“Sin da ragazzo gli piaceva disegnare navi, vascelli alberati, brigantini, e più c'erano alberi e vele e sartie più godeva, specie a tratteggiare battaglie navali, le nuvolette che fanno i cannoni quando sparano. − Mi piaceva disegnare il vento, − ha detto quasi commosso, come scoprisse qualcosa di sé che prima non sapeva. − Era un po' come disegnare la libertà, la forza. La vita”.

Emilio Salgari / Ernesto Ferrero

Ester Formato

"Follìar": ai bordi di un evanescente crepuscolo

Se una delle più ampie ed angosciose suggestioni beckettiane – in Aspettando Godot – è lo spazio indefinito, privo di coordinate, che comprime e sbigottisce secondo dopo secondo le fragili esistenze dei protagonisti, nel lavoro della compagnia Asorri/Tintinelli è una strana sensazione di reclusione a sfinire progressivamente i due buffi personaggi, già perduti ai margini di un’esistenza come non pervenuta al mondo esterno.

Specchio esistenziale

Quella di Un quaderno per l’inverno è una scrittura lucida in cui ogni singola parola appare accuratamente cesellata e le pause in essa contenute non guastano il ritmo e la tenitura della drammaturgia. Abbiamo, dunque, un professore di letteratura che conduce una vita solitaria in un anonimo appartamento metropolitano. Nell’enorme spazio scenico del Teatro India di Roma vi sono un paio di sedie rosse attorno ad un tavolo rettangolare bianco, unici riferimenti che circoscrivono il perimetro entro il quale Alberto Astorri (attore della compagnia Astorri/Tintinelli) e Luca Zacchini (de Gli Omini) agiscono.

Preamleto o del Potere (mafioso)

Il luogo (o non-luogo) in cui Veronica Cruciani inscena il Preamleto di Michele Santeramo ha l’aria di essere un bunker che riusciamo ad intendere come una occulta camera del Potere, una cabina di regia nella quale – secondo la contemporanea sensibilità dell’autore − si annidano dei germogli “politici” che vengono ipoteticamente sottesi all’opera shakespeariana. Non siamo sicuri, a dire il vero, che Preamleto sia soltanto un semplice assioma, un precedente episodio all’Amleto. Se ragioniamo solo in termini di pura sequenzialità è probabile che la prospettiva non sia del tutto esaustiva e che, forse, si ha l’impressione di essere dinanzi ad un tentativo di asportare da un classico una cellula essenziale: per renderlo opera aperta e, nella relativa (non) conclusione, lasciarci con domande più che con nuove risposte.

Edipo marginale e "Scarrozzato"

Un sipario semitrasparente verde e azzurro retto da un bastone per tende, più lungo rispetto allo stesso drappo  che cala di sghembo sulla scena, fatto da un insieme di stracci di “camise, de gipponini, de sottane, de calzette, de pezze, de reggitette, de mudande smangiate su tutte dai vermeni, dalle camole e dalle piattole de ‘sta vagina de coiti e de morte che ha da essere e sarà in eternis la latrina teatralica!”. Dietro di esso una serie di fantocci in fila, parrucche e abiti di scena malandati s’intravedono grazie alla tenue luce di soli quattro grandi fari che dall’alto illuminano l’assito del Piccolo Eliseo.

Tra i detriti, vive l'Ubu di Roberto Latini

Può sembrare assai banale trovarsi davanti ad un palcoscenico a quinte laterali leggermente oblique, completamente bianco, mentre “ominidi” vestiti del medesimo colore si stagliano sulla parete di fondo. La scena è come una superficie lattea sulla quale Padre Ubu (Francesco Pennacchia), Madre Ubu (interpretata, con tanto di baffi, da Ciro Masella) e i futuri “consiglieri”  stanno silenziosamente pescando, ascoltando i suoni di una qualsiasi alba.

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