“Non ho mai il senso ultimo di quello che faccio. Vorrei che niente fosse mai finito. C'è sempre qualcosa che ritorna e scompare a cui non saprei dare un nome. Questo stesso enigma, però, mi spinge fino in fondo alle cose”

Antonio Neiwiller

Giovedì, 22 Febbraio 2018 00:00

La delicatezza di un'anima di gommapiuma

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Ho aspettato Il fiore azzurro per svariati mesi, da quando nel maggio scorso vinse la sezione verde di In-box e i riscontri che ne raccoglievo lasciavano intendere trattarsi di uno spettacolo che meritasse di essere visto. A lungo inseguito, finalmente completo la mia rincorsa incrociandolo a Monopoli, Auditorium Bianco Manghisi, una domenica di gennaio. E tanta attesa ebbe dovuta ricompensa, perché Il fiore azzurro di Daria Paoletta (e di Tzigo, il pupazzo che con lei è in scena) è visione che piace e diverte, strabilia e incanta, fino a conquistarti col suo connubio di tenera leggerezza e profonda densità di senso; materia plastica che nelle mani sapienti dell’attrice viene plasmata, questa favola zigana che la Paoletta riscrive, compone con levità e intensità il suo racconto.

Accogliente la cavea semicircolare della sala, sul cui palco ampio una pedana s’adagia a restringerne lo spazio scenico; sulla pedana due cubi scuri di differente dimensione, al più piccolo dei quali è già appoggiato e ben visibile Tzigo, la creatura che di lì a poco sarà (co)protagonista dello spettacolo: gran faccione, occhi sgranati, capelli che danno sul violaceo, braccia lunghe che terminano in due mani enormi; ha indosso un gilet grigio su di una camicia bianca, pantaloni a righe e scarpe anch'esse bianche. Ci dà le spalle, messo di tre quarti, prima di prendere vita, prima che Daria Paoletta entri in scena e trasformi un pupazzo di legno, stoffa e gommapiuma in una creatura vibrante di anima e respiro, almeno nella percezione di quel tacito patto che sottende al gioco teatrale del “facciamo finta che”: è scoperto il gioco, è pacifico che fiato d’attrice insuffli vita e voce per un’ora o giù di lì in un corpo che al più potrebbe avere vita e voce nel mondo della fantasia. Ma il tacito patto fa sì che la fantasia divenga realtà, auspice un’intrinseca magia in cui l’attrice in scena riesce a calare la narrazione, modulando la voce in più voci, creando l’illusione vivida che il gioco sia realtà, che Tzigo non sia un complemento di scena ma un’entità “vera”. Ci abbandoniamo senza sforzo a crederlo, ci ha convinti mascherando l’inganno scoperto, illudendoci che le voci che ascoltiamo non provengano da un’unica ugola (e all’inizio un dubbio che le ugole a modular favella siano più d’una lo si ha pure!), così inducendoci a entrare nel mondo della favola, cominciando questo viaggio presi per mano, come se a farlo fossero le grandi mani di Tzigo.
La storia che prende forma proviene dalla tradizione zigana e racconta di un viaggio – materiale e metaforico, reale e iniziatico – compiuto da un piccolo orfano (Tzigo appunto). Come tanti gipsy, romanì, rom, sinti e zigani, vagano e peregrinano per il mondo senza mai smettere di cantare e suonare, imbracciando il violino – che loro hanno inventato – o la fisarmonica – che non hanno inventato, ma che hanno imparato a suonare, così anche il piccolo Tzigo, dopo aver versato lacrime di figlio sulla tomba di sua madre e dopo che da queste lacrime è germogliato un fiore magico, seguirà questa traccia d’azzurro in un percorso vario e complesso, anche simbolico, che lo porterà a conoscere la diffidenza e l’emarginazione, ad incontrare creature magiche, volpi, lupi e streghe, a cercare un posto nel mondo e l'essenza di sé. Un lungo cammino volto alla ricerca della fortuna e della felicità, ma soprattutto indirizzato alla conoscenza e all’accettazione del proprio essere, tant’è che fortuna e felicità non lo troveranno quando cambierà nome per poter essere accettato da una comunità diffidente e ostile, mentre sarà successivamente egli stesso a rinunciare alla magia dell’invisibilità garantita dall’incanto di un cappello fatato, e non solo affinché la sorte non lo buggeri ancora, ma soprattutto per essere visto così com’è, per rimuovere quel velo, sottile e a volte becero, dietro il quale si confina – e talvolta si lascia confinare – ciò che non si vuol vedere.
La storia di questo viaggio, di questo percorso di crescita e di accettazione di sé è condotta da Daria Paoletta con cura e dolcezza, abilmente amalgamando narrazione e teatro di figura, dosando le modulazioni di voce e tono, alternandosi tra il proprio raccontare e l’interlocuzione di Tzigo, interpretando ogni personaggio che affiora nella storia con una fonia differente e improntando il racconto ad una tenerezza che possiede un sottile garbo di fondo, vagamente melanconico ma mai struggente, punteggiato da un filo d’ironia che allevia e condito da una bonomia sostanziale che viene infusa nella figura di Tzigo e che stimola una empatia leggiadra. Tutto ciò avviene, oltre che mediante il calibrato dosaggio vocale, attraverso le movenze che Daria Paoletta conferisce a Tzigo: gli muove le mani e le gambe, gli instilla espressività gestuale, una mano portata sul cuore a indicare il posto in cui custodire il ricordo materno, la stessa mano portata da Tzigo al volto di Daria per chiederle conto della paura; c’è inoltre una dose di leggerezza giocosa indotta dal frequente ricorso alla metateatralità, alla consapevolezza del gioco (che non viola il patto fra scena e platea, ma lo rafforza) e che si dichiara dall’inizio (“ci fanno l’applauso sulla fiducia”) per poi ripresentarsi alla fine (“lo dice il copione, la strega devi farla tu”), con tanto di coinvolgimento e di ammicco al pubblico in sala per ululare e soffiare, per entrare ulteriormente nella storia.
E c’è poi un altro aspetto: interpretando il doppio ruolo di narratrice/interlocutrice, Daria Paoletta finisce per incarnare altresì una sorta di voce coscienziale di Tzigo, un’amica, una confidente, una sorella maggiore, in ogni caso un maieutico ausilio a far sì che l’anima di Tzigo si componga e si delinei, sicché tra i due si instaura un rapporto che ce li farà apparire come due personaggi effettivi, conducendoci alla fine, quasi senza che ce ne siamo accorti, a credere che quel gioco magico del “facciamo finta che” abbia cessato di essere un gioco per farsi magicamente reale.
Realtà strappata alla favola, che vive il tempo di una rappresentazione, un tempo in cui una creatura di legno, stoffa e gommapiuma, prima di andare a riposare con gli altri pupazzi in una stanza buia, ha scoperto e ci ha mostrato la tenerezza della sua anima.

 

 

 

Il fiore azzurro
tratto da La storia di Tzigo e il fiore azzurro
(racconto popolare zigano)
di e con Daria Paoletta
costruzione del pupazzo Raffaele Scarimboli
consulenza artistica Nicola Masciullo
foto di scena Michela Cerini
produzione Compagnia Burambò
lingua italiano
durata 1h
Monopoli (BA), Auditorium Bianco Manghisi, 14 gennaio 2018
in scena 14 gennaio 2018 (data unica)

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