"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Giovedì, 07 Gennaio 2016 00:00

Napoli, parole e musica

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Ombre nere sul fondo blu.
Toni da un lato, Peppe dall’altro, ai margini del palco, seduti, in attesa, come ai due angoli di un ring due pugili in procinto di darsi battaglia.
Gli arbitri, più avanti, al centro: i musicisti. 
La giuria, di fronte, nella platea: il pubblico.

Ritornano così in scena Toni e Peppe Servillo, dopo la fortunata esperienza de Le voci di dentro,che tanto successo ha riscosso in giro per i teatri italiani. Dal teatro al teatro. Dal teatro da cui insieme erano partiti negli anni giovanili per poi allontanarsene prediligendo il cinema e la musica, al teatro, primo vero amore di entrambi, che li ha fatti rincontrare per raccontare, stavolta, Napoli e la sua cultura, accompagnati magistralmente dalle note dei Solis String Quartet.
Napoli, dicevamo. Raccontata e declamata, cantata e recitata. Napoli dei vicoli, Napoli del mare, Napoli che si arrangia, Napoli stropicciata, Napoli calpestata, colpita a morte, Napoli risorta e ricaduta. La Napule, di Mimmo Borrelli, riletta come cantilena, urlata come ai mercati, ballata come una tammurriata, cantata come tarantella, con strofa e ritornello, in un crescendo incalzante di un monumentale Toni Servillo, che riesce a narrare il turpiloquio, a svelare la bestemmia con sapienti colpi di pennello che non urtano neanche gli animi più sensibili.
La Napoli appassiunata di Giovanni Ermete Gaeta (E.A. Mario) con Peppe e il suo canto, le parole come un lamento, la fatica del vivere, la sua forza, la fierezza dello sguardo di chi non si vuole arrendere, l’energico gesto di reazione e rivalsa: "Te voglio bbene e tu me faje murì!".
E ancora, le note di una canzone – "Cos’è questa? Ah, Certo! È una tarantella! È quella tarantella, la riconosco, ma non è proprio come la ricordavo" – musica presa in prestito ai ricordi, fatta a pezzi e ricomposta, squartata dall’acciaio delle corde, calda e accogliente come il legno dei corpi dai quali risuona, discordante e dissonante come la terra da cui è nata.
Tre spunti differenti: la parola, il canto, la musica. Tre sguardi, tre mondi che si uniscono e si allontanano, ma poi, ancora, insieme si ritrovano, e cantano, e parlano e urlano e sussurrano; combattono ma si rispettano, non si impongono all’altro ma cercano il proprio spazio in un accorato omaggio a Eduardo e Viviani, a Vacchi, a Bovio, a Sovente e a Carosone. Sul palco i protagonisti non si risparmiano, affrontano la complessità, la declinano, ognuno a proprio modo, la fanno propria e la offrono al pubblico, facendo sembrare così incredibilmente semplice, ciò che semplice non è affatto. E il pubblico non può far altro che applaudire, e applaudire, e applaudire ancora.
La parola canta è un viaggio appassionante ed appassionato attraverso le mille facce di una città e di un popolo, del suo approccio alla vita, delle sue paure, della sua genialità, della sua ironia, della sua capacità di offrirsi, di scovare l’arte ovunque essa si nasconda, e di condividerla, di regalarla anche col più semplice dei gesti. Attingendo a piene mani ai decenni, attraversando epoche, rileggendo i classici e accogliendo l’opera dei contemporanei, Toni e Peppe Servillo cantano parole e recitano canzoni, dialogano ognuno nel proprio linguaggio, non disdegnando incursioni l'uno nel mondo dell’altro, offrendo, così, una molteplicità di visioni e di contaminazioni artistiche che realizza una messa in scena che non è unica e definita, imbrigliata nei propri ambiti di appartenenza. Il risultato è uno spettacolo che cambia durante la sua stessa rappresentazione e che riesce a catturare e mantenere viva l’attenzione dello spettatore dall’inizio alla fine, senza alcun calo di tensione. La standing ovation finale di un intero teatro gremito in ogni ordine di posto, è l’ovvia conclusione di una serata che ha come protagonista un mondo intero, tante volte dibattuto, discusso e omaggiato, ma qui affrontato con un’attitudine ed un’inclinazione naturali che riescono a rendere il virtuosismo scenico funzionale al racconto, e non semplice e sterile dimostrazione di abilità.

 

 

 

 

 

 

La parola canta
di e con
Peppe Servillo, Toni Servillo
con Solis String Quartet: Vincenzo Di Donna (violino), Luigi De Maio (violino), Gerardo Morrone (viola), Antonio Di Francia (cello)
suono Massimo D'Avanzo
disegno luci Francesco Adinolfi
foto di scena Marco Caselli
produzione Teatri Uniti
lingua italiano, napoletano
durata 1h 45'
Napoli, Teatro Bellini, 5 gennaio 2016
in scena dal 5 al 17 gennaio 2016

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