisivo − mostra come un film non sia semplicemente una serie di fotogrammi e, soprattutto, come risulti impossibile rappresentare il reale a causa del suo essere in continuo divenire. È proprio su tali questioni che insiste Synecdoche, New York di Kaufman. Dunque, la mise en abyme deve essere intesa “come un’entità mutaforma che rende possibile il trasferimento di una proprietà in un’altra, plasmando continuamente struttura (dalla pittura alla sceneggiatura sino al film e alla videoarte) non compromettendo mai, quel principio auratico racchiuso in un’opera” (p. 94).
Visto il ruolo svolto dai new media nel rivoluzionare le modalità percettive dell’individuo, nella parte finale del saggio, lo studioso si sofferma sul computer game The Sims sviluppato da Will Wright, capace di offrire al giocatore la possibilità di trasporre il proprio sé in una dimensione altra ove germogliano aspirazioni e sogni. Dunque, oltre a concentrarsi sulla “mise en abyme come modello di coincidenza, sovrapposizione o ripresentificazione di storie tra personaggi come avviene nella metalessi” (p. 10), il saggio di Cutrona si occupa anche del “ritratto del reale” visto da un particolare angolo di prospettiva e visione: “il metagaming, grado evoluto ed espanso di percezione, sperimentazione e comprensione” (p. 10).
Il saggio di Cutrona, oltre a fornire un'interessante analisi delle opere prese in esame, rappresenta un buon contributo alla comprensione del complesso rapporto che intratteniamo con le realtà.

 





Alessandro Cutrona
L’attualità della
mise en abyme nelle opere di Peter Greenaway e Charlie Kaufman
Mimesis edizioni, Milano-Udine, 2017
pp. 114

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