“Napoli dimenticata entro un oceano di curve diafane, di verdi e molli fianchi, sullo sfondo pennicoli audaci, come sipari sempre tremanti, dietro cui va e viene una moltitudine di anime sottratta al tempo che spense la Grecia, gli Dei, Roma: anime che sanno ancora di tutto questo, e in più di corti spagnole”

Anna Maria Ortese

Venerdì, 23 Novembre 2018 00:00

Pinocchio visto da Pinocchio

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È un novembre che prolunga il tepore della mezza stagione ben oltre la sua naturale consuetudine, un novembre che regala una domenica soleggiata, una domenica di bambini e famigliole, di Edenlandia e giardino zoologico. E, percorrendo quello stesso viale che s’apre da un lato sullo zoo e dall’altro sul parco dei divertimenti, s’arriva al Teatro dei Piccoli. Ci arrivo ripercorrendo, con piedi un po’ più grandi, quei passi dati dal bambino che fui – fa effetto dirlo, ma correva il finire, nemmeno troppo estremo, del secolo scorso – quando un giorno alle giostre e una caramella tirata a una scimmia potevano essere il colore della gioia da dare a una giornata.

Mi lascio scorrere ai lati zoo, Edenlandia e alle spalle i ricordi e mi mescolo ai bambini e a chi li accompagna all’interno del Teatro dei Piccoli. Nel cartellone curato da Le Nuvole c’è un Pinocchio che non è proprio Pinocchio, ma una variazione sul tema, ancorché fedele all’essenza narrativa del racconto collodiano; solo arricchito di una prospettiva diversa, eppure coerente. Nelle sapienti mani della Compagnia Burambò la materia collodiana viene riplasmata – o forse, trattandosi d’un legno di cirmolo (cembro) reso burattino, dovremmo dire intagliata e intarsiata, visto il lavoro di riscrittura che partendo da Pinocchio, su Pinocchio si compie – assumendo così forma originale.
Entra in scena guaendo Pinocchio, abbaiando come un cane (citando un episodio che verrà detto più volte essere stato espunto dalla storia, e nel quale Pinocchio era stato appeso per la gola con una catena perché sorpreso a rubare dell’uva), e subito si mette in chiaro che da essere narrato passerà a narrante della propria vicenda: “Hai voglia di raccontare la tua storia?”, gli viene da subito domandato, domanda a cui segue risposta affermativa e entusiasta.
La scena manifesta i segni distintivi della teatralità: sarà palco, ma anche teatro di burattini, avrà una tenda a fungere da mobile sipario e dichiarerà da subito di voler giocare a carte scoperte; Raffaele Scarimboli e Daria Paoletta appaiono e non nascondono di essere gli artefici del gioco, di essere le mani che muovono e le voci che parlano, conferendo gesti e vita, suoni e anima a Pinocchio e alle creature che ne contornano la storia. E, oltre che nelle voci camuffate ma non nascoste, il meccanismo scoperto del teatro si esplicita più volte, da quel “è arrivato il pubblico” iniziale fino all’interazione finale che porterà lo spettacolo fino in platea, passando per la reiterazione della già citata scena di Pinocchio alla catena, che più volte ritorna e più volte si ribadisce essere stata tolta.
Quel che c’è nel mezzo è solida materia teatrale che di storia conosciuta fa rielaborazione, semplice all’apparenza, fruibile nella sostanza, ma con un nerbo contenutistico che agisce sottotraccia e che restituisce un Pinocchio in linea di filiazione diretta con la propria storia eppur variato, un Pinocchio che racconta se stesso, come se a se stesso fosse in qualche maniera “postumo”, un Pinocchio appollaiato con le gambe penzoloni sul limite alto del teatrino, mentre il suo doppio è in scena. E questo Pinocchio secondo Pinocchio, incorre nei medesimi errori dell’originale, “eppure conosce la sua storia”, si ripetono disillusi i due burattinai, ma ci ricasca in pieno, che si tratti delle monete per l’abbecedario portate al Campo dei Miracoli o delle lusinghe del Paese dei Balocchi. “Tu che sei la sua voce potresti dirglielo”, soggiungerà continuando sul piano della metateatralità Raffaele a Daria, ma “quella testa di cirmolo” la lezione non l’ha imparata, anzi si mostra, pur essendone consapevole, nella cruda nudità della sua indole, dei propri errori e del proprio tragitto verso una progressiva umanizzazione, percorso interiore e sfaccettato, che su scena prende forma ironica ma non rinuncia allo spessore; burattino che va oltre se stesso e la propria natura e che finisce per fondere storia e scena in una visione altra, che amplia sensi e significati, in certo qual modo sovvertendo l’essenza stessa della morale collodiana. Se infatti il percorso di Pinocchio era votato alla trasformazione da creatura di legno a bambino di carne, in questo Secondo Pinocchio appare in evidenza un discorso che travalica questo itinerario progressivo, perché, se è vero che “i burattini nascono burattini, vivono burattini e muoiono burattini”, è altrettanto vero che Pinocchio sta cercando di dirci qualche altra cosa, che esuli dalla storia e che vuole andare in direzione di un’accettazione a prescindere della creatura, quale che sia la sua natura, lignea o carnale.
Tutto ciò avviene attraverso una narrazione calibrata e strutturalmente omogenea che volutamente – e necessariamente – frammenta gli episodi e che si fonda su sapienza scenica d’evocazione, cui fa da corona un efficace e lineare disegno delle luci. Sicché, dal primo vagire del legno picchiato da Geppetto per farne burattino, sarà un susseguirsi di segni di scena funzionali alla rappresentazione, dal battito del cuore che avrà il suono di una sega sul legno alla luce di una piccola torcia che dalla penombra farà apparire il Grillo Parlante. E in più: una coperta poggiata in scena sarà presenza costante, accessorio mutevole e funzionale al gioco, ora distendendosi coltre di neve, ora riattandosi comodo letto e diventando finanche dichiarata scenografia in cui un naso soffiato suscita il riso; una luce rossa evocherà Mangiafuoco e un riverbero violaceo farà invece calare la notte al Campo dei Miracoli, mentre occhiute calzature riprodurranno somarelli che furono bambini.
La cosa sorprendente di questo spettacolo – ma poi nemmeno troppo, se si è avuto modo di assistere a qualche altro lavoro dei Burambò – è la facilità con cui la deviazione di una storia dal proprio corso principale, rielaborata con un proprio linguaggio scenico e verbale (colgo a tal proposito qualche richiamo dialettale in un “vattinne” e in un “a la casa”, che interpreto come segnali linguistici particolari che al contempo rimarcano l’universalità della storia), riesca a suscitare un interesse partecipe e appassionato in un pubblico che trova in scena sì Pinocchio, ma non nella sua forma e veste classica, ma addirittura fuori da sé, persino spettatore interno della propria stessa storia. Così, quasi senza accorgercene, ci troviamo a guardare Pinocchio da un’angolazione inaspettata, che ci mostra in filigrana un’interiorità differente: Pinocchio ci viene offerto in visione mentre si guarda fuori da sé, mentre ci racconta di sé, mentre continua a essere il discolo che era, mentre si trasforma sì in un bambino come tanti, nascosto fra il pubblico, ma un bambino (o burattino) a cui pare si debba volere bene a prescindere, libero di sbagliare, libero di crescere e verso il quale provare affetto è atto dovuto e incondizionato.
È questo che sembrano volerci dire Daria e Raffaele, con l’abilità del loro teatro, capace di animarsi di voci e colori e di regalare l’incanto della meraviglia pur nella nuda esplicitazione della finzione: lo sappiamo (noi bambini) che siete voi che muovete e che parlate, lo vediamo (noi bambini) che questo Pinocchio è un gioco che si fa teatro. Ma, nonostante questo – e proprio grazie a questo – ci appassioniamo (noi bambini) a una storia e al suo racconto, che sia Pinocchio o un Secondo Pinocchio (secondo come ordinale che segue il primo, oltre che come avverbio che ne determina la prospettiva altra), perché ci affascina quel che ci è stato appena raccontato e ci conquista per come ci è stato raccontato.
Posso ripercorrere a ritroso i miei passi di bambino, tra lo zoo e l’Edenlandia, riportando a casa, soddisfatto, il bambino che ero e che m’accorgo d’essere rimasto.

 

 

 

 

Secondo Pinocchio
regia Daria Paoletta, Raffaele Scarimboli
con Daria Paoletta, Raffaele Scarimboli
produzione Compagnia Burambò
lingua italiano
durata 1h 10’
Napoli, Teatro dei Piccoli, 11 novembre 2018
in scena 11 e 12 novembre 2018

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