“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Valentina Mariani

"Liebestod": l’abbandonarsi all’amore di Angélica Liddell

Mild und leise wie er lächelt,
([egli] mite e gentile come sorride)
Tristan und Isolde, Richard Wagner

 

 
La scena è color giallo ocra, di un uniforme pastello intenso. Appare un uomo possente con barba e capelli neri lunghi, a torso nudo e con pantaloni larghi viola a vita alta, ad avvolgergli lo stomaco robusto, con dieci gatti bellissimi e addomesticati al guinzaglio che gli fanno da cornice, da corona, per meglio dire, trattandosi dei regali felini. Inizia un suono acuto, rumoroso, che perdura qualche minuto. Cala il sipario. Si riapre su di lei: Angélica Liddell, autrice, regista, drammaturga, protagonista assoluta di questa performance incredibile. Liddell sonda i recessi oscuri e disperati dell’anima; rapisce, percuote, desta, redime.

Latella e la feroce solitudine del matrimonio

Sul proscenio, nella parte anteriore, ci sono cinque bei gatti di ceramica colorati che guardano verso il pubblico. Al centro c’è Martha, in piedi, al pianoforte. George, suo marito, è nell’angolo retto che chiude il palco, in fondo a sinistra. Lei suona il piano e canta, con una voce profonda, cupa, a tratti rotta. Mi ricorda un po’ P. J. Harvey. Nella canzone si sente dire, con acuti graffiati e urlanti: “Party girl, crazy girl, party girl, sexy girl”. Per l’ipnotica modalità del canto e la ripetizione di certe frasi, ossessiva e straziante, sembra in parte anche l’alter ego di Nick Cave.

Le varie lettere di un’esistenza

Sono a lato dell’evento, molto defilata, vedo il proscenio in diagonale. Inizia un brano. Questa musica che forse impropriamente chiamo jazz, che sa di anni Venti-Trenta, che sta in mezzo a luci rosse contornate di fumo, cosa racconta? È leggera, spensierata, pare dica la giovinezza e le possibilità belle che la vita in quel tempo riserva.

L’afflato della misericordia

Quattro sedie di legno messe in fila sul palco. Alcuni giocattoli, anch’essi di di legno, colorati. Forme e colori sembrano antichi, di un altro tempo, un tempo semplice, lontano, povero.
Calano le luci, si riaccendono... ed ecco le sedie occupate da tre donne e un uomo-bambino.

Tra vita e morte, le tracce enigmatiche della Valdoca

Solitudine
Adolescenza
Trasformazione
Corpo
Ballo
Impazienza
Ebbrezza

La Liberazione e i passi verso la libertà

La data del 25 aprile resta molto probabilmente la più importante della storia italiana, perché segna la Liberazione del nostro Paese dalla dittatura nazi-fascista e instaura le basi della nostra democrazia, fondata sulla solidarietà e sull’uguaglianza, sulla giustizia e sul lavoro – e quindi, traente legittimazione dal popolo tutto, finalmente protagonista e partecipe.

Ecocardiogramma del terremoto – Irpinia, 23.11.1980

Avellino. Domenica 23 Novembre 1980, ore 19:34. 
Quarant'anni dopo. Quarant'anni e il ricordo è intatto, presenza costante.
Mio papà stava guardando la partita di calcio serale (quel giorno c’era Juventus – Inter), un rito irrinunciabile, a quei tempi, in Italia, della (altrimenti solo) santa domenica.

Lo scandalo Polański e la resistenza femminile

“The history of men’s opposition to women’s emancipation is more interesting perhaps than the story of that emancipation itself”
(Virginia Woolf)

  

“‘Perché potete girarla come volete, la vostra idiozia della separazione tra l’uomo e l’artista – tutte le vittime di stupro di artisti sanno che non c’è nessuna divisione miracolosa tra il corpo violentato e il corpo creatore. Ci portiamo appresso quello che siamo ed è tutto. Venite a spiegarmi come mi dovrei sentire a lasciare la ragazza violentata fuori dalla porta del mio ufficio prima di mettermi a scrivere, banda di buffoni’. Adèle si alza e se ne va”.

Dialogando con Marta Cuscunà

Al Teatro Biagi D’Antona di Castel Maggiore è andato in scena lo spettacolo scritto, diretto, recitato e prodotto dalla talentuosa Marta Cuscunà È bello vivere liberi!: un racconto splendido, che narra la vita di una giovanissima staffetta partigiana, Ondina Peteani, che con l’entusiasmo dei suoi diciassette anni, si unì alle lotte per la Liberazione dalla dittatura fascista.

L’emozione delle cose ancora possibili

L’ultimo spettacolo del Teatro Valdoca è un “rito sonoro” di Mariangela Gualtieri, dal titolo Nostalgia delle cose impossibili. Si tratta, di fatto, di una rappresentazione poetica, di un dono lirico allo spettatore. La Gualtieri è sola sul palco di una Sala Assoli gremita e in ossequioso silenzio. È vestita d’intrecci di bianco e turchese. Con quel suo viso dolce e l’espressione timida sembra una fata e incanta delicatamente la platea. Un immobile, soave, effondersi di magia nello spazio sospeso. Braccia conserte, occasionale, lieve dondolio.
Il minimo indispensabile per un’esibizione che diviene sensazione di totalità interiore e percettiva.

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