“Noi siamo ciò su cui manteniamo il silenzio”.

Sándor Márai

Lunedì, 04 Gennaio 2016 00:00

Schiocchi e tocchi tra casta diva e bossa nova

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Una cosa è certa: è un bel vedere ventisette giovani ventisette che su un palco di teatro donano il meglio della gioventù loro – entusiasmo serietà forza allegria – al rispettabile pubblico che affolla il Teatro Nuovo qui a Napoli in questa assolata ma freddina vigilia di San Silvestro, fa bene all'occhio e al cuore. E, per dover di critica, pur essendo lo spettacolo (Passioni e storie d'amore – Comico in… canto) frutto non acerbo di due laboratori teatrali che Ernesto Lama ha condotto durante l'anno, nessun sapor dolceamaro di saggio di fine anno ha la messa in scena, se non l'età dei protagonisti: alcun dilettantismo, infatti, potresti scorgere, pur con insistenza – confesso – cercandolo, alcuna incertezza nell'atteggiamento loro, alcun incentivo al ricordo, insomma, di recita scolastica; altri, se mai, come vedremo, gli appunti, le riserve, le note a margine d'un tal allestimento: ove mai presenti falle, abbiamo certezza che questo non riguardi loro, gli assoluti protagonisti che, in fondo, han salvato la serata, meritando pienamente sia gli auguri del (quasi) metaforico brindisi del capocomico che aprono il sipario, d'un anno pieno di grandi soddisfazioni, sia gli applausi che, dopo due ore, quel sipario chiudono nel giusto tributo che si deve a veri attori.

Ciò detto, andiamo all'esame di quelle due ore: lo spettacolo è ideato, scritto e diretto da Ernesto Lama che, con l'ausilio di Salvatore Cardone e Aniello Palomba per la parte musicale e di Carlotta Bruni per i movimenti coreografici, cerca di raccontare un'ideale storia del comico in musica nello scorrer del tempo dal secolo romantico al secolo breve e fino all'ancora indefinito secolo presente, attraverso un annunciato e presumibile complesso di contaminazioni, salti mortali e musicali calembour, sapientemente combinando il melodramma (meglio, l'opera buffa) al musical, l'operetta al cinema, i cartoons alle canzonette, in un gioco di specchi e di rinvii, di luci e di ombre, d'emozione e ilarità che si preannuncia godibile e sereno. Certo, idea non nuova, ma pur sempre valida per noi che viviamo l'oggi ma – giusto o sbagliato che sia – sempre con lo sguardo rivolto più al passato che al futuro, pronti al sospiro e alla lacrimuccia al solo evocare i giorni addietro; s'esplicita, l'idea iniziale, attraverso un ininterrotto fluire di musica e parole e canto, in uno spazio vuoto abitato dalle – spesso contrapposte – masse dei ragazzi e delle ragazze, che (ri)creano, col solo ausilio d'una trentina di sedie e molta fantasia, strade e camposanti, aule di tribunali e buie cattedrali, in un continuum spaziotemporale che attraversa le nostre memorie e solletica i nostri non troppo sopiti (falsi) ricordi, in una complessiva atmosfera da vaudeville fin de siècle che, pur non dichiarato, è il tempo vero della rappresentazione, evocato dagli abiti e dai gesti dei giovani attori, come la Napoli anch'essa mitica e centenaria dello stesso tempo ne rappresenta con certezza il luogo rievocato e rivissuto.
La cosa migliore son certo le parti cantate, rispetto a quelle recitate: e questo perché le battute, i giochi di parole, le piroette verbali, i monologhi e i dialoghi portan troppo spesso impresso il marchio d'una troppo vecchia ed abusata fattura, come facezie d'avanspettacolo troppo in là con gli anni perché possa far ancora veramente ridere, spingendo tutt'al più al malinconico (mesto in certi casi) sorriso. Se l'operazione nostalgia di musiche e canzoni del passato può avere, come detto, un senso, nel caso del puro riciclo delle battute e delle barzellette rischia di incorrere nel tragico epilogo che inevitabilmente ne accompagna il tentativo di riutilizzo: il grido "è vecchia!" è sempre pronto a sfuggir da una platea di poco meno educata di quella della sera scorsa, e con ragione. Così, meglio senz'altro il Duetto buffo di due gatti, d'attribuzione rossiniana, che impercettibilmente scivola nella Marcia funebre di Chopin, ottimo esempio di come possa ben funzionare il mix tra musiche di diverso genere il cui accostamento, insieme al gesto dell'attore (si mima un funerale) origina il comico secondo la classica definizione pirandelliana, puro avvertimento del contrario che si genera dal contrastar l'apparenza con la realtà; buono sicuramente anche lo sconfinar dell'Aida nel blues del clarinetto di Peppe Di Colandrea e ottimo comunque l'accompagnamento musicale, oltre che dello stesso Di Colandrea, di Luigi Sigillo al basso, Mimmo Napolitano al piano, Aniello Palomba alla chitarra e Riccardo Schmitt alla batteria. Meno perfetti altri accostamenti, come la Casta diva col Va pensiero, il Cortigiani, vil razza dannata col Padrino, che soffrono d'un troppo spinto arrangiamento che ne rende – di fatto – indecifrabile la provenienza, mentre sicuramente sorprendenti certe inusuali citazioni come il Rossini "minore" de La gazzetta, coi preziosismi nonsense del quintetto Già nel capo un giramento che lascia del tutto inaspettatamente balenare Se bruciasse la città, oppure addirittura lo "sconfinamento" settecentesco d'Orfeo ed Euridice (la classicissima Che farò senza Euridice trascolora prima in The lion sleeps tonight e poi in un ritmo di bossa nova), da annoverare sicuramente tra le cose migliori.
Ciò che soprattutto funziona, comunque, è sicuramente il ritmo che si è deciso di dare alle parti musicali, con la perfezione delle "entrate" dei ragazzi in battute, risa, schiocchi e tocchi e, insieme, i movimenti coreografici che alleggeriscono la scena e la rendono fruibile e limpida, al contrario di certe parti prevalentemente recitate (si veda la lunga scena del tribunale, verbosamente interminabile e appesantita da inutile serie delle vecchie battute di cui si diceva prima) che, invece, son l'anello debole della pièce. Peccato, perché così, oltre a viaggiar con una metà, per così dire, monca, lo spettacolo non riesce a (forse non vuole) compiere il definitivo passo che dalla comicità, secondo la definizione di Pirandello già data, lo porterebbe ad approdare all'umorismo e a uscire da certe secche aride e stanche, anche se la grande professionalità di tanti, in primis il gruppo dei giovani protagonisti, merita senz'altro il lungo e prolungato applauso che li saluta alla fine e a cui unisco convintamente anche il mio.

 

 

 

 

Passioni e storie d’amore – Comico in… canto tra ‘800 e ‘900
regia Ernesto Lama
con Ernesto Lama, Cinzia Annunziata, Stefania Autuori, Andrea Avagliano, Lorena Bartoli, Germano Ciaravola, Gennaro Ciotola, Marika Costabile, Angela Rosa D'Auria, Annalisa De Giulio, Mariano Di Palo, Simona Esposito, Benedetta Fontana, Valeria Frallicciardi, Roberta Gesuè, Lorena Leone, Carlo Liccardo, Marco Lupi, Eliana Manvati, Laura Pagliara, Massimiliano Palumbo, Vittorio Passaro, Melania Pellino, Francesco Rivieccio, Nicola Sergianni, Marco Serra
musiche dal vivo eseguite da Luigi Sigillo (contrabbasso), Mimmo Napolitano (piano), Peppe Di Colandrea (fiati), Aniello Palomba (chitarra), Riccardo Schmitt (batteria)
coreografie Carlotta Bruni
consulenza musicale e canto Salvatore Cardone, Aniello Palomba
arrangiamenti musicali Mimmo Napolitano
ricerca storiografica Antonio Speranza, Paola Manetta
costumi Violetta Di Costanzo, Nunzia Russo
luci Dario Russo
aiuto regia Antonio Speranza
produzione Compagna Gli ipocriti
durata 2h
Napoli, Teatro Nuovo, 30 dicembre 2015
in scena dal 26 al 30 dicembre 2015

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