“Sin da ragazzo gli piaceva disegnare navi, vascelli alberati, brigantini, e più c'erano alberi e vele e sartie più godeva, specie a tratteggiare battaglie navali, le nuvolette che fanno i cannoni quando sparano. − Mi piaceva disegnare il vento, − ha detto quasi commosso, come scoprisse qualcosa di sé che prima non sapeva. − Era un po' come disegnare la libertà, la forza. La vita”.

Emilio Salgari / Ernesto Ferrero

Sabato, 13 Febbraio 2016 00:00

Tra i detriti, vive l'Ubu di Roberto Latini

Scritto da 

Può sembrare assai banale trovarsi davanti ad un palcoscenico a quinte laterali leggermente oblique, completamente bianco, mentre “ominidi” vestiti del medesimo colore si stagliano sulla parete di fondo. La scena è come una superficie lattea sulla quale Padre Ubu (Francesco Pennacchia), Madre Ubu (interpretata, con tanto di baffi, da Ciro Masella) e i futuri “consiglieri”  stanno silenziosamente pescando, ascoltando i suoni di una qualsiasi alba.

Non c’è nessun riferimento spazio-temporale se non quello d’individuare, nella labilità della pratica teatrale, un punto nel quale concentrare l’incontro fra linguaggi ed echi che si intrecciano sino a dar vita – seppur nel segno di una grande raffinatezza registica ed attoriale –  a un’enorme materia grezza che va da Shakespeare a Carmelo Bene, passando per altri esponenti del teatro di ricerca del Novecento, in un’ottica a posteriori della rottura che Jarry opera col teatro sino ad allora esistito.
Come si legge nei versi che introducono il testo, Ubu pare essere nella testa del suo ideatore l’archetipa essenza di Shakespeare i cui echi pulsano fra le maglie assai grottesche della relativa drammaturgia dalla deformante lingua e che nell’adattamento di Fortebraccio Teatro sono amplificati, tratti alla luce per mezzo di un Pinocchio (citazione di Carmelo Bene), come se si sventrasse sostanzialmente l’opera dal suo interno.
Un Pinocchio incatenato – non a caso impersonato dallo stesso Roberto Latini − recita al suo microfono i versi di Lady Macbeth, correndo subito dopo dietro la corpulenta Madre Ubu attribuendole, con questo gesto, la malvagità insita nella protagonista della tragedia inglese; l’inerme e ridicolo principe Bugrelao (Guido Feruglio) giura maldestramente vendetta agli spettri degli antenati e del padre re Vinceslao, sulla falsariga dei versi di Amleto, e diventa grottesco rimando al giuramento pudico e romantico di Romeo e Giulietta, della cui morte se ne fa parodia quando Ubu Roi “gioca” alla guerra contro il legittimo erede. Al “burattino di legno” ed alle sue catene è delegata la funzione maieutica di rigettare letteralmente tracce della tradizione scespiriana e non solo.
Nel 1896 Ubu Roi si afferma nella storia del teatro come punto di rottura e di non ritorno, spada divisoria fra ciò che si concepisce come tradizione ed avanguardia; un  momento unico ed irripetibile dal quale si origina proprio la stessa dicotomia secondo la quale abbiamo per decenni concepito il teatro. Ma, non sono oramai le avanguardie di ricerca novecentesche esse stesse a possedere una propria tradizione?
Il fenomeno Alfred Jarry sembra dunque oggi un concetto inafferrabile, la cui svolta eclatante e relativa forza di scandalo sono oramai opacizzate; è Ubu Roi un’opera che, messa in scena ora, vale a dire nel nostro presente, ha esaurito il suo ruolo di rottura e diviene per noi un classico.
L’epopea grottesca di Ubu si trasforma così in un appuntamento nel quale passato e futuro si incontrano; le pulsioni scavate dalle citazioni del Bardo hanno il sapore di echi ancestrali, riti perenni che si incasellano negli stilemi da teatro dell’assurdo; conscio delle distorsioni linguistiche e della natura marionettistica con la quale Jarry rappresenta i protagonisti, Fortebraccio Teatro mette in scena personaggi rigorosamente in maschera (rivendicando, quindi, la ritualità e la natura ancestrale del teatro stesso) dal ventre ridicolmente rigonfio (similmente nelle farse elleniche) e, come con Bordure (Marco Jackson Vergani) ne disarticola le capacità verbali e motorie rendendoli, ai nostri occhi, insieme ominidi e marziani futuristici; inoltre rievoca in chiave parodica, nei gesti di Rosmunda (Sebastian Barbalan) il teatro di maniera o nel lontano imperatore d’oriente quello cino-giapponese, tanto caro ai primi movimenti di avanguardia di fine Ottocento e fa di Bugrelao − al quale Jarry attribuì cuffia e tutina da bebè – una sorta di fantoccio semi-autistico. Si contemperano così una pluralità di forme e linguaggi che fanno del mostruoso Ubu una sorta di buco nero dal quale il passato ed il “futuro” – cioè il teatro dopo Jarry − sono letteralmente vomitati sulla medesima scena, nella stessa non-dimensione spazio temporale, alla ricerca di una possibilità di espressione ad oltranza.
Sembra quasi che l’allestimento Ubu Roi firmato da Roberto Latini si basi su una forza centrifuga entro la quale vedere il teatro come una valanga che arreca con sé detriti che camminano con esso, ponendo di volta in volta il limite della sua infinita estensione, nuove colonne d’Ercole del suo linguaggio e dell’immaginazione.
Padre Ubu resta una creatura mostruosa, un ibrido che attraverso le figurazioni e stili “futuristici” e la sua infantile pretesa di illimitata fantasia, ci rimanda non una mera rappresentazione, ma un monito a (ri)vedere il teatro come spazio immaginario, rituale che non è spettacolo ma richiamo alla pluralità di linguaggi e forme con i quali fondare una relazione tra chi ne condivide ancora il valore e la necessità. 
A noi, quindi piace quella scena completamente bianca e vuota perché, andando oltre la cognizione formale ed estetica, abbiamo visto  in essa un rito vagamente dionisiaco di puerile irruenza, una visione entropica del teatro contemporaneo; ritorniamo con la mente allo spettacolo di Roberto Latini riflettendo sulla nostra capacità di ri-creare nuove soluzioni e nuovi mondi possibili; sulla nostra capacità di riprovare ad immaginare e raccontare nuove derive per gli Ubu in fuga, così grottescamente scampati alla vendetta di Bugrelao, e di continuare a rappresentare l’inesorabile riprodursi di questa scalata al potere così ridicolmente violenta e banale.
Così con l’ultima battuta quasi nonsense“Se non ci fosse la Polonia, non ci sarebbero i Polacchi” − si allontana il vascello che trascina il protagonista in una deriva metafisica che lo lascia sempre e in ogni caso, come il teatro stesso, in vita.

 

 

 

 

Ubu Roi
di Alfred Jarry
adattamento e regia Roberto Latini
con Roberto Latini, Francesco Pennacchia, Ciro Masella, Sebastian Barbalan, Marco Jackson Vergani, Lorenzo Berti, Guido Feruglio, Fabiana Gabanini
musiche e suoni Gianluca Misiti
scena Luca Baldini
costumi Marion D'Amburgo
luci Max Mugnai
assistente alla regia Tiziano Panici
foto di scena Simone Cecchetti
produzione Fortebraccio Teatro
in collaborazione con Teatro Metastasio di Prato-Stabile della Toscana
Roma, Teatro Vascello, 7 febbraio 2016
in scena dal 4 al 7 febbraio 2015

Lascia un commento

Sostieni


Facebook