“Quando tutto manca, quando tutto ci delude, quando tutto appare come una disfatta irreparabile, forse una sola cosa mi resta sempre: 'a voce. È questa, per me, il piccolo scoglio su cui mi ritiro davanti alla visione di perigliose acque da cui sono scampato”.

Enzo Moscato

Martedì, 09 Luglio 2019 00:00

Queste fantasme

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Ovvero: del teatro Pop-olare non populistico, civile, attraverso il romanzo delle popolane e non del popolino.
Esistono cose che sono inenarrabili. Lo sono per i più svariati motivi. Perché estremamente complesse. Perché troppo dense per essere compiutamente scandagliate. Perché ci coinvolgono troppo. Perché la materia di cui trattano è talmente stratificata che è impossibile qualsivoglia riduzione.

La differenza fra reale e realtà è che della seconda abbiamo coscienza solo tramite la rappresentazione. Questo significa che l’arte non è reale ma è rappresentazione della realtà e quindi, tramite l’arte, riusciamo ad avere contatto col reale ma sempre in modo mediato, filtrato, da cui la grande contraddizione. Credo sia un po’ questo il senso della splendida frase: “Cibati di vita fin quando è vera, anche se non significa che sia reale”.
Una delle realtà più sfuggenti alla sua rappresentazione è sempre stata, e sarà destinata a rimanere tale, Napoli: per tutti i motivi di cui sopra. Contraddittoria, complessa, emotivamente coinvolgente quanto razionalmente inafferrabile. Se fosse una persona sarebbe di quelle che ti porti dietro, inaspettatamente, tutta una vita, o ancora, il cavallo su cui non avresti puntato un soldino d’amore (vd. infra), l’amico scostante su cui non puoi fare affidamento ma di cui non puoi fare a meno, o ancor più quella ragazza che non puoi dire di avere mai amato veramente, nonostante anni di serrati andirivieni, il cui amore per lei, purtuttavia, innocentemente mai ricambiato se non in estatici quanto fugaci sprazzi, ti ha scottato e accompagnato, croce e delizia, per gli anni a venire, come una ferita che ti sei compiaciuto di tenere aperta, rinnovandola di quando in quando, guilty pleasure di cui sapevi di doverti liberare eppure non riuscivi a fare a meno. Un amore che ti fa male ma cui non riesci a rinunciare e sai che sarà sempre lì, capitolo eternamente irrisolto della tua vita. Quelle storie che ti faranno sempre male, quegli amori incompiuti ai quali, ironia della sorte, o forse proprio per questo, penserai sempre col rimpianto dell’idealizzazione. Per parafrasare la l’epitaffio di Robert Lee Frost: “I had a lovers quarrel with Napoli”.
Quindi, l’irrappresentabilità di Napoli. L’impossibilità di tradurla come merita, di renderle giustizia. Eppure a provarci sono tanti. Sfida troppo invitante, avversario troppo succoso per non incrociarci i guantoni. Ma se la si affronta con questo spirito, l’impresa rimarrà invitta e la sconfitta, giustamente, miserevole. No, la strada per una felice rappresentazione di Napoli passa per altre vie. Napoli per capirla devi amarla e, come diceva qualcuno, non capisci se giudichi. No, il segreto sta nel mettere da parte il razionalismo borghese, vedi alla voce La città vecchia di De André. Semplice da dire eppure difficilissimo da calare nel quotidiano, come tutte le grandi, stupidissime, verità.
Oggi, se vuoi provare a vivere una Napoli degnamente rappresentata hai due modi. O recarti al cinema, a vedere il bellissimo Selfie, dove Agostino Ferrente ha capito che non c’era altro modo rispettoso di raccontare una storia che non fosse l’autonarrazione, oppure Sirene, Signore e Signorine di Marina Rippa. Li vedi e poi... che vuoi dirgli? È un puro atto d’amore, un’opera perfetta fatta della materia umana. La modesta recensione potrebbe finire anche qui.
Tre giorni, due repliche al giorno, già sold out da mesi, Sirene, Signore e Signorine è mirabilmente messo in scena da Marina Rippa, Monica Costigliola e Fiorella Orazzo nella, ca va sans dire, splendida cornice di Palazzo Fondi, monolite di bellezza architettonica incontrastato, piantato a Via Medina, a due passi da Piazza Municipio, e di recente restituito all’attraversamento di attività forse più evasive che culturali, in quell’autolesionismo tutto napoletano che coltiva professionalmente la dimenticanza di sé e della sua storia. Ma non stavolta. Attendiamo nel cortile quando uno strascico blu si solleva, come un sipario, dalla balconata monumentale che ci domina. Parte la musica di Capossela mentre, nella migliore tradizione napoletana, le protagoniste dello spettacolo si affacciano, come il 43 della Smorfia, e ci guardano. Come avviene in tutti i vicoli o i fondaci, verminai brulicanti che il Risanamento non ha spianato via. Solo che stavolta non parlano fra loro, ma tacciano gettandoci il loro sguardo, accorgendosi di noi, al di là dei muri scrostati di sale e tufo giallo sbiancati dal sole smozzicante, pronte a stendere le palme delle mani e non più solo i panni, su di noi, per farci entrare nel loro mondo segreto. Dirimpettaie come in Questi fantasmi di Eduardo, ci condurranno in un viaggio contro la smemoratezza, incarnando un fantasma dopo l’altro, conducendoci per mano nella nostra storia comune. Rientrano, coi loro visi cui non bisogna aggiungere niente, sparendo dietro la facciata da ziqqurat napoletano, prima di farci strada, più Sibille cumane che Virgilio mago, per gli scaloni monumentali del vecchio palazzo ferito.
Non esiste narrazione possibile, ormai, finiti come siamo oltre anche il postmoderno, stante la rivoluzione tecnologica della nuova (terza o quarta, chi le conta più?) rivoluzione industriale, che per essere vera e fedele non sia autonarrazione. Questo manipolo di donne di Forcella si presta a mettere a disposizione il loro background di vita, il loro bagaglio esperienziale, il loro vissuto, per narrare di sé. Come? Narrando altro. Narrando altre donne. Anche la scelta di queste ultime, in un progetto in cui nulla può esser stato lasciato al caso per essere così ben riuscito, tradisce un’intelligenza emotiva e un’affinità elettiva assai più che brillanti. Si può parlare, in questi casi, di autori (ma, nuovamente, sarebbe più giusto parlare di autrici in quanto, fra gli altri pregi nella sua faretra, quest’opera è un’opera profondamente, intrinsecamente e indispensabilmente femminile, dove dell’uomo svaporizzato non se ne sente la mancanza: è assente sul palco – che non c’è – e nel retropalco, fra gli attori e i coordinatori, fra i personaggi; sbircia solo nei dialoghi ma mai in maniera volgare o colpevolizzante. Semplicemente non ce n’era bisogno. Come in una piacevole pausa. Piacevole per tutti/e); autori che più che connettersi con link empatici a interpreti che a loro volta si sono completamente avvolte nei corsetti delle vite dei loro personaggi sono entrati in profonda unione di sentimenti con loro. E tutto questo trapela, ed è meraviglioso.
Le donne di Forcella sono le più varie.
Giovani e non, tatuate e non, grosse e minute, belle e ordinarie, alte o tarchiate, timide e imponenti. Sfilano, davanti a noi, i loro visi a pochi centimetri, gettandoci addosso tutte loro stesse, sfiorandoci il cuore, infilando le loro dita (unghiate, tozze, affusolate; di mamme, casalinghe, lavoratrici, figlie, mogli, capofamiglia, nonne, zie) nel nostro costato, lanceolate come la lama di Longino, ma ben più sacre di qualsivoglia reliquia, perché anche se trattano di materia morta mai rappresentazione è stata più viva. Più mimetica. Condotta con uno spirito umanistico che grida per quanto è vivido. Sfilano i loro visi, in danze, in canti, ci guardano da cornici illuminate come le cappelline votive, anime del Purgatorio dannate dalla loro femminilità, in un mondo feudale come quello del patriarcato maschile che non ha saputo, né ancora sa, come valorizzare quel patrimonio di diversità e inclusione che è la parte femminile, ancora negletta, il cui contributo di vitalità ci viene ancora precluso. Come grani di rosario, le loro vite ci vengono sgranate, una dopo l’altra, in questa catabasi amorevole, flash di frame che ci esplodono in faccia, a distanza ravvicinata, come in Canzone, videoclip di un altro grande amatore di Napoli, che passava in rassegna i visi in cui ti imbatti nel centro storico. Un’opera dai mille pregi, dalla femminilità alla sperimentazione, dalla resa perfetta alla scelta dei giusti abbinamenti di visi e storie (per citarne solo alcuni: si va da Tina Pica ad Artemisia Gentileschi, da Maddalena Cerasuolo a Bernardina Pisa, la moglie di Masaniello, dalla Madonna del Carmine – nera, quando non venivano prima gli italiani o quando non li aiutavamo a casa loro – a Partenope), che oltre a esser riuscita a fare un teatro veramente popolare riesce a ridonare dignità a un popolo poco abituato, come quello napoletano, ai riconoscimenti, di cui amano riempirsi la bocca politici, scrittori, poeti e cantanti, ma che non vive nei musei, nelle teche, nei voti o nei quadri. Vive nei vicoli, in strade e autostrade, sul lungomare e alla Pignasecca. Vive e respira, in una realtà parallela, a pochi passi da quella di tutti, rappresentato solo quando fa comodo e nella chiave che fa comodo, ogni volta strumento d’una tesi, macchiettistico o esasperato, stereotipato o semplicizzato.
Rippa, Costigliola e Orazzo, Ri.Co.Or, formano questo tridente magico in grado di raccogliere un testimone scomodo, che spaventa tutti in Italia, dell’intellettuale d’un tempo, quello che non si crogiola nel cinismo disincantato o nell’estetismo edonista fine a sé stesso, ma che ci prova a prestare la sua arte per coprire un ruolo civile. Riuscendoci, per di più. Sembra quasi riescano a fare da cardine fra due culture impermeabili fra loro, parallele, secanti, ma non comunicanti: quella alta e quella popolare (che poi non è dall’incontro fra sacro e profano che nasce il sublime? Con loro alla guida dello spettacolo, sembrerebbe proprio di sì!). Ed ecco che allora riescono a fare da cardine. A ridotare il popolo della coscienza della loro appartenenza culturale. A farlo ritrasmettendo loro le proprie radici, narrando le vite delle altre, indirettamente autonarrandosi. È un riscatto vero e proprio quello che avviene in questa fucina di storie e di interpreti. Quella cultura popolare che è stata prima ghettizzata come non-cultura, fino agli anni del boom, è poi stata spregiata dal consumismo, ritenuta indegna, stigmatizzata e quindi cancellata come fosse un retaggio primitivista, qualcosa di ancestrale e demodé, spazzata via dalle leggi inflessibili di un progresso che anziché sinonimo è antitetico allo sviluppo, che ha omologato e standardizzato pensiero e cultura in una forma unica, perlopiù americanizzante, appiattendoci e rendendoci pollame d’allevamento, massa informe di uomini massa, grazie alle armi dei mass media (appunto, la televisione prima, i social network poi).
Com’è riuscito questo miracolo? Innanzitutto rapportandosi alle donne di Forcella come detentrici di un patrimonio di diversità a cui attingere e riconnettersi, e non come parva materia cui ricorrere per una facile spettacolarizzazione, ricalcando i passi di intellettualoidi qualunquisti e opinionisti di professione che guardano la napoletanità con l’occhio cinicoclinico dell’antropologo scafato e mai partecipe, o di network professionisti del trash e imbonitori del kitsch.


“ma come esprimere l’inesprimibile? [...] voglio confessare [...] ciò che mi angosciava [...] era un desiderio di conoscere la gente del borgo, di guardare [...] da dentro il suo cuore. È un desiderio, così enunciato, degno di un adolescente, lo so [...]
Eppure questo rapporto esiste, è Amore. [...] Soltanto chi ama, soffre nel vedere che le persone amate cambiano [...] per capire i cambiamenti della gente, bisogna amarla.
Io, purtroppo l’avevo amata [...] non capisco che male ci sia ad amare il popolo, a verificare concretamente le sue idee
[...] solo l’amare, solo il conoscere/conta [...]
Amare la povertà. Amare l’estraneità del povero alla classe dominante. Amare la sua alterità come cultura popolare [...] è più importante l’anima degli altri che la nostra [...] Credo che non ci sia modo migliore per spendere quel soldino d’amore che possediamo”.


Ecco, le autrici dello spettacolo sono riuscite a esprimere l’inesprimibile. Lo hanno fatto con quel rispetto che può discendere solamente dall’amore puro e disinteressato, dall’amore di classe (perché non esiste solo un odio di classe, ma anche un amore di classe), o meglio, interclassista, che riesce a superare le barriere all’ingresso che precludono una reale conoscenza dell’altro, derivante dall’appartenenza a due mondi cui resta da condividere talmente poco. Tramite un accostamento rispettoso, un assedio gentile, un reciproco osservarsi, bon, può avvenire il miracolo (non-economico). Dalla reciprocità scaturisce la comunità, che ci fa pervenire alla consapevolezza dell’interdipendenza costituente lacaniana, al fatto che passando per l’altrui alterità l’altro mi dona la chiave che mi manca per riconoscere la parte di me che non so di avere. Il dono più bello. La parte mancante a noi stessi. L’incontro con l’altro non è facile e non dev’esserlo, altrimenti c’è da dubitare della sua realtà. Animati da questi sentimenti umanistici, sarebbe facile salutare il conflitto (inevitabile in sede di conoscenza) come una sconfitta. Il conflitto è, invece, l’occasione di superamento, il motore primo dell’evoluzione, l’antitesi hegeliana che porta alla sintesi, ovvero, a un risultato che ecceda la mera sommatoria delle due parti confliggenti, in qualcosa di ulteriore, inaspettato e imprevedibile inizialmente: una sorta di novità. Attraverso l’attraversamento reale del conflitto è possibile passare dall’integrazione (per definizione stessa passiva, illusorio valore che cela una parte dominante che riesce a persuadere un’altra della bontà d’esser sopraffatta, e così diviene egemonica) all’interazione vera, profonda, e quindi al cambiamento. 
Sono cambiate, le donne di Forcella, dall’incontro con le autrici teatrali. Come queste sono cambiate dall’incontro con le donne di Forcella. Ed entrambe dall’incontro con il loro passato, con le donne del proprio comune passato. Le donne napoletane. In un esempio encomiabile di comunione laica, insieme, queste donne sono giunte a formare una comunità, in cui esprimere la femminilità che, per tradizione di ruoli (superabile), è intrisa di permeabilità, accoglienza, empatia. Una comunità che, come un abbraccio oceanico, si riallaccia, inclusiva, non solo ai vivi, ma anche ai morti, che vengono rinnovati nel ricordo. Una comunità intergenerazionale, transgenica, intersessuale, interdipendente e interclassista, transfemminista che ci regala un prodotto che contiene tutto ciò, e anche di più: transmediale, attraversabile e attraversante, alla cui multiculturalità manca solo l’interetnicità. Un prodotto, dialettale e dialettico in un mondo marcusianamente monodimensionale nonostante il 3D, che si rinnova e rigenera e innesta il cambiamento anche in coloro che vi vengono a contatto: i beneficiari, ovvero il pubblico, rendendo l’opera aperta come la comunità che riesce a creare, passaggio d’un confine creato per essere varcato. Un’opera che, attraverso la diffusione della memoria e attraverso il riscatto riscatta interpreti e spettatori, contronarra la storia napoletana attraverso le sue donne di ieri, nel solo modo possibile e meritorio: attraverso l’autonarrazione delle sue donne di oggi, restituendo loro la coscienza di sé che il benessere illusorio e avaloriale moderno (nonché un sistema educativo obbligatorio colpevolmente razzista nella sua concezione selettiva di quale cultura meriti di essere trasmessa) ha fatto obnubilare. Riscattandole dalla loro astoricità, dal loop del tempo zero di quel piccolo mondo fogazzariano che è il villaggio globale dove, impaludati nell’oblio delle radici, si rimane fossilizzati in un eterno cambiamento gattopardiano da fine pacificata della storia fukuyamanamente intesa, si dona loro le chiavi per riscattare il rispetto di sé, del proprio patrimonio culturale, in vivace contrasto con l’egemonico pensiero unico dominante propagandato dall’imperante neocolonialismo dell’immaginario.
Si tratta di un dono che ci viene passato a nostra volta perché venga condiviso.
Perché un popolo può essere messo in catene pur non sapendo di esserlo, spogliato senza saperlo, avere la bocca tappata nonostante sia iperconnesso nella realtà virtuale espansa. Perché a un popolo può essergli tolto il lavoro sensato, il passaporto di serie A che fa accedere al cosidetto Primo Mondo. A un popolo può essergli tolto il tavolo dove mangia ma resta sostanzialmente sempre libero e ricco se conserva il possesso e si esprime attraverso una cultura propria (da vivere nel corpo) mediante la quale giudicare la realtà.
Ecco. Se è vero che i napoletani veri d’un tempo, quelli irriducibili, incorruttibili e irreversibili, che con la loro anarchia vivente irridevano postmoderni borghesi figli di papà e la loro neocultura, forse non esistono più, avendo preferito scegliere di rimanere fedeli a se stessi, consapevoli così, autoescludendosi, di imboccare la via dell’estinzione consapevole, rifiutando di diluirsi, in una dorma di disobbedienza civile contro tutta la stronza Italia neocapitalistica e televisiva, è pur vero che, restituendo a loro e, attraverso loro, a noi (non noialtri: non ci sono altri, ma siamo un tutt’uno), la nostra cultura, e quindi il nostro filtro personale per decifrare e decriptare, a modo nostro, la realtà oggettiva, smetteremo di subirla, ma potremo anche pensare di cambiarla, tornando a essere fieri di ciò che siamo stati, e pronti per diventare qualcosa d’altro, qualcosa di meglio da quello che vogliono farci diventare, fino a essere felici sì, ma come vogliamo noi, in modo rivoluzionario, secondo il modello culturale che scegliamo di adottare e costruire, e non allineandoci a quello con cui non fanno altro che bombardarci, di continuo, al cui effimero altare abbiamo abdicato la nostra resilienza culturale.
Sarà attraverso la faticosa rimozione degli insospettabili automatismi che ci hanno innestato, sarà con il dotarci di anticorpi culturali, che passerà il ri-conoscimento di noi stessi, il re-impossessamento del patrimonio culturale e valoriale di cui siamo stati subdolamente spossessati, che perverremmo a una felicità comunitaria d’una comunità agambeniana che è ancora da venire: è questo che hanno fatto queste attrici possedute dai fantasmi delle loro progenitrici: restituirci il testimone (scomodo e impassibile) di un retaggio culturale negligentemente perduto fra le maglie ostracizzanti del razionalismo borghese, economicistico e occidentalizzante: quello dell’alterità culturale dei popoli del Sud del mondo, delle minoranze oppresse dal colonialismo culturale egemonico e della femminilità, negata o marginalizzata da una società patriarcale, prevaricatrice e tecnocratica, che non sa, senza di essa, cosa si perde.
Ecco. Invece tu, ora, lo sai.

P.S.: dedicato, rispettosamente, alla dolce memoria di Carmelina, l’acquaiola dei Tribunali.

 




Napoli Teatro Festival Italia
Sirene, signore e signorine. Storie note e meno note della città di Napoli
un progetto di La scena delle donne – percorsi teatrali con le donne a Forcella
ideazione e cura Marina Rippa
per f.pl. Femminile plurale
messinscena collettiva Marina Rippa, Monica Costigliola, Fiorella Orazzo
collaborazioni Lucia Borriello, Desideria Angeloni, Massimo Staich
con Amelia Patierno, Anna Liguori, Anna Manzo, Anna Marigliano, Anna Patierno, Antonella Esposito, Flora Faliti, Flora Quarto, Ida Pollice, Melina De Luca, Nunzia Patierno, Patrizia Iorio, Rosa Lima, Rosa Tarantino, Rosalba Fiorentino, Rossella Cascone, Susy Cerasuolo, Susy Martino, Tina Esposito
foto di scena Mario La Porta, Sara Petrachi
paese Italia
lingua
italiano, napoletano
durata 1h 20'
Napoli, Palazzo Fondi, 22 giugno 2019
in scena dal 21 al 23 giugno 2019

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