“Tanto per incominciare, i fratelli De Rege erano napoletani di Caserta...”.

Nicola Fano

Domenica, 05 Novembre 2017 00:00

Gli ultimi saranno i primi (?)

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Amare o non amare Pippo Delbono, questo è il problema.
Non un problema di grossa entità, per carità, ma la domanda che ci si pone ogni qual volta si assiste ad un suo spettacolo. Il quesito che, quindi, si ripropone anche in occasione di Vangelo, lo spettacolo portato in scena dal 31 ottobre al 5 novembre al Teatro Bellini di Napoli.

Si parta da un assunto: si dia per scontato che non ci sia bisogno, o forse è augurabile che sia così, che qualcuno ci ricordi che esistono gli ultimi, gli immigrati bistrattati, i folli e gli esclusi, ovvero il mondo con cui l'attore/regista ligure preferisce lavorare e sicuramente le categorie umane a cui piace parlare per vicinanza di intenti e di sensibilità. Si ricordi tra l’altro che Delbono lavora da anni con una compagnia di persone solitamente emarginate che lui ha incontrato lungo il proprio percorso e ha deciso di portare con sé in scena. Tra queste c’è ad esempio Bobò, microcefalo sordomuto trovato nel manicomio di Aversa e divenuto ormai figura onnipresente in tutti i suoi spettacoli, o Nelson, personaggio magro e spaurito, qui presentato come rappresentazione moderna del Cristo.
Eppure (ma sarebbe il caso dire, per fortuna), Delbono continua a portare in scena nuove produzioni e a ricordarci cose che dovremmo ormai conoscere a memoria, per esempio che Cristo era molto umano e che il Cristianesimo sarebbe davvero una bella cosa se solo fosse ciò che dice di essere.
Quindi? Perché vestirsi, scendere di corsa da casa o da lavoro, essere perennemente in ritardo, precipitarsi per andare a teatro? Di Delbono – in tutta onestà − non stupiscono più i contenuti anche se fa sempre bene ripassare a mente e a cuore certe cose.
Anche se è sempre utile sottolineare che ciò che è dato per certo e assodato per l’essere umano X non è detto che sia tale per l’essere umano Y.
Anche se il pubblico presente in sala ancora rimane stupefatto dinanzi al suo modo di fare teatro, completamente contemporaneo e in contrasto con i canoni classici e accademici per eccellenza; un pubblico molto adulto − dove sono i giovani, perché Delbono non riesce a parlare con loro? − e molto borghese: è questo l’auditorio a cui il regista vuole parlare realmente? È lo stesso Delbono a sciogliere tale dubbio ad apertura della pièce attraverso il paragone tra l’ipocrisia cristiana che si manifesta nelle chiese e quella intellettualoide dei teatri.
Quindi, perché scomodarsi ed andare a teatro?
La verità ultima è forse questa: da Delbono si va per farsi coccolare dalla poesia dei gesti, dal misticismo della rappresentazione, dalla potenza del linguaggio, dal valore assoluto della sua voce che impera nel corso di tutto lo spettacolo.
Ci si presenta allora, per l’ennesima volta, in sala a cuore scalzo in atto di riverenza, pronti ad immergersi nell’Universo delboniano, poetico e malinconico, ironico e stralunato.
La scena di Vangelo è stata spogliata di tutto.
Il palco è vuoto: unico superstite un muro in fondo alla scena, che si presenta un po’ come muro del pianto di Gerusalemme, un po’ come muro di Berlino (oltretutto – viene da chiedersi − cosa c'è dietro il muro? Pur sempre qualcosa, ci avrebbe chiesto Calvino di ricordare). Un muro che qui diventa schermo di video-proiezione per realizzare quell'incontro tra teatro e cinema da sempre caro al regista.
Pochi gli oggetti in scena: sedie, aste microfoniche, un libro, una sigaretta, una culla, un dondolo. Il messaggio è affidato a tutto ciò che rimane: gli abiti colorati o completamente neri, brillantinati o interamente bianchi, le musiche tristi o ritmate, gli attori che agiscono, ma non parlano, o parlano poco, le luci colorate o meste, il sali e scendi del regista dal palco alla platea, la sua voce live o registrata, la leggerezza della sua danza di calviniana memoria.
Delbono ha realizzato questo spettacolo su richiesta di sua madre: “Pippo perché non fai uno spettacolo sul Vangelo?” Così si è messo all’opera andando in giro per il mondo alla ricerca di tracce del Vangelo. Così ha incontrato luoghi, immagini iconografiche che ha puntualmente proiettato sul suo schermo preferito, lo sfondo del teatro.
Così ha conosciuto e riportato storie come quella dell’immigrato afghano Safi Zakria che ha attraversato il mare e superato il viaggio della speranza attraverso Turchia, Grecia e altri stati, viaggio che non ha risparmiato il suo migliore amico, morto dopo poco dalla partenza.
La testimonianza di Safi sul palco durante lo spettacolo apre a nuovi scenari: sembra quasi che si passi dallo spettacolo teatrale al documentario ed è qui che la domanda posta ad inizio pièce torna prepotentemente: è davvero necessario che qualcuno ci ricordi i viaggi della speranza degli immigrati? Per chi sogna un mondo migliore, è frustrante che ci sia ancora bisogno di portare in scena questi racconti, questo perché in un mondo migliore, il migliore amico di Safi non è mai morto in mare e assieme a Safi vive in Afghanistan o dove gli pare felice di essere al mondo.
La realtà però è tutt’altra e ci invita alla rassegnazione: i racconti/ammonimenti di Delbono hanno ancora ragione d’esistere.
Vangelo si propone così non come una vera e propria rilettura di uno dei testi più belli di sempre, ma come un quaderno personale di appunti su cui Delbono imprime un calderone di emozioni, immagini, suggestioni e sentimenti (amore sensuale/materno/religioso) attraverso i suoi attori speciali, che accompagna per mano sul palco, che guida nel racconto, con cui danza, a cui dedica tutto se stesso.
Nessuna pretesa, dunque, di raccontare la religione come il grande oppio dei popoli (Marx), nessuna indagine storica o strettamente sociale se non nella parte inziale dello spettacolo quando Delbono stesso confessa il fascino che da bambino ha subito (forse come tutti) dal mondo di preti, chiese e catechisti. La religione rimane dopotutto un motore che crea dipendenza nella mente di chi l’ha vissuta o almeno conosciuta: Pascoli in una sua poesia, ormai adulto nonché ateo torna nella chiesa dove era cresciuto e allo scoccare delle campane recita meccanicamente ed istintivamente tra le labbra una preghiera che non sapeva neppure più di ricordare.
È evidente quindi, come si parli di Cristo solo come pretesto per parlare di nuovo, ancora una volta della condizione umana di immenso splendore e di dilagante miseria, il tutto accompagnato dalle musiche di Enzo Avitabile che per questo progetto sonoro ha vinto il premio Ubu 2017.
A concludere la rappresentazione è come sempre la dedica che il regista fa a sua madre, figura onnipresente dei suoi spettacoli; come dimenticare il precedente Orchidee internamente a lei e alla sua morte dedicato? Un chiodo fisso che crea empatia a tratti tenerezza.
C’è Nanni Moretti con Mia madre in tutta questa rappresentazione come nelle precedenti, c’è Pier Paolo Pasolini sempre e comunque, nel sottolineare l’importanza di dare ascolto e attenzione agli ultimi perché gli ultimi saranno i primi e l’urgenza di tornare bambini e agire in maniera semplice perché è così che si accede al regno dei Cieli.
Ma è davvero questa la vera ambizione dell’uomo?
E se l’uomo si occupasse, invece, solo della vita terrena e cercasse – almeno − di essere migliore dell’orrore che è?

“Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati gli afflitti,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché erediteranno la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per causa della giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi”.

Dal Vangelo secondo Matteo 5,3-12




leggi anche:
Silvia Maiuri, Il Vangelo umano di Pippo Delbono (Il Pickwick, 6 marzo 2016)



Vangelo. Opera contemporanea
di Pippo Delbono
con Iolanda Albertin, Gianluca Ballaré, Bobò, Pippo Delbono, Ilaria Distante, Simone Goggiano, Mario Intruglio, Nelson Lariccia, Gianni Parenti, Pepe Robledo, Grazia Spinella, Nina Violić, Safi Zakria, Mirta Zečević
musiche originali digitali per orchestra e coro polifonico Enzo Avitabile
eseguite dal vivo da Orchestra e Coro del Teatro San Carlo
direttore d’orchestra Gabriele Di Iorio
immagini e film Pippo Delbono, con la partecipazione nel film dei rifugiati del centro accoglienza PIAM di Asti
scene Claude Santerre
disegno luci Fabio Sajiz
costumi Antonella Cannarozzi
foto Luca Del Pia
direzione tecnica Fabio Sajiz
luci, video Orlando Bolognesi
suono Matteo Ciardi
capo macchinista Gianluca Bolla
macchinista Enrico Zucchelli
sarta Elena Giampaoli
organizzazione Silvia Cassanelli, Alessandra Vinanti
realizzazione scene e sartoria Hrvatsko Narodno Kazaliste − Zagabria
si ringraziano Fabrice Aragno, Antoine Bataille, Francesca Catricalà, Teatro Nuovo di Mirandola e Teatro Comunale di Bologna
produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione, Hrvatsko Narodno Kazaliste − Zagabria
co-produzione Theatre Vidy Lausanne, Maison de la Culture d’Amiens-Centre de Creation et de Production, Théâtre de Liege
lingua italiano
durata 1h 40'
Napoli, Teatro Bellini, 31 ottobre 2017
in scena dal 31 ottobre al 5 novembre 2017

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