"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Mercoledì, 06 Gennaio 2016 00:00

Parole e fumo

Scritto da 

In tempi di produzioni minimali lo spazio scenico è delimitato dal quadrato di un tappeto. Una sedia, dei fascicoli, dei bicchieri di vetro, completano l’arredo scenico. La luce rossa diffusa da un proiettore segna l’entrata dell’unico protagonista, un ragazzo magro e dinoccolato in jeans e felpa che si siede sulla sedia di legno, di foggia comune e antiquata. È un pentito di camorra, un collaboratore di giustizia che gode del programma di protezione che lo Stato offre ai testimoni.

È un infame, per il sistema di regole cui ha deciso di voltare le spalle, e infame due volte: prima ha lasciato il suo clan per passare a quello avversario − segnando il destino dei suoi cari − poi ha lasciato la malavita decretando, indirettamente, la morte dell’ultimo fratello rimasto.
Il ragazzo parla, parla, con un dialetto che sa di periferia campagnola e costruzione scenica, poco plausibile. Racconta al commissario fatti, nomi e soprannomi, anzi, come si dice in dialetto, contranomi. Si potrebbe dire, da un certo punto di vista, che tutto il monologo non sia altro che l’elogio del contranome, e fatti, nomi, date, crimini, scivolano in secondo piano rispetto alla genesi dell’epiclesi di ognuno dei boss, killer o piccoli tirapiedi. Mazz’ 'e scopa (mazza di scopa), ’o cardill’ (il cardellino), Aucelluzz’ (l’uccellino), ’o cinema a culore (il cinema a colori), ’o malamente (il cattivo), ’o purtuallo (l’arancio)... ognuno di loro era solo un ragazzo, nato in un quartiere dove non c’era niente di meglio da fare che perdere il tempo insieme, piccole rapine, per poi passare, da grandi, a cose più serie, per farsi strada, per soddisfare le ambizioni paterne. Fatti, nomi, crimini, la voce fuori campo (prestata da Luciano Scateni) che commenta al telegiornale la faida e i successi della giustizia, nulla sembra vero, tutto sembra dissolversi tra le nuvole di fumo della canna che il ragazzo, Mazz’ 'e scopa, rolla platealmente e fuma avidamente, quasi disperatamente, anche se il fumo sembra serrargli la gola. Il ragazzo fuma e insegue i suoi fantasmi, i fantasmi dei compagni di un tempo. Fuma per calmare la paura, l’ansia, sua e degli altri. Il ragazzo non ha altro che parole e fumo. Non vuole altro. Solo parlare, se vogliono, e fumare.
Luigi Credendino ha saputo dare un corpo plausibile ad un personaggio improbabile, un criminale di mezza tacca, un pesce piccolo, dispiegando tutta la capacità mimica del volto, delle lunghe braccia, delle mani. Ha saputo dare corpo e voce, tuttavia, anche a tutto il resto, l’aria dei vicoli, il sole estivo, la musica melodica diffusa dalle autoradio rubate, le vecchie assiepate nella cappella del tesoro per il miracolo di San Gennaro, anche lui appellato col contranome di Faccia gialluta (faccia gialla), dalle loro voci gracchianti.
Giovanni Meola e Napoleone Zavatto hanno costruito, su un testo minimale e con pochi elementi, uno spettacolo raffinato, in cui ogni gesto ha un senso, è calibrato, volto a costruire immagini che si dispiegano consapevolmente fotografiche davanti agli occhi. L’uso sapiente delle luci, i colori, la direzione, l’intensità, modellano lo spazio che non c’è, evocano fantasmi, dimensioni interiori, come quando il ragazzo si muove in scena con la sua ombra. Oppure quando nominando i vari componenti del clan il ragazzo timbra il fascicolo e lo mette via. O racconta il significato e l’origine di ogni soprannome, disponendo il fascicolo corrispondente col dorso in su, a piramide, allineato lungo il bordo del tappeto, lasciando vuoto lo spazio al centro, che verrà occupato dal capo. O ancora quando narra di un agguato da parte di un clan rivale, alla pizzeria di Porta Capuana “c’a sann’ pur’ America” (che conoscono anche in America), con i killer mimati metaforicamente (ma non evocati verbalmente) come avvoltoi, dal sinistro e lento sbattere di ali. Non mancano i momenti comici, un tono leggero di fondo, affabulante, un piccolo gioiello che si disperde come fumo nello scrosciare dei meritati applausi.

 






30ennale Sala Assoli. Teatro, teatri e Quartieri Spagnoli
L'infame

di Giovanni Meola
regia
Giovanni Meola
con Luigi Credendino
costumi ed elementi di scena Annalisa Ciaramella
assistente alla regia Napoleone Zavatto
voce registrata fuori campo Luciano Scateni
produzione Teatri Uniti, Teatro Festival Italia, O.T.C. SempreAperto, Teatro Garibaldi
in collaborazione con Institut Ramon Llull
lingua italiano, napoletano
durata 50’
Napoli, Sala Assoli, 2 gennaio 2016
in scena 2 e 3 gennaio 2016

Lascia un commento

Sostieni


Facebook