“Il risultato fu penoso: silenzio, imbarazzo, stupore. Si sentì volare la parola canovaccio; qualcuno chiese se si trattasse di una tragedia o di una commedia. Quasi tutti furono d'accordo nel giudicare il testo irrappresentabile. Fu così che Čechov − lo sguardo basso, le mani in tasca, a piccoli passi lentissimi − se la filò in albergo, sulla Tverskaia, senza farsi notare”

Cesare Garboli su "Le tre sorelle"

Venerdì, 28 Aprile 2017 00:00

Specchio esistenziale

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Quella di Un quaderno per l’inverno è una scrittura lucida in cui ogni singola parola appare accuratamente cesellata e le pause in essa contenute non guastano il ritmo e la tenitura della drammaturgia. Abbiamo, dunque, un professore di letteratura che conduce una vita solitaria in un anonimo appartamento metropolitano. Nell’enorme spazio scenico del Teatro India di Roma vi sono un paio di sedie rosse attorno ad un tavolo rettangolare bianco, unici riferimenti che circoscrivono il perimetro entro il quale Alberto Astorri (attore della compagnia Astorri/Tintinelli) e Luca Zacchini (de Gli Omini) agiscono.

È una forza disperante la spinta propulsiva della storia; Nino, un pover uomo che ruba per necessità, minaccia con un coltello il professor Velonà introducendosi nel suo appartamento e costringendolo a scrivere nuove poesie, oltre quelle che ha letto in un taccuino che si era ritrovato quando gli ha rubato il computer. La verità è che sua moglie è in coma, ma quando le ha letto i versi annotati su quel quaderno, la donna ha inaspettatamente avuto delle reazioni. Bisogna, dunque, che gliene scriva altri di versi per poter sperare in un miracolo.
Snocciolata attraverso un dialogo fra i due (in tre diversi tempi), la situazione irreale e assurda è tuttavia ambientata in un comunissimo contesto metropolitano di cui abiti, oggetti, una busta della spesa sono segni riconoscibilissimi. Le battute che veloci si susseguono con delle ripetizioni fra un turno e l’altro, con un fraseggio talvolta frantumato, sono pervase da un’ironia in grado di attutire la sotterranea disperazione e ricordano spesso stilemi beckettiani o pinteriani. Tuttavia, la pièce di Armando Pirozzi tende a superare il problema dell’incomunicabilità per recuperare un contatto, un incontro fra solitudini pronto a declinarsi in una stramba complicità che s’incunea in una scansione temporale precisa (a distanza di tre ore, poi di otto anni), che permette di fissare l’episodio iniziale come un accadimento nella loro vita destinato ad echeggiare in seguito nei loro vissuti, sottile trama che li intreccia.
Microgesti, azioni banali come la spremuta d’arancia che accompagna il silenzio dei due e sostituisce con bislacca complicità le parole sommerse, la penna sul foglio per cercare di mettere giù qualche verso, il modo in cui Nino si siede cercando di incutere timore al professore per costringerlo a scrivere poesie, la sua mano tremula con la quale tiene il coltello, sono quei sottili particolari che fanno il racconto scenico e che Massimiliano Civica rende sgombro di ogni orpello superfluo. La regia sembra lavorare per sottrazione, economizzando persino sul rapporto con gli oggetti scenici, tutti quanti cacciati da un cassetto del tavolo.
Due essenze metropolitane attanagliate dalle perdite, dalla disperazione della morte o della solitudine, da un vago senso di inutilità che si avverte quando la vita finisce per suonare come una condanna; alle necessità del neovedovo che spera in un figlio che possa imparare a scrivere cose belle per “salvarsi” si contrappone chi è condannato a studiare le parole degli altri che non incidono più sul suo vissuto, se questo stesso vissuto è relegato in una serie di versi scritti per un amore ormai perduto. La parola “salvifica” cui non smette di credere l’uno, anche dopo la morte della moglie, anche dopo anni, suona infertile all’inaridito professore, inchiodato ai suoi studi letterari, incapace di comprendere quell’urgenza vitale che gli si impone davanti. Un’urgenza che Velonà ha sublimato in quel taccuino nel quale ha trasformato ricordi di vita vissuta in simboli atrofici, fissando in significati immobili pezzi del suo passato; alibi perfetto perché questa sua condanna a leggere parole degli altri gli sottragga lo spazio di vita vissuta, facendolo rimanere inerme dinanzi alle istanze di Nino.
Un quaderno per l’inverno, però, non sembra una celebrazione della poesia in quanto tale perché non lascia al pubblico alcunché di retorico; più che altro grazie alla capacità attorale riesce a tradurre le istanze della scrittura drammaturgica in un’autentica narrazione dialogica a cui lo spettatore si sente partecipe, se non solidale con quei caratteri metropolitani chiusi nelle loro vesti distintive. La regia è in questo caso una mano invisibile che li posiziona in scena, sottraendo allo sguardo dello spettatore tutto ciò che non è incarnazione del testo, scarnificando la compagine della finzione scenica, restituendo però al pubblico una composizione raffinata.
Del resto, cosa c’è di più umano che riflettere sulla capacità più importante che contraddistingue l’uomo da tutti gli altri animali? Vale a dire quella di saper contemplare e (ri)conoscere la propria storia esistenziale, sviluppandone perfino una narrazione? Nino e il professor Velonà riconoscono tutto ciò in maniera profondamente differente, ma tanto basta perché possano costituire l’uno uno specchio dell’altro. È – Un quaderno per l’inverno – la riproposizione del gioco elementare del teatro quale “luogo dove degli uomini guardano degli uomini che rappresentano degli uomini” (lo stesso Civica in un’intervista su Dramma.it), ma prima ancora un’autoriflessione sulla scrittura stessa che sottende, in questo caso, al teatro. Quanto abbiamo ancora bisogno di parole che ci accomunino, che raccontino noi stessi, quanta necessità si abbia di ripartire dall’elementarità di una storia, scarnificando tutte le sovrastrutture che si sono create fra l’uomo e la sua autorappresentazione. Quanto c’è bisogno, in mezzo a tutta la complessità del reale, dell’immediatezza del linguaggio e dell’incontro fra simili.




 

Un quaderno per l'inverno
di Armando Pirozzi
uno spettacolo di Massimiliano Civica
con Alberto Astorri, Luca Zacchini
scene Luca Baldini
costumi Daniela Salernitano
luci Roberto Innocenti
foto di scena Duccio Burberi
produzione Teatro Metastasio di Prato
con il sostegno di Armunia Centro di Residenze Artistiche Castiglioncello
lingua italiano
durata 50'
Roma, Teatro India, 23 aprile 2017
in scena dal 19 al 23 aprile 2017

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