“L'unica cosa che mi interessa è come cominciare, come continuare e come finire una frase”

Danilo Kiš

Venerdì, 01 Settembre 2017 00:00

Donne, nere, scienziate alla conquista dello spazio

Scritto da 

Il diritto di contare (Heading Figures, in inglese) di Theodore Melfi è un film bello. E lo è a dispetto di una certa retorica buonista che in diversi passaggi è piuttosto marcata, tanto da apparire una precisa, e sapiente, scelta registica.
Ma andiamo con ordine. Il film, tratto dal romanzo Heading Figures: The Story of the African-American Women Who Helped Win the Space di Margot Lee Shetterly racconta del ruolo-chiave di tre donne afro-americane nel concorrere alla riuscita della missione nello spazio del primo uomo americano, John Glenn.

La storia è ambientata nella separatista Virginia del 1961 e si colloca a metà tra una narrazione realistica, un film di denuncia e un’apoteosi favolistica delle tre protagoniste, che sono tre brillanti menti tecnico-matematiche della NASA. Katherine G. Johnson, in particolare, è un genio della geometria analitica ed è anche (e molto) grazie a lei e ai suoi studi, calcoli e intuizioni che il lancio di Glenn riesce e che riuscirà poi anche la conquista della Luna. Prima di Obama, che darà nel 2015 la “medaglia della libertà” (la più alta onorificenza civile degli U.S.A.) proprio alla Johnson, la storia non aveva, mai dato risalto all’importanza essenziale dei calcoli e degli studi della donna afro-americana, come anche all’attività ingegneristica di Mary Jackson e a quella tecnologica (al primo computer IBM) di Dorothy Vaughn.
In quel mondo distante da noi poco più di cinquanta anni, nella nazione ritenuta (a torto) la più avanzata e democratica del mondo, i neri vivevano separati e, di più, segregati. Dagli autobus ai luoghi di lavoro, ai luoghi pubblici, ai bagni nei luoghi di lavoro. Il film, però, non si sofferma su questo: lo dà come assunto e rende gli eventi, anche quelli relativi alla segregazione razziale, leggeri, talora addirittura divertenti. Lo spettatore non è chiamato a parteggiare per i neri, nel film. È già nero, perché è netta la distinzione tra chi ha ragione e chi ha torto e i personaggi di colore sono talmente caratterizzati in positivo, mentre i bianchi quasi tutti in negativo, che ci si trova più o meno automaticamente dal “lato giusto”. Se questa è senz’altro una piccola forzatura ideologica da parte del regista, risulta ben accetta dal pubblico, perché il brio di parti della sceneggiatura, la bravura degli attori, l’interesse crescente del dipanarsi dei rapporti umani e professionali tra bianchi e colored e quello nei confronti della riuscita della missione spaziale, coinvolgono amabilmente, con intelligenza e ironia. Il film era candidato a ben tre Premi Oscar, cioè: miglior film, migliore sceneggiatura non originale e miglior attrice non protagonista; i primi due sono gli stessi di quella risultata poi vincitrice, Moonlight; ritengo che Il diritto di contare avrebbe avuto molto più diritto di vincere... Il segreto di questa opera sta nell’entusiasmo che trasmette, nella semplicità di vite normali e serene, fuori del lavoro (e non nella problematicità alienata di altri geni descritti in libri e film), nella componente creativa e nell’approccio sempre costruttivo delle protagoniste, pur se bistrattate, sottopagate, guardate male ed evitate dai bianchi, unici padroni della legge e del potere, non – per fortuna – del costume e della storia!
Questo è un film che, al di là della visione un po’ troppo rosea esibita in certi passaggi e della divisione (troppo) netta tra bene e male, tra i buoni e i cattivi, anzi, si fa volere bene. Anche perché, per una volta, lo stereotipo del nero vendicativo, che delinque, della cesura sociale che induce alla vendetta non c’è: il messaggio positivo della lotta per i diritti che non tralascia il gusto per la vita e l’umorismo nel superamento delle ingiustizie e delle negatività è elemento confortante e possibile fonte d’ispirazione per i cupi tempi odierni. La vicenda, inoltre, affascina i più, perché è politematica: si parla di storia e di politica contemporanee; si parla di donne e di neri (due minoranze, in questo caso addirittura fuse insieme in quella necessaria istanza storico-antropologica che Kimberlé Williams Crenshaw chiama, opportunamente, femminismo intersezionale); si parla di scienza e di conquista (lo spazio è da sempre sconfinato territorio simbolico che innesca l’immaginazione e il sogno). Gli ingredienti per un’ottima affermazione c’erano tutti, inclusa l’ottima prova corale degli attori (bianchi e neri!). Infatti negli USA il successo è stato colossale: il film ha guadagnato sei o sette volte il suo costo di produzione. Il contributo di tre donne afro-americane al progresso scientifico della nazione non più giusta, ma più potente (questo sì) del mondo è finalmente noto, e i centoventisette minuti della pellicola scorrono amabilmente. Ci si alza dalla sedia con delle conoscenze in più, con la consapevolezza che il razzismo e le altre forme escludenti sono vicine a noi e hanno vissuto con modalità tragiche e grottesche e che bisogna sempre stare attenti a possibili ricadute, che gli anni ’60 sono stati davvero un decennio di svolta, di sentimento totale del possibile. E ci si alza con lo stato d’animo lieve e soddisfatto per avere gustato un buon cinema: una narrazione di ampio respiro e dinamica, divertente e profonda, positiva e propositiva. Merce rara, di questi tempi.

 





Il diritto di contare (Hidden Figures)
regia Theodore Melfi
soggetto Margot Lee Shetterly
sceneggiatura Theodore Melfi, Allison Schroeder
con Taraji P. Henson, Octavia Spencer, Janelle Monáe, Kevin Costner, Kirsten Dunst, Jim Parsons, Mahershala Ali, Aldis Hodge, Glen Powell, Kimberly Quinn
fotografia Mandy Walker
musiche Pharrell Williams, Hans Zimmer, Benjamin Wallfisch
produzione Levantine Films, Chernin Entertainment, Fox 2000 Pictures
distribuzione 20th Century Fox
paese Stati Uniti d'America
lingua originale inglese
colore a colori
anno 2016
durata 127 min.

Lascia un commento

Sostieni


Facebook