“L'unica cosa che mi interessa è come cominciare, come continuare e come finire una frase”

Danilo Kiš

Martedì, 05 Luglio 2016 00:00

La poesia del circo, rimasta senza parole

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La Morte − la Morte di cui ti parlo − non è
quella che seguirà la tua caduta, ma quella
che precede la tua apparizione sul filo. È
prima di scalarlo che tu muori. Colui che
danzerà sarà morto − deciso a tutte le
bellezze, capace di tutte.
(Jean Genet)
 
 
 

Il pubblico è tutto sui palchetti. La platea è sgombra, non ci sono poltrone. Al loro posto il tondo di un circo a strisce rosse e blu. Due passerelle curve fanno da cornice a metà della circonferenza. Sul palcoscenico il proiettore ci offre le immagini in bianco e nero del circo: acrobati, animali, persone fuori dal comune.
Fa molto caldo e sui palchetti il pubblico si rinfresca muovendo i ventagli del Napoli Teatro Festival Italia. C'è tutta l’atmosfera da "grande evento".
La pista vista dall’alto crea proprio l’illusione di trovarsi sotto al tendone: manca solo il profumo dei popcorn misto a quello degli animali. Considerato l’orario i popcorn ci sarebbero stati proprio bene.
Sorprendendo tutti, quelli che si sventolano è quelli che chiacchierano, lo spettacolo ha inizio.
Siamo in Francia, ce lo dice Jaques Brel con la Chanson des viex amants. Due ballerini danzano il loro amore. Sono due uomini perché la storia alla quale assisteremo è la storia dell’amore tra due uomini: Jean Genet, scrittore francese di successo,e Abdallah Bentaga, giovane acrobata metà algerino e metà tedesco. Genet, innamorato di Abdallah ma anche dello scintillio e dell’ardore del circo, scrive Il funambolo, un poema creato non già per istruire il giovane acrobata ma − come afferma Genet − per “incendiarlo”. Non è Abdallah a scegliere di salire sul filo, egli è da sempre un acrobata che fa numeri a terra, è un giocoliere. Genet decide e convince il suo amante che il numero del funambolo è il più spettacolare di tutti, quello che maggiormente sfida la morte è che brilla di più sotto il tendone in mezzo ad una serie di numeri di poco conto.
Daniele Salvo solleva dalla pagina scritta il poema e lo porta a teatro. Ha imparato "come si fa" da Ronconi. La poesia si trasferisce dalle parole agli elementi fisici. Il proiettore crea scene suggestive ma racconta anche storie di acrobati del passato. La danza intervalla le parti recitate e riempie fisicamente la scena portando i corpi agili dei danzatori in ogni punto della pista e del palco. Un funambolo vero si muove su un filo non troppo alto teso sul palcoscenico. La morte, sempre presente nel poema come nello spettacolo, canta benissimo Edith Piaf. Le parole del poema sono divise tra i tre attori che interpretano Genet, Abdallah e la Morte. Il trucco e i costumi sono affascinanti, la musica suggestiva. Nel mettere in piedi uno spettacolo che ha molto del fiabesco, che si mescola con i sogno, Daniele Salvo sta ben attento a fare in modo che lo spettatore non perda di vista che la storia alla quale sta assistendo è una storia reale. Per fare questo si serve del proiettore e dei video dell’epoca.
Ogni cosa ne Il funambolo restituisce la poesia delle parole, tranne le parole stesse: un inconveniente audio fa sì che le frasi re-citate da Andrea Giordana in alcune occasioni non arrivino all’orecchio comprensibili. Rimane così l'impressione di non aver divorato tutto di quella meraviglia che ha unito la nobile poesia di Genet alle belle trovate sceniche di Daniele Salvo.
 
 
 


Napoli Teatro Festival Italia

Il funambolo
di Jean Genet
traduzione Giorgio Pasotti
regia Daniele Salvo
con Andrea Giordana, Giuseppe Zeno, Valentin, Melania Giglio
danzatori Yari Molinari, Giovanni Scura
musiche Marco Podda
coreografie Ricky Bonavita
scene Fabiana Di Marco
costumi Daniele Gelsi
luci Beppe Filipponio
videoproiezioni Aqua Micans
produzione Marioletta Bideri per Bis Tremila
lingua italiano
durata 1h 20'
Napoli, Teatro Sannazaro, 2 luglio 2016
in scena dal 30 giugno al 2 luglio 2016

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