“In coscienza, Kàtja, non lo so”.

Anton Pavlovič Čechov

Sabato, 26 Agosto 2017 00:00

"Moonlight": una luna senza luce

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Il presentimento e la curiosità. Questi i due estremi psico-mentali tra i quali collocare la visione del film Moonlight, vincitore dell’Oscar per il miglior film del 2017 (statuetta anche alla migliore sceneggiatura non originale e al miglior attore non protagonista, Mahershala Ali).
Come sempre, avrei dovuto fidarmi del mio fiuto simil-bracco che già mi aveva tenuta lontana dalle sale cinematografiche in occasione dell’uscita del film e poi della sua riproposizione susseguente la premiazione hollywoodiana. Invece l’ottundimento da insopportabile calore felsineo mi ha spinto in un’arena estiva. In questa arena, però (e ahimè...), gli unici sussulti coinvolgenti sono stati dati dalle zanzare.

Diciamo che il livello dei film premiati ad Hollywood da almeno un lustro, anzi un decennio, è decisamente scaduto. Ciò premesso, appare incomprensibile come questo film privo di mordente, dalla regia simil-amatoriale e dalla sceneggiatura imbarazzante − tanto è banale, semplicistica, scontata − abbia potuto aggiudicarsi il premio di miglior film e addirittura quello di migliore sceneggiatura. Passi per il premio a Mahershala Ali, molto bravo (come mediamente sono bravi gli altri attori, questo sì), per quanto presente nel lungometraggio per poco più di mezz’ora, ma il resto francamente è cinema di scarsa valenza e poco spessore. Eppure il soggetto (quello originario è una pièce teatrale) appare sulla carta interessante, o quanto meno passibile di sviluppi molteplici, a condizione di evitare le pericolose trappole della retorica buonista o melodrammatica.
Il film racconta difatti la storia di un ragazzino nero, povero, senza padre, con la madre tossicodipendente, bersagliato da tutti in quanto omosessuale. L’impressione, comunque, è che molto probabilmente sarebbe bersagliato comunque perché mite, silenzioso, non volgare e non aggressivo. Il ragazzino, Chyron, viene inseguito e minacciato dagli altri ragazzini e questo contribuisce al suo ulteriore isolamento. Conosce un mega-spacciatore e passa tutto il tempo che può con lui. Si dà il caso, però, che tale spacciatore, dal tratteggio umanissimo peraltro, sia il pusher della madre, che lo detesta. Un drammone, insomma...
La storia si dipana tra violenze, assenza della madre, morte dello spacciatore-salvatore, scoperta progressiva da parte del ragazzo, esile come un fuscello, della propria omosessualità, un attacco feroce ordinato per cattiveria e subito senza sottrarsi che poi – finalmente, mi viene da dire − lo fa reagire. Purtroppo, però, la sua legittima vendetta contro il bad boy che ha ordinato il suo pestaggio lo fa spedire in riformatorio. Ma il boicottaggio della retorica qualunquista purtroppo non riesce, né vi è talento registico a salvare l’opera. Così, stancamente, subisco un ralenti filmico ed emotivo e una serie di luoghi comuni linguistici e situazionali per quasi due ore che mi sfianca, letteralmente. E lascio da parte le inverosimili trasformazioni fisiche del protagonista, che riappare adulto con un fisico da culturista, come la debolezza della sceneggiatura che lo vede trasformarsi, senza un’evoluzione credibile, da ragazzino timido, schivo e bravo, a capo della gang della droga di Atlanta.
La solitudine è il leit motiv dell’esistenza di Chyron, che non ha rapporti amicali né sentimentali. L’unica sua esperienza erotico-emotiva, con l’amico che si portava dall’infanzia (e che è stato poi il suo carnefice nell’aggressione violenta, perché se il leader della banda ordina, non ci si può esimere dal picchiare a sangue nessuno, neanche il proprio amico più caro, o  − chi conosce i confini dei sentimenti... − la persona di cui si è innamorati) lo segna ancora in sogno. E il film finisce purtroppo in maniera scontata e anche non definita, con la chiamata dell’amico d’infanzia, il loro rincontrarsi, in un’atmosfera surreale esaltata da una musichetta scadente e allegrotta che niente ha di romantico, e con un loro stare seduti, la testa di Chyron appoggiata a quella dell’altro, in silenzio, senza un prosieguo verosimile o anche singolare da immaginare.
Resteranno insieme per sempre? Si ameranno? Ognuno tornerà alla propria, solitaria vita? 
Lento, prevedibile, noioso, per definire il film con tre aggettivi.
Cosa dire ancora? Forse occorre ribadire che è un po’ troppo poco, per vincere l’Oscar come miglior film, e che non basta sia trattata una tematica considerata attuale (e politically correct) perché un’opera risulti valida. L’unica nota positiva che mi sento di riportare è che il tema dell’omosessualità maschile in un contesto di povertà estrema (la comunità afro-americana più disagiata) non lo avevo mai visto trattare prima. È evidente che il presupposto della precarietà culturale ed economica e dell’esclusione sociale ed etnica sembrano favorire ancora di più l’omofobia e derivanti comportamenti violenti. Sarebbe interessante leggere degli studi in proposito, verificare se questo messaggio sottostante del film e/o la mia deduzione siano comprovati. Per il resto, mi auguro di poter vedere premiati film migliori, ma forse gli unici scenari cinematografici interessanti al momento sono quelli europei, e altri più esotici e periferici.

 


 

Moonlight
regia Barry Jenkins
soggetto Tarell Alvin McCraney
sceneggiatura Barry Jenkins
fotografia James Laxton
musiche Nicolas Britell
con Mahershala Ali, Naomie Harris, Trevante Rhodes, André Holland, Janelle Monáe, Ashton Sanders, Jharrel Jerome, Alex Hibbert, Jaden Piner
produttore Adele Romanski, Dede Gardner, Jeremy Kleiner 
produttore esecutivo Brad Pitt, Sarah Esberg, Tarell Alvin McCraney
casa di produzione A24, Plan B Entertainment
distribuzione Lucky Red
paese Stati Uniti d'America
lingua originale inglese
colore a colori
anno 2016
durata 111 min.

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