“Che diamine, se sapessi chi è Godot non credete che l'avrei detto nell'opera?”

Samuel Beckett (ai critici)

Martedì, 22 Giugno 2021 00:00

Trema ancora la stella a cinque punte

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Trema ancora, Luca. Persico. Zulù. Mr. Hyde. T.D.M. Trema ancora, e a lungo, dopo esser sceso dal palco. Trema di luce propria. Trema, ce lo confessa anche lui, non come quando, nel secondo decennio, era preda di invisibili pruriti. Trema come quando scendeva dai palchi dei grandi concertoni del primo maggio. Vibra per scaricare ‘la botta’, quella sana, di adrenalina che è salita e che ora deve scendere giù.

È stata una botta, la sua e la nostra. La sua vita e la nostra appresso a lui. E di questo ci ha parlato, per un’ora e mezza, sotto il cielo coperto del bosco di Capodimonte, la seconda serata del Campania Teatro Festival 2021. Vibra lui, e con lui noi, dei ricordi più belli (prima che si chiudessero dietro i cancelli di una vita portata in faccia e sulla fedina di fideistica militanza, coerente come pochi, anzi pochissimi). Dei concertoni quando c’era la censura quella vera, da parte di mamma RAI, di comunisti senza Rolex. Del magico tour Opposizione del ’94. Della colonna sonora di “un film più o meno famoso”. Della fusione a tempo determinato con un gruppo dal sassofono antifascista per eccellenza. Gli anni di Meg e degli altri. Gli anni della Posse. Gli anni di disprezzo gridato contro la malapolitica. Contro un Bassolino che ora torna (il nuovo che avanza?). Gli anni contro la Bossi-Fini. È stata una botta e un grido lungo, mai sordo né domo, che ancora non si ammutolisce, che tratta di tutto e trita e frulla, e col quale si può essere più o meno d’accordo, in certi momenti, su determinate cose, ma che dalla sua ha una forza che pochi hanno avuto prima e nessuno ha avuto poi. La forza di allargare le braccia e gettare se stesso, le proprie idee e i propri errori, in pasto al pubblico, in questo che è un reading, un concerto, tutto questo e altro ancora insieme. E lo fa caricandoci tutti fra le spalle, offrendo il petto tatuato ai colpi, con disarmante onestà intellettuale, sciorinando principi e valori a colpi di beat. Tracciando una linea e facendo i nomi, senza filtri, fermo e senza tremori, quando si tratta di assumere una posizione. Specie quelle scomode. Soprattutte quelle contrarie. Come facevano gli intellettuali di un tempo, quelli delle borgate e non quelli borghesi.
La sera del 14 giugno Pino Carbone e Anna Carla Broegg mettono in scena i fantasmi del ‘retaggio di un passato’. Perché servono. Perché ci mancano e perché non possiamo dimenticarli. Tre atti, come i fantasmi che vengono a trovare Scrooge in una sola notte. Tre atti che sono tre decadi in paranza. E lo fanno rendendogli onore e gloria, tributandogli omaggio e dandogli lo spazio che merita, quasi sottraendosi, per collocare meglio, al centro del palco, lui e la sua storia. Disponendogli una scenografia scarna: set di combibox multiuso e modulari, trasparenti come il nostro eroe, contenenti le sue storie, le sue sconfitte, i suoi nemici in parata selvaggia e visibile. Tutto se stesso smembrato e inscatolato, destrutturato e scomposto: gli organi ancora caldi per una musica mai fredda che i tassidermistici curatori dello spazio scenico hanno saputo estrarre in corpore vili e disporre in set di canopi che verranno unboxati a nostro uso e consumo, per narrare quella “vita intera come sbirri di frontiera / in un paese neutrale”, come fossero le novantadue valigie di Tulse Luper. Ma sono passati trent’anni e ormai possiamo dirlo senza timore che non sono stati “anni persi ad aspettare... (qualcosa? Qualcuno? La sorte? O perché no la m...?)”.
Arriva nel terzo atto quel qualcosa, o meglio, quel qualcuno per cui val la pena aver atteso tanto. La Nennella che darà un senso al tutto, traghettando il nostro eroe fuori da una decade buissima, vissuta quasi (quasi) nell’incoscienza di sé, che si profila in Piazza Alimonda ed esplode nella Diaz (dice bene Francesca De Nicolais, qui alter ego di Pino Carbone: un lutto nazionale e generazionale da cui non ci siamo mai ripresi. Perché questa sordida Italia, a differenza di Luca, langue dimentica di se, non si fa i propri lutti, non ci passa attraverso, non li elabora, e quindi non fa tesoro delle pagine più nere della sua nerissima storia. E quanto più quest’Italia dimentica, tanto più Luca pare non farlo, e costringerci a non dimentiCarlo quello che è Stato, Genova 2001, di cui proprio in questi giorni ricorre il ventennale).
La compagna/sposa/madre che lo tira fuori dai giri quelli brutti, dalle dipendenze terribili, che appannano, dagli amici/nemici, voltafaccia, buoni quando c’è da spartire, giudici quando assale il bisogno. Questa è una storia dei nostri tempi, una storia di speranza, per Luca (e per tutti noi di riflesso) nonostante tanto rabbioso odio per ogni ingiustizia, portato con sdegnosa fierezza, che Luca si vive con fame e si sente dentro (troppo, e chi troppo sente deve smettere e poi cade, talvolta troppo in alto per rialzarsi. Nemmeno quelli ci dimentichiamo, e la citazione d’un altro gruppo storico, “Non dire una parola che non sia d’amore”, pure dev’essere un’aggiunta che non può cadere, casualmente, il giorno dopo la torciata del Bassai Dai del giorno prima. Quel giorno in cui si tiene da anni un corteo notturno, fra i fuochi dei bengala rossi nella notte di Sant’Antonio anziché di San Giovanni, quando s’addà appiccià tutto il centro storico, come una colata lavica, e la militanza si riprende la sua piazza, solo una notte, come una rasoiata, spingendo via tavolini e turisti, per ricordare Lollo). E nelle storie dei nostri tempi anche l’odio è buono, se è mosso d’amore. Amore per l’altro che soffre ingiustamente. Solo che è troppa l’ingiustizia. Troppa la sofferenza. E quindi troppo l’amore offeso. E per quanto puoi aver imparato a cadere, serve qualcuno che ti faccia rialzare. Ed è giusto, di ‘sti tempi, e per nulla sorprendente, che a farlo sia una donna.
S’è rialzato lo Zulù e ce lo sbatte in faccia. Come De Niro che ancora in piedi sul quadrato non cade. Come Diego che nel ’94 torna a sognare e a segnare. Cita un altro Pino, Daniele, e non è un caso, perché quel che possiamo dire con certezza, in questo 2021 privo di certezze, è che lui è il nostro ultimo cantore. L’ultimo con qualcosa da dire. L’ultimo significativo e storico che è proprio come Bovio quando dice: “Je so’ napulitano e si nun canto moro”. L’ultimo aedo di una generazione scomparsa ma non silenziosa, che alzava il suo canto (possiamo dirlo?) civile contro la desistenza culturale, il disimpegno, l’edonismo, l’imborghesimento, strappandoci dalle nostre comfort zone fatte di tastiere e divani e riportandoci nelle piazze di spaccio e nei cortei. Scrollandoci di dosso le nostre sicumere. Soffiandoci in faccia un po’ di realtà, senza infiocchettamenti e turiboli incensanti. Facendoci male prima che poi staremo meglio poi. È un fantasma a sua volta, Luca, il fantasma d’un sogno finito a soccombere contro la peggiore della realtà, partorito dalle peggiori insonnie della ragione. Era il nostro sogno, non l’american dream, ma quello di un altro mondo è possibile (ora si dice che è necessario). Il nostro ultimo poeta civile. Il nostro ultimo cantante politico. Quel napoletano che il popolo lo ama, lo sente e vi parteggia, vi si immerge per mimarlo e comprenderlo, per entrarci in empatia, e non sta lì a giudicarlo dall’alto delle colonne degli editoriali o sputando sentenze legalitarie dalla cima delle classifiche dei longseller. Lui che nelle case dei puffi c’è stato non col taccuino del testimone ma con l’abbraccio del fratello che lì ci va per amare/difendere/comprendere, come Felice Pignataro prima di lui. Questo forse è il napoletano che più ci manca oggi, e più ci servirebbe (ma ne sapremmo riconoscerne il bisogno?): che i nomi li fa, ma per davvero. E che ci ingloria. Perché ancora trema e soffia e lo farà ancora, la sua voce. Lo ha fatto per trent’anni, anche in sua assenza. C’era di che essere orgogliosi quando, a ogni corteo, a ogni manifestazione, contro ogni ingiustizia, lungo tutta “quest’Italia bastarda di galera e fritti misti / dove sei uno di loro oppure non esisti”, la casse mandavano la sua voce e si alzavano i pugni e sventolavano bandiere, marciando, sotto le sue parole scandite, come fosse un Dylan o un Guthrie di Secondigliano. È invece è un Cyrano laureatosi all’Università di Secondigliano. Lo dice Pino per bocca sua e lo dice Luca stesso, alla fine, riprendendo i versi di Rostand, nel secondo finale del terzo atto, che è un lungo monologo, la preview dell’ennesima incarnazione di questa sua trinità se non blasfema certamente eretica.
Ma tante altre sono ancora le scene che impressioneranno il pubblico di uno spettacolo che dovrebbe girare assai di più di un debutto in un bosco. Al di là della spoliazione iniziale, con cui Luca si disfa di tutti i piercing, gli ammenicoli e il finto pizzetto caprino, molto suggestiva, ci sta certamente il momento, a lungo rimandato, in cui finalmente torna a fronteggiare il suo pubblico, rompendo la quarta parete. Se all’inizio, infatti, recita prestando il fianco, quasi sempre di profilo, arriva a metà spettacolo finalmente lo switch. E avviene in uno dei momenti più belli. Dopo la prima metà in cui lo struggente violino di Edo Notarloberti ha imperversato, col suo archetto che si accaniva come sega impietosa d’un medico condotto nelle nostre trincee, Luca rifà, per la seconda volta, “un pezzo più o meno famoso” (va bene... un altro), in un’altra versione. È Giuanne Palestina, una canzone su e per un ultimo, un marginale, un invisibile, che solo lui avrebbe potuto scovare, scrivere e cantare. Mette il beat e ce lo spara in faccia e smette finalmente di darci il fianco e ci si riversa finalmente contro. E i cinquant’anni non ci sono più e Luca torna ad averne trenta. E sembra riuscire a restituirci ai nostri ricordi di gioventù. I tanti concerti, sotto i palchi a danzare, a bere e a pogare. E a pensare. Ha le guance scavate ora Luca, come hanno avuto tutti i nostri grandi eroi, sempre rosi da dentro. È sottopeso, quasi la sua storia l’avesse scavato da dentro, e la maglietta nera, con la scritta PAROLA, è tirata, per quanto se ne stia ingobbito, tesa dietro le scapole che quasi la fendono, come ali strappate d’un angelo caduto. Nulla di nuovo sotto un sole che nessuno ha avuto abbastanza coraggio di guardare negli occhi. Qui nessuno ha scoperto che la bestia da palco dello Zulù è capace anche di ruggire un teatro-canzone. Potevamo arrivarci già. Ce lo ricordavamo ai tempi di Al Mukawama in Fame chimica (2004, inizio seconda decade di questo nostos omerico durato il triplo del tempo che è l’odissea personale dello Zulù). Era sotto gli occhi di tutti. Luca padroneggia i tempi, ha la risposta pronta da guitto, il gusto dell’improvvisazione di un attore navigato e scafato. E tanta fame di dire. Recita anche solo reclinando il capo all’indietro, sollevando il mento affilato, stringendosi fra le spalle. Gli basta masticare a vuoto per rubare una scena e portarsela a casa. Perché? Come?
Perché chi vive la strada deve saperlo fare. Come tutti quelli che si laureano sull’asfalto lui sa. Apparire. Fronteggiare. Vilipendere. Improvvisare. Riciclarsi continuamente. Cadere e rialzarsi in una schermaglia di motteggi in freestyle old school, quasi vintage, come un Eminem della 167, dove ti giochi reputazione e tutto in un angolo di strada. Ma non è recitare. È verità. La sua non è stata mimesi. Lui in quelle strade ci ha vissuto, mangiato e respirato. Si è spinto dove nessun altro voleva andare. Lui ci parla la lingua del grande rimosso della nostra esistenza borghese e morbida: la spigolosa periferia suburbana, abbrutita e scagliata lontana dal centro. Col suo slang arruffato, biascicato e ciondolante. Luca ha amato il popolo (non solo quello napoletano, ma quello di tutti i Sud del mondo), vi si è mischiato, ci ha respirato e mangiato, ha voluto comprenderlo, ci ha compartecipato e ci è caduto insieme, come un messia del ghetto, rinunciando ai suoi privilegi di nascita, censo, ceto e cultura, anzi tradendola quella cultura borghese e facendo anticultura cantando, con amore amaro, quelli per cui nessuno voleva parteggiare. I detenuti. I tossici. Gli spacciatori. Gli indesiderati. I mariuncielli. I travestiti.
Il 14 al Bosco noi siamo andati a esperire un rituale. A marcare un segno. A portare un omaggio. Riconoscenti del riconoscimento. Tappa d’un pellegrinaggio laico, non ci si poteva sottrarre. Ridire (dire di nuovo, ridirsi tutto, autonarrarsi, reimmergersi nel proprio fiume interiore e scoprirci nuove correnti – come Luca confessa d’aver fatto ricantando L’anguilla – perché la canzone è rimasta la stessa ma è la nostra autopercezione a essere cambiata) è questo che è: atto di riappropriazione del sé per un’intera generazione verso qualcuno che ne ha fatto (cantandola) la storia, solamente essendoci, solamente stando lì, così com’era, senza mai mentirci, cantandocele e suonandocele. Francesca De Nicolais ribatte a Luca che preferisce la parola “condivisione” ad “appartenenza”. Ci può anche stare. Ma forse Luca è gaberiano, o forse lo siamo noi che siamo andati lì perché intorno a questo cantante, ovunque lo si senta, si rifonda una comunità. Fatta di chi lo ama. Di chi lo segue. Di chi non rinuncia ad amarlo (anche di chi lo odia: i leghisti e non solo, i fasci, i guardi, i nemici rostandiani). Di chi vuol comprenderlo e anche perdonarlo (fra noi d’una comunità ci si apprezza per i nostri punti di forza, certo, ma è per quelli di debolezza che ci amiamo). Parteggiamo per Luca. Ci riconosciamo in lui. E lo difenderemo sempre e comunque. È la parte buona di noi, quella che riesce a fare le cose di cui noi non siamo capaci. E io voglio sperare e credere che anche Luca, come Gaber, senta di appartenere agli ultimi perché li sente dentro di sé e perché in tutto questo tempo è sempre stato capace di sentire nel più profondo qualsiasi ingiustizia, commessa da chiunque, in qualsiasi parte del mondo.
Ci vuol coraggio ad amare il popolo. Perché l’amore per il popolo è il più puro, vero, disinteressato, controproducente e tossico degli amori. Significa amare qualcuno che, lo sai, non lo apprezzerà mai. E anzi te lo ritorcerà contro. E ti ripagherà con disprezzo e ingratitudine. Ma tu lo amerai lo stesso. E lui lo saprà – ma non cambierà. E lo porterà al limite. Ti porterà al limite. Fino a fartene morire. E lui lo saprà, e pur sapendolo lo farà lo stesso. E tu comunque non potrai giudicarlo. Perché il popolo è puro, animale, istinto, indifeso, sempre innocente, anche quando colpevole, mai giudicabile. Insomma, al di là del bene e del male di ogni morale che per lui è lusso. Lo amerai, il popolo, ma non lo comprenderai mai. Lui non ti riconoscerà mai, anche se sarai il suo eroe e l’unico che prenderà le sue difese. Sarà incostante con te. Vigliacco. Ma gli perdonerai tutto – e lui lo sa. Non è paternalistico voler essere popolari. Non è paternalistico definire il popolo puro, bambino o cucciolo. Lo amerai senza poterci fare nulla. E il tuo amore, per il quale tradirai tutto il resto, e tutti quanti gli altri, persino te stesso: ti condannerà a sentirti sempre solo. Così ama chi ama il popolo: disamando se stesso. Fino all’ultimo brano. E stare dalla parte del popolo (e quindi di Napoli) oggi significa più che mai stare dalla parte del debole, del povero, dell’oppresso, dell’escluso, dell’invisibilizzato e del diverso. Stare dalla sua parte anche se lui non ti vuole, perché nessun altro vuol starci.
E quindi grazie. Grazie a Pino Carbone che ci ha restituito ‘O Zulù e la nostra storia, e gli ha costruito intorno uno spazio scenico per riportarcelo senza ridondanti orpelli, quasi disadorno ma fedele, in una drammatizzazione scabra ma potente ed efficace, metateatrale ma con garbo e piglio autoironico (“Chest’è ’o teatro” dice a un certo punto uno spaesato Luca), in cui inscena il suo incontro col frontman dei 99 Posse (questo è anche l’anno del trentennale di Officina) e il tentativo impossibile di esaurirne la poetica. In tal senso c’è dentro inespresso il meraviglioso fallimento di un autore che sceglie di soccombere bernhardianamente allo sterminato talento del suo attore. Il conflitto latente, l’amorevole rivalità fra un regista e l’attore, fra il creatore e la sua creatura, fra il padre e il figlio. Ovviamente smussato, niente di tanto feroce e tutto in latenza, ma si intravedono in filigrana gli ingranaggi nascosti di questa mise en scéne, i passaggi mentali del regista su quale fosse il processo migliore per meglio valorizzare, senza imbrigliarlo ma nemmeno esserne fagocitati, quest’animale da palco. Non siamo dalle parti di Herzog con Kinski, come rapporto di amore/odio, ma forse da quelli di Doyle e Sherlock sì. Quel che è certo, e che è bello a vedersi, è che questo spettacolo è anche la storia di questo incontro. E Francesca De Nicolais è brava nel restituircelo. Nel non lasciarsi mettere alle corde (dopotutto indossa i guantoni, come l’abbiamo già vista fare in Luci della città/Stefano Cucchi), nel ribattere e arginare Luca, nel frenarlo, talvolta smorzandolo persino. Come fosse uno stallone, non lo addomestica, perché sa che lo tradirebbe, ma prova a incanalarne l’irruenza, che è il suo modo per avere cura di lui e proteggerlo da se stesso. E gli riesce benissimo. È brava quando parla, e gli fa da controcanto, rigettandogli contro le sue stesse parole intonandole diversamente, e ancora di più quando è costretta al silenzio, recitando non in sordina ma in sottrazione, delegando alla sua fisicità (talvolta clownesca, talvolta nervosa ed a scatti, come un’Hilary Swank) l’espressione di tutti gli stati d’animo, come fosse lo specchio in cui lo Zulù si riflette, il suo inconscio che lo controinterroga, lo viene a trovare e vuol pungolarlo.
Una vita in tre atti. Che poi sono tre movimenti: ascesa, caduta e risalita. Al di là del demone della musica, quel demone interiore che ancora lo attanaglia, che lo soggioga e a cui ancora deve soggiacere, c’è da chiedersi se Luca abbia finalmente smesso di correre, finendo per trovarla quella tranquillità, tanta cura per trovarla, sì quella stabilità, quell’onesto stare a galla, con tutte le fragilità del caso. Probabilmente no. Fortunatamente no. Quel calore, che era la musica, ancora non l’abbandona. La ricerca delle parole, anche quando finalmente si è assimilata la lezione/condanna paterna (il non detto, l’inespresso, anche se sono parole d’amore non riusciranno mai a rendere giustizia all’inesprimibile che contengono le vastità del silenzio: altrimenti la ricerca artistica finirebbe, e invece finiamo noi e lei prosegue sulle gambe di qualcun altro), non finisce mai. E perciò Luca, ogni giorno, continua a correre, e fa un giro larghissimo per cercarle, trovarle e fermarle. Solo che ora ha qualcuno da cui tornare e per il quale smettere di correre, per un tratto: il figlio della nostra generazione ora è padre a sua volta. E non gli si poteva augurare un finale migliore di questo.





Campania Teatro Festival 2021
Ridire. Parole a fare male
di
Luca Persico
regia Pino Carbone
con Luca Persico (‘O Zulù), Edo Notarloberti, Francesca De Nicolais
musiche Edo Notarloberti
costumi Rita Russo
aiuto regia Anna Carla Broegg
spazio scenico Pino Carbone
foto di scena Federico Pastore (Agenzia Cubo)
managemente e distribuzione Michele Mele
cura della comunicazione/relazioni con la stampa Rosalba Ruggeri
produzione Musica Posse sas Diego Magnetta & C
in collaborazione con Progetto Nichel
paese Italia
lingua italiano
durata 1h 30’
Napoli, Real Bosco di Capodimonte, Casino della Regina, 14 giugno 2021
in scena 14 giugno 2021 (data unica)

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