“La vita costringe l’uomo a molte azioni spontanee”

Stanisław Jerzy Lec

Venerdì, 08 Novembre 2013 01:00

Tre atti per tre fughe

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Un grido, uno squarcio. Tre storie, tre quadri, tre modi diversi di urlare un fremito di rivolta. Marina Confalone torna in scena, in formazione con Giovanni Martino e Mario Di Fonzo, per affrescare in ribalta una quadreria partenopea che ha il gusto amarognolo del disincanto e, perché no, anche del livore sotteso all’amore che si porta per una città come Napoli, matrigna e crudele.

Il sentimento comune che anima le tre storie è l’anelito di fuga, il desiderio di sottrazione ad un’egida costipante, a cui fragili creature sottostanno covando più o meno segreti propositi d’evasione.
In tutte e tre le scene, atti unici e indipendenti legati da un comune disegno, vi è come una bipartizione della scena, fra efferatezza e purezza nel primo quadro, fra infanzia e mondo adulto nel secondo e soprattutto, più stratificata e composita, fra racconto reale e proiezione ideale nel terzo (decisamente il migliore dei tre).
I cani del primo quadro sono gli efferati spolpatori di questa città, camorristi il cui sistema di valori impregna di putrido il tessuto sociale. Ad esemplificarlo sulla scena, il dialogo fra un boss e sua figlia nel giorno in cui lei andrà sposa ad un suo luogotenente; lui, un uomo che veste gli abiti sgargianti del capobastone, ha il tono ieratico del mammasantissima, un telefonino che cinguetta le note de Il Padrino ed è tutto preso dall’organizzazione faraonica delle nozze della figlia; lei, Rosetta, donna sfiorita dagli anni e sciupata nella mente da un trauma infantile, è creatura che vive nel mondo dell’irreale, costruitole attorno come una bambagia che la isolasse dal male che la circonda e che lei appare incapace di decrittare; una sorella gemella uccisa bambina in una vendetta trasversale, un percorso di crescita umana mai portato a compimento, che sembra poter trovare legittimazione in un matrimonio che è sanzione formale dei rapporti di potere interni alla famiglia. Ma è qui, nell’urlo ingenuo che rifiuta la normalità bestiale, che nasce, candida come l’abito indossato controvoglia, la rivolta ed il desiderio di riappropriazione di una vita negata, la volontà, ingenua ed istintiva di sottrarsi all’inspiegabilità di certe dinamiche. La scena si bipartisce per raccontare la dicotomia fra i due sistemi di valori, fra irreale ed iperreale, un diaframma trasparente sembra delimitare i due ambiti, come fosse la linea di demarcazione, invisibile e pure esistente, fra ciò che è e ciò che potrebbe essere, fra bestialità e candore.
Nel secondo quadro (Il sorriso del pescatore) ritroviamo una Marina Confalone in abiti da ragazzetta che giochicchia intorno ad un piedistallo su cui è inastato il busto ridente d’un pescatore; creatura abbandonata a se stessa da una madre che la scena proiettata sullo sfondo lascia immaginare presa dal gioco delle carte e da discussioni frivole intorno ad un tavolo di cristallo in un interno alto-borghese, la ragazza racconta al busto sulla scena, proiezione bronzea del suo desiderio di fuga, i propri sogni e le proprie marachelle, danzandovi attorno minuetto di confessioni. Anche qui al gioco della bipartizione scenica è affidata la delineazione di un contrasto, fra l'indifferenza adulta e la potenziale pericolosità di un'infanzia abbandonata a se stessa.
Ma è soprattutto in Fuitevenne, terzo atto della messinscena, che il senso profondo dell’opera teatrale si manifesta con pienezza e pregnanza. Qui l’espediente poetico vede bipartirsi la scena fra una madre disperata ed un figlio suicida e tutto il dialogo che intercorre fra i due, splendidamente illuminato in un gioco di contrappunti focali, si immagina svolgersi durante il fatale balzo, durante il tragitto dal salto nel vuoto all’impatto col suolo di un giovane deluso e frustrato dalla mancanza di possibilità offerte da una città asfittica e clientelare. Una donna ed il suo dolore sul piano del palco, la reviviscenza proiettiva dell’ombra di suo figlio, sospesa su un invisibile piedistallo a mezz’aria di cui è illuminato solo il busto. Egli vagheggiava un sogno chiamato Parigi, si ritrova a vedersi passare un’esistenza intera davanti agli occhi durante la caduta, nell'intervallo che passa fra l'istinto e l'impatto. Un grido, uno squarcio, una caduta nel buio, una rinuncia alla vita ed un abbraccio all’oblìo: ambizioni deluse, sogni infranti, si sublimano in un desiderio di fuga che s’ammanta della buia coltre del suicidio.
Fuitevenne, drammaturgia tripartita, offre tre atti di fuga, sceneggiati con sostanziale semplicità, recitati ottimamente e convincenti nella loro costruzione scenica; tra i tre lascia qualche perplessità drammaturgica il secondo (Il sorriso del pescatore), forse non sufficientemente ‘denso’ dal punto di vista della scrittura.
Un grido, uno squarcio, un desiderio di fuga: Fuitevenne, imperativo categorico di eduardiana memoria, riporta su palco quell’ambivalenza del sentire che sovente permea chi vive Napoli (ma è discorso estendibile a molte altre realtà) e le sue contraddizioni.

 

 

Fuitevenne
drammaturgia e regia
Marina Confalone
con Marina Confalone, Giovanni Martino, Mario Di Fonzo
produzione Opera Teatro – Il Teatro Coop. Produzioni/Galleria Toledo
foto di scena Andrea Falasconi
lingua italiano e napoletano
durata 1h 20’
Napoli, Galleria Toledo, 5 novembre 2013
in scena dal 5 al 17 novembre 2013

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