“Quando tutto manca, quando tutto ci delude, quando tutto appare come una disfatta irreparabile, forse una sola cosa mi resta sempre: 'a voce. È questa, per me, il piccolo scoglio su cui mi ritiro davanti alla visione di perigliose acque da cui sono scampato”.

Enzo Moscato

Mercoledì, 26 Giugno 2013 02:00

Africa stereotipa

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L'ultimo spettacolo dell'ultimo giorno di Festival è un focus sull'Africa, sugli ultimi del mondo, su quella fetta di mondo vessata dagli interessi egemoni dei potenti, che schiacciano in una morsa di sorda sopraffazione le istanze di crescita di quei popoli che hanno dovuto patire l'ingiuria del colonialismo e delle sue derive parossistiche.

Une nuit à la Présidence è una sorta di apologo, un pamphlet politico non scevro dal ricorso a retoriche convenzionali, che vuole offrirsi come spaccato simbolico delle contraddizioni che attanagliano i Paesi africani, riuscendo solo in parte a scendere sotto il pelo d'una superficie che è all'ingrosso già ben risaputa e che andrebbe invece più scandagliata. In altre parole, la perplessità che induce e suscita la rappresentazione di Jean-Louis Martinelli verte su quanto utile e significativo possa essere l'approntamento di un apparato retorico – sia pur dignitosamente congegnato – a rendere un servigio alla causa dei popoli africani, e quanto non sia piuttosto un'operazione dalla quale promani il senso del già visto e dell'intento palesemente ddascalico.
Il gioco del teatro che si mette in scena è quello di un'evidente dialettica chiaroscurale, che tenta di gettare un fascio di luce chiarificatrice – e avvolta da un chiarore costante è tutta la scena – sulle contraddizioni politiche e sociali di uno Stato africano (che potrebbe essere il Mali, ma potenzialmente anche uno qualunque dei tantissimi altri Stati in cui si riproducono le dinamiche post-coloniali).
Spettacolo in lingua francese con sopratitoli, ci si annuncia che, per precisa scelta registica, non tutto verrà tradotto; a differenza di chi è in scena, rischiamo di sbiancare all'idea che la nostra conoscenza dell'idioma d'Oltralpe si limita a “bonjour”, “je suis desolé” e qualche altra espressione da frasario idiomatico. Tuttavia ci si rende ben presto conto che la comprensione è agevole.
L'ambientazione ricrea l'interno d'una residenza presidenziale, in cui dimorano un Capo di Stato africano e la di lui First Lady. La dialettica chiaroscurale cui si faceva cenno sopra è evidente già negli arredi di scena: due divani si fronteggiano, l'uno bianco, l'altro nero. E, la dialettica chiaroscurale tenta di dipingersi e sfumarsi nelle sfaccettature in cui si declinano le mille situazioni critiche dei popoli africani, dalla barbarie dell'escissione perpetrata nei confronti delle donne al banditismo rapace con cui le potenze del cosiddetto “mondo civilizzato” s'appropriano delle ricchezze materiali dell'Africa con la connivenza di regimi genocidi e opportunisti.
La cattiva coscienza dello sfruttatore si traduce nella figura di un investitore straniero, rappresentante degli interessi della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale, uomo bianco tutto di bianco vestito, che giunge dal Presidente per negoziare accordi economici tutt'altro che ispirati a filantropici slanci verso la popolazione locale.
Contestualmente, al palazzo presidenziale sono stati invitati, allo scopo di intrattenere l'ospite straniero, gli artisti del Paese, i quali, come una sorta di coro greco, si esibiscono in cospetto del loro Presidente (un hypocrités in tutte le declinazioni di senso), facendosi portatori delle istanze inappagate di un'intera collettività, dei patimenti di un popolo che porta impressi nell'anima i solchi della sofferenza e si vede costretto ad immolarsi ad un destino incerto di migrazione, spesso senza fortuna né speranza di ritorno.
Ovviamente, nella miope prospettiva del Presidente, agli artisti non si riconosce un ruolo culturalmente attivo e significativo, ma unicamente un compito di distrazione e disimpegno; distrazione e disimpegno che si pretenderebbe anche dalla donna cui è stato affidato il ministero della cultura.
Tra i mali dell'Africa, la prostituzione, esemplata in scena da una delle cantanti chiamate ad esibirsi, diviene metafora lampante dello sfruttamento bieco cui la popolazione viene sottoposta, espropriata dei propri beni e della propria dignità, costretta a soggiacere alle prevaricazioni dei più forti, privata dell'arbitrio di decidere del proprio destino e persino del proprio corpo.
Ci troviamo difronte ad un'Africa deprivata – con la connivenza colpevole dei propri governanti, demagoghi e populisti foraggiati dalle nazioni egemoni – della propria sovranità e persino della propria identità culturale, venduta per un piatto di legumi ai nuovi ricchi del mondo (ed è il momento più bello dello spettacolo, quando gli artisti africani, guidati da un video dimostrativo, eseguono, come compitando, We are the World in cinese, emblema ad un tempo dell'espropriazione culturale e dell'aiuto posticcio).
Eppure c'è ancora una voce critica che si rifiuta di venir meno al proprio ruolo sociale, che è quella degli artisti stessi, i quali continuano a farsi portavoce dei bisogni reali del popolo, ricusando “l'aiuto che non aiuta”. Nelle parole del leader carismatico Thomas Sankara, pronunciate ad Addis Abeba nel 1987 alla riunione dell'Organizzazione per l'Unità Africana (OUA) e riportate dagli artisti in scena è impossibile non riconoscere la legittimità e l'ineccepibilità delle rivendicazioni di diritti basilari ancora calpestati.
Parimenti, va detto che Une nuit à la Présidence poco riesce ad andare oltre l'apologo, pur condivisibile, lasciandoci col rammarico di non aver potuto raccontare qualcosa di più intenso e profondo; lasciandoci prendere commiato col nostro scarnissimo frasario francese che traduce il rammarico di ciò che sarebbe potuto essere e non è stato in poche parole che sospiriamo a fior di labbra guadagnando l'uscita: “bon nuit“ e “je suis desolé”.

 

 

 

 

Napoli Teatro Festival
Une nuit à la Présidence
testo e regia
Jean-Louis Martinelli
in collaborazione coni Aminata Traoré
con Bil Aka Kora, Malou Christiane Bambara, Jeannette Gomis, K. Urban Guiguemde, Nongodo Ouedraogo, Odile Sankara, Moussa Sanou, Yannick Soulier, Blandine Yameogo, Wendy e il musicista Adama Koné
con la partecipazione di Yiomama H. Lougine
musiche Ray Léma
scenografia Gilles Taschet
luci Jean-Marc Skatchko
coproduzione Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia, Théâtre Nanterre-Amandiers, Traces Théâtre
con il contributo di ACP Cultures+ de l’Union européenne e Fondation Passerelle (Mali), La Spedidam
con il sostegno di Institut Français e Nuovi Mecenati – Fondazione franco-italiana di sostegno alla creazione contemporanea
paese Francia e Burkina faso
lingua francese con sopratitoli in italiano
durata 1h 45'
Napoli, Teatro Mercadante, 23 giugno 2013
in scena 22 e 23 giugno 2013

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