“Non ho mai il senso ultimo di quello che faccio. Vorrei che niente fosse mai finito. C'è sempre qualcosa che ritorna e scompare a cui non saprei dare un nome. Questo stesso enigma, però, mi spinge fino in fondo alle cose”

Antonio Neiwiller

Domenica, 10 Aprile 2016 00:00

Finalmente

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Le grandi piramidi coperte dai sacchi neri, che i gabbiani vanno a pizzicare quand'è estate. L'odore dolciastro e tossico che si respira nelle campagne, gli alberi seccati, la frutta marcia, che presa in mano ti sporca il palmo. I comitati di quartiere, le assemblee organizzate in pubblico, i gruppi di mamme, unite dal dolore di essere rimaste senza figli. Il tasso cancerogeno, le malformazioni, questa tosse che non ti passa e che da tre giorni ti fa sputare il sangue.

Mesi di trasmissioni televisive, inchieste sui giornali, copertine in primo piano nelle edicole, interpellanze in Parlamento. I cumuli, giunti dalla provincia ad abitare il centro storico – coi turisti in festa a fare le foto accanto ai cassonetti – prima di tornare solo in provincia, veleno urbano seppellito dove c'è più silenzio, lì dove la notte è notte e chi parla non sa parlare in italiano. Napoli Gomorra; Napoli 'O Sistema; benvenuti a Napoli, discarica buona per l'Italia, benvenuti 'nto 'o Priatorio, zona di mezzo e dunque di frontiera tra l'alto celestiale e i vapori sulfurei dell'Averno.
“Divorati dall'interno da un tessuto tumorale di natura criminale mentre il mondo sta a guardare muto senza intervenire” cantava Frankie NRG nel 1991 in Fight da Faida, ventitré anni prima cioè che Rocco Hunt vivesse Nu juorno buono a Sanremo; “Napule munnezze / Napule priezze / Napule allerezza / Napule a piezze” eruttava l'anno scorso Mimmo Borrelli: recitando a Bacoli Napucalisse, avendo alle spalle il golfo in lontananza.
Tragedia economica, geografica e politica – con la classe digerente di questa Regione trascinata in tribunale dalla vocazione al malaffare –, l'inquinamento (delle coscienze e delle urne prima che delle terre e dei corpi di chi su queste terre vive e muore) raramente è stato al centro del discorso – ovvero a centro palco – in questi anni di teatro napoletano. Fa eccezione il già detto Borrelli, nella cui scrittura da sempre c'è l'acre odore della lappa, l'alga che si forma dall'incontro tra il letame e i liquami che vanno verso il mare, e Torregaveta, l'intero litorale puteolano, la malacrescita, il mestruo che mischia sangue e pomodoro. Grande assente qui a Napoli – dove pure l'anti-camorra dichiarata ha favorito, valorizzato o sostenuto carriere decennali – l'avvelenamento della Campania è stato al massimo ragione per il battutismo degli one man show dei comici locali, argomento di richiamo per qualche commedia amatoriale o allusione episodica, con cui relazionare in modo furbo l'adattamento di un classico all'urgenza del reale: “Terra dei fuochi”, ad esempio, ho sentito all'improvviso durante Il bugiardo goldoniano di Lluís Pasqual, in scena al Mercadante.
Non sorprende dunque che a scalfire quest'omertà immatura – o se preferite questa incapacità ancora insuperata ad elaborare e teatralizzare ciò che brucia nel contempo – sia una breve performance, apparsa per due sere allo Start Teatro di Interno5, che è spazio per spettacoli che non sono ancora spettacoli ma ipotesi poetiche ancora in divenire o che addirittura sono percorsi artistici alla loro nascita e, dunque, al loro primo vero confronto con il pubblico. Qui assisto a Requiem a Pulcinella, del quale mi colpiscono tre aspetti che vanno scritti subito, poiché mi sembrano il fondamento di  questo tentativo.

Uno: il rap.
Requiem a Pulcinella è una composizione in rima dialettale, un vero e proprio impasto reci-cantato sugli scratch e il beat prodotti dal lavoro di vinile, puntine, mixer e tracce digitali ed il suo concerto mimico avviene tra due momenti di breaking che servono da rito di evocazione e di saluto ovvero a generare prima la nascita dell'attore e poi – sul finale – a rappresentare la morte della sua terra.
Dunque il rap, questa CNN dei poveri, questo battito di parole contro la reticenza della comunicazione politico-guidata, questo controcanto popolare, che nasce tra gli ultimi e i più giovani come forma (anche) di racconto, di denuncia e opposizione. Dimenticate i medaglioni d'oro dei video televisivi, le auto di gran lusso o le forme delle donne ostentate in pantaloncini e in minigonne e concentratevi invece sul potere anarchico della parola quand'è rappata, non ostaggio quindi delle tradizioni o di una fissità da repertorio, lontana dalla compostezza melodica italiana e qui – a Napoli – opposta in particolare alla neomelodia che non di rado la camorra la sostiene o la intrattiene, quando non svolge per il malaffare direttamente funzioni celebrative, di messaggeria criptata o di servizio. Il rap, quindi, come espressione ritmica che viene da posizioni di frontiera e nel cui dettato trova di volta in volta il suo tono lo sberleffo e la testimonianza, la satira feroce e la necessità documentale, il grottesco lessicale, il bisogno di trasmissione informativa e di presa di coscienza.
Due: la maschera.
Damiano Rossi (performer), Ivan Alvio Sgroi (b-boy e turntablist) e Tommaso Renzuto Iodice (coro e figure) indossano la maschera di Pulcinella: nulla di folklorico nella scelta ma – a me sembra – piuttosto un rimando al valore di questa stessa maschera che, nella sua forma acuta ed annerita, ha in sé la coesistenza di vita e morte, di rivolta e desistenza.
Volto zoomorfo del villano, dell'extra-urbano, del contadino che viene dal paese (e quindi dalle zone avvelenate), basta aver letto Roberto De Simone per sapere che – se “le maschere esprimono profondamente la morte” poiché permettono l'espressione di sé in modo diverso dal quotidiano “così uccidendo l'Io” e perché, nel contempo, permettono l'ostentazione della “parte nascosta e repressa di se stessi”, che è normalmente sepolta e quindi defunta – ciò vale ancor di più per Pulcinella che, nella ritualità della Campania funge da “capro espiatorio”, da uomo-bestia (il suo naso rimanda infatti al becco delle galline) e, soprattutto, da “agente mortuale” essendo “in rapporto col decesso e con la resurrezione”. Lo confermano l'abito bianco – che è una veste iniziatica –; il rosso calcato delle labbra, che evoca il sangue; il contrasto in volto tra le sue parti scoperte, sbiancate dal fondotinta, e l'oscurità della maschera (che è emblema anche di buio, paura e inconscio). Se poi aggiungo che Pulcinella, nell'iconografia delle statue in terracotta, è spesso rappresentato con in mano una scopa di paglia, in atteggiamento minaccioso e dunque posto in rapporto coi rifiuti; che ha “funzione psicopompa”, per dirla ancora con De Simone, cioè è veicolo o rappresentante della comunità; che fonde nel suo discorso cicaleccio e alta cultura, l'equivoco ed il chiasso, la sciocchezza ed il buon senso e che è afflitto da logorrea e – simile ad un rapper – “è in balia della voglia di parlare”, per usare la descrizione che ne fa Domenico Rea, ecco che la maschera assume una funzione non oleografica bensì tematica e identitaria. Inoltre: Pulcinella non è un rivoltoso, non è un ribelle, non è un rivoluzionario; servo che bada “alla sua panza”, mezzano che subordina ogni altro interesse al piatto di spaghetti, Pulcinella si pone al servizio del padrone, s'accontenta degli avanzi, si fa bastare la sopravvivenza quotidiana invece di pretendere o di costruire il suo futuro. Contraddistinto da una (a)moralità che concilia per vantaggio con chi abusa, inganna, domina o conquista, diventa perciò la vittima di se stesso, della propria ignavia, della propria ignoranza, del proprio bisogno più effimero e immediato. Figura che magna e fotte, poi si lamenta e chiagne, Pulcinella − fosse stato previsto, nelle sue storie di guarattelle − avrebbe anche lui fatto sversare, prima dell'alba, nei suoi campi; avrebbe ceduto ettari di frutteti o intere cave alla camorra; avrebbe stretto accordi con gli industriali, venduto il voto, sorriso al criminale: soddisfatto di aver ottenuto in cambio la razione quotidiana di maccheroni.
Tre: L'Asilo.
Requiem a Pulcinella non nasce in uno spazio privato né è il frutto di dinamiche produttive consuete. Nasce a L'Asilo ovvero all'Ex Asilo Filangieri, da anni spazio – più che occupato – recuperato alla città: dai suoi stessi cittadini. Nasce, ancora più precisamente, in quel laboratorio permanente di fatica e formazione che è la Scuola Elementare del Teatro che, da tre anni, è diretta da Davide Iodice. Quaranta allievi che, per due volte alla settimana, “studiano per studiare” − riutilizzo l'espressione che usò un giorno Manfredini, per dirmi dell'urgenza primaria che appartiene o dovrebbe appartenere ad ogni attore – ossia che cercano di allenare e di ampliare le proprie potenzialità interpretative. È in questo luogo che le istituzioni non hanno riconosciuto, se non con il ritardo con cui la politica guarda e si accorge del reale, che nasce Requiem a Pulcinella: emissione coraggiosa o, se volete, segno culturale di un progetto – la Scuola Elementare trasformata in un Conservatorio Popolare per le Arti della Scena – che aspetta e merita un sostegno strutturale, una sua istituzionalizzazione definitiva: pena, altrimenti, la sua fine.
Dunque L'Asilo, ovvero un bene sottratto alla partitocrazia familistica, tolto alla malapratica consueta dell'abuso privato di ciò che è pubblico, edificio anch'esso inquinato tra lo spreco di risorse, le opportunità mancate, le programmazioni effimere, le progettualità faraoniche su carta ed invisibili in città e bonificato adesso dall'associazionismo, dall apratica dell'autogoverno, dall'impegno collettivo e quotidiano.
È da qui che viene il controcanto che ho ascoltato allo Start e non credo che sia un caso.

Una croce  destinata a illuminarsi, sulla parete di fondo; a destra una sedia con microfono, che sono il luogo da cui Tommaso Renzuto Iodice produce accompagnamento sonoro (“'a fatica feta, feta 'a fatica”) e scenico (le grandi sacche che rovescia, inondando il pavimento di coperchi di lattine in alluminio); a sinistra la postazione da cui Ivan Alvio Sgroi emette i suoni. Frontale, richiamato a nuova vita al cospetto degli spettatori, con indosso un cappotto liso, Damiano Rossi che – guardando il pubblico, in totale assenza di quarta parete – rivolge il suo canto, alternando tonalità alte e basse, verbalità accelerata o da slow motion, riprese e sospensioni, stabilendo così un rapporto diretto con la platea, che viene informata, scossa, interrogata, sollecitata e traversata. Cinquanta minuti circa nei quali “sta voce coce, e comm' coce, me pare 'na pentola a pressione”, impegnata com'è a fare narrazione, elenco, testimonianza, ragionamento ed invettiva, commento ironico e citazionismo per formare un discorso nuovo, che unisce e intreccia colto e popolare, gergalità contadina e urbana, formule colloquiali, riferimenti espliciti o allusivi. "Basta, 'sta storia adda fernì" ed è l'inizio di un flusso che contiene Licola, Sarno, Castelvolturno ed Ercolano, Baia Domizia, Mondragone, l'impastatrice per la calce, il depuratore che non depura, nu' mare 'e merd' (per questo l'uso, a un punto, di una rete metallica da pesca) e l'emigrazione giovanile a Londra, Berlino, Barcellona o la resistenza a Napoli, tra scuole d'amianto, strade coi fossi e un Asse Mediano "che piglia per' ogni sera". Ma non "vi site rutt' 'a uallera e fa' finta 'e nient'?".
Reqiem a Pulcinella è concerto – prima che un'azione teatrale nella sua completezza scenica – con annessa coniugazione mimica e motoria, limitata tuttavia a una sequenza posticcia e pantomimica che accompagna e rende col corpo il flusso sonoro che fa da base; elaborata spesso sul posto e quasi bidimensionale, la sequenza di movimenti che ne viene mi ricorda ciò che accade con le marionette dei teatrini di cartone o, più propriamente, un crudele Balagànčik partenopeo.
Avanzo di un carnevale criminoso, del quale sono tutti morti, questa figura quindi fa analisi e commemorazione di se stesso, mostrandosi a un metro dagli spettatori: guardatemi, sembra dire, ed ascoltatemi, perché capiate cos'è che è successo, cos'è che ancora succede ed è destinato a continuare. C'è dunque la condivisione sonora di un condizione mortuale e collettiva mentre manca – in questo primo studio – la corporeità individuale, manca l'uso pieno dello spazio a disposizione, manca una dinamica che traduca in azioni o in metafore visive, prima che in immagini frontali, il portato della parola mentre è intensa e vera la scrittura, tra le più interessanti ascoltate a Napoli di recente. Pastiche semantico, canto di sdegno e reinvenzione dell'esistente lessicale, Requiem a Pulcinella mi sembra infatti che induca soprattutto all'atto dell'ascolto e dunque a un'attenzione che, anche quand'è massima, resta comunque passiva o limitata perché prettamente uditiva, tant'è che gli occhi, mi viene da scrivere, non mi sono serviti che a contemplare la fonte da cui è venuto il flusso di parole.
Crescerà – deve crescere – quest'opera: fino a innervare e possedere i corpi che se ne fanno portatori, generando attoralità ulteriore e teatro in senso pieno. Deve crescere – e crescerà – quest'opera, che è stata di fatto la prima che qui a Napoli, nel suo pieno centro storico, ha scalfito la rimozione della tragedia, assumendosi in pieno la responsabilità politica e culturale di farne cunto. Finalmente.



 

 

Requiem a Pulcinella [RAP]
di e con Damiano Rossi
turntablist, b-boy Ivan Alfio Sgroi
coro, figure, tecnica Tommaso Renzuto
coordinamento artistico e tecnico Michele Vitolini
scenografie Rossella Flagiello
con il contributo di Mattia Di Mauro
residenza Teatri Associati Napoli
con il sostegno di Mibact, Forgat Onlus, l'Asilo
lingua napoletano
durata 50'
Napoli, Start Teatro/Interno5, 1° aprile 2016
in scena 1° e 2 aprile 2016



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