“Quando tutto manca, quando tutto ci delude, quando tutto appare come una disfatta irreparabile, forse una sola cosa mi resta sempre: 'a voce. È questa, per me, il piccolo scoglio su cui mi ritiro davanti alla visione di perigliose acque da cui sono scampato”.

Enzo Moscato

Michele Di Donato

Iperbole contemporanea

Gremisce il Ridotto del Mercadante folla che s’accalca assiepata, in modo da contribuire a far sì che l’aspetto d’uno studio televisivo ricreato in scena sia più che mai veridico; da lontano persino il palco sembrerebbe essersi fatto appendice di platea (c’inganna fatamorgana, son sagome cartonate che ricreano, fittizio e fasullo, il pubblico fittizio e fasullo d’un interno televisivo). Ancora non sopisce vociare di sala che, quasi a sorpresa, un assistente di studio comunica l’essere “in onda”; d’un tratto s’è affidati alle cure d’un anchorman dal piglio esaltato che s’avvia a celebrare il rito catodico della persuasione occulta, complice una “valletta” dall’inequivoca mascolinità, brutalmente rimarcata dal suo stesso nome, “Bestialitat” (ne veste i panni l’ottimo Daniele Russo).

Sodoma e camorra

Cuori neri, rischiarati a scacchi da luce che penetra intermittente all’interno di una chiesa sconsacrata; cuori neri, avvolti dal buio d’un destino ineluttabile, fatto di morte e rimozione; cuori neri, nel cui fondo, più nero del nero, alberga sentimento d’impotenza, frustrazione, negazione del proprio essere, irreggimentato nei codici del sistema criminale. E il sistema criminale non consente l’esercizio delle libertà individuali, dell’autodeterminazione, non consente nemmeno il crogiolo d’un sole all’aperto inalando il salmastro del mare, ma solo il confino coatto in quello che fu un luogo di culto: cupe e tragiche, due figure, Pietro e Tommaso, riparano in una chiesa sconsacrata dopo ogni loro malefatta, una chiesa sconsacrata da cui “pur’ ‘e santi so’ fujuti”; testimonio a reliquia di questa fuga un angelo decapitato in cima all’altare.

La pienezza del vuoto

Il vuoto. Che cos’è il vuoto? Per carità, non ci si impegoli in disquisizione filosofica; ci preme piuttosto ragionar sul vuoto che c’è d’intorno, come qualcosa che ci appartiene e ci pertiene e che talvolta, tentando goffamente di riempire, ci fa sentir misere goccioline in enormi cisterne grigie e mute. Quali sono queste cisterne grigie e mute? Le città in cui viviamo, piene di gente e vuote di vita intellettuale; o quantomeno città in cui le gocce di vita intellettuale si centellinano in cisterne separate in guisa di compartimenti stagni.

Federico Garcia Lorca, anima dalle azzurre stelle

Sala Ichòs e la sua piccola folla d’un sabato sera di fine novembre; l’atmosfera, come sempre, sa di vino e familiarità. Vi si omaggia Federico Garcia Lorca. L’omaggio al poeta s’affida a tre figure, due musici e un narratore; quest’ultimo ha l’aria familiare e la rassicurante bonomia del seriale preserale televisivo (Lucio Allocca). L’accompagnano una voce, qualche percussione e un paio di chitarre (Lello Ferraro e Antonio Chioccarelli).
Federico Garcia Lorca è lì, in un angolo, scruta dal basso una scena che gli fa posto; una sua foto, come votiva, accampa a scranno una sorta di comodino che drappeggia porpora.

Il Sancarluccio tra angeli e demoni

Un teatro che chiude è carne che s’espianta dal corpo vivo di una città. Un teatro che chiude è fiato d’attore che si spegne, è assito che s’impolvera, parola che s’ammutola.
Un teatro che chiude è il trionfo del silenzio, è corteo funebre che si snoda quasi inosservato dietro il feretro della cultura. Una cultura assassinata quotidianamente dall’abbrutimento del senso comune e che ormai è abituata a celebrare esequie rituali, sempre con le stesse prefiche a stillar lacrime su lacrimevoli ragioni.

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