“Uno scrittore dovrebbe vivere in provincia: non solo perché qui è più facile lavorare, perché c'è più calma e più tempo, ma anche perché la provincia è un campo di osservazione di prim'ordine. I fenomeni, sociali, umani e di costume, che altrove sono dispersi, lontani, spesso alterati, indecifrabili, qui li hai sottomano, compatti, vicini, esatti, reali”.

Luciano Bianciardi

Sabato, 24 Ottobre 2015 00:00

Pop goes my love

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Il teatro Binario 7 di Monza giunge al traguardo del decimo anno di attività. Inscindibilmente legato alla compagnia di produzione e diffusione teatrale La Danza Immobile, ha visto in questi anni consolidare la sua posizione di punto di riferimento teatrale, e in generale culturale, all’interno del panorama cittadino e provinciale, caratterizzandosi per l’eterogeneità delle proposte all’insegna del teatro più autentico, meno legato ai consueti circuiti dello spettacolo d’intrattenimento.
La stagione 2015-2016 comincia con Orlando pazzo per amore, una produzione della Compagnia del Sole per la regia a quattro mani di Flavio Albanese e Marinella Anaclerio.

Il palco è ornato sulla volta da rami secchi intrecciati. Fa il suo ingresso un attore in costume con maschera sul viso: ai battiti del bastone sull’assito parte il tema di L’amore è una cosa meravigliosa. Ed è subito pop.
Un altro guitto in costume intrattiene gli spettatori con giochi di prestigio, evoca l’applauso, interagisce col pubblico del luogo e lo invita ad usare l’immaginazione: “Immaginate, dunque, che in questo teatro...”. La fascinazione comincia. Il capocomico, che ha il ruolo di Astolfo (cavaliere bretone) sfoggia un maccheronico accento inglese, e su un madrigale di Gastoldi gli altri attori entrano in scena dal fondale in cui s’aprono varchi a mo’ di porte. Gli attori sono anche musici che eseguono i brani alternando strumenti tradizionali (cembalo, tamburo) e classici (flauto, contrabbasso) ad altri moderni (chitarra, marimba, batteria). La deuteragonista Angelica ha le fattezze di una donna cinese con metà viso coperto da una maschera e la stridula vocina di una contadina di Corato (Puglia), vestita come una cineseria animata o una marionetta esotica. E del resto quando sono tutti in scena gli attori assumono le movenze di pupi che entrano ed escono velocemente dalle quinte, richiamando volutamente l’influenza che il poema ariostesco (o del ciclo carolingio) ha avuto nel teatro siciliano delle marionette. Altro imprescindibile rimando è la rielaborazione delle tradizioni folkloriche, alte e basse, operata da Roberto De Simone (e Basile, autore del cunto La gatta Cenerentola, è di poco successivo all’Ariosto). La vicenda procede con la tempesta (resa con i classici veli tesi a mimare le onde mentre s’odono rumori di burrasca) che fa approdare la principessa su una spiaggia, dove narra in un cinese levantino le sue disavventura ad una donna che le traduce in versi aulici. Tutto è rimarcato: le voci, le mimiche, i sentimenti, le emozioni, in un vorticoso turbinio di corpi e di linguaggi, così come si conviene ad una rappresentazione di strada in cui il pubblico va reso partecipe, vezzeggiato, compiaciuto, ma anche sfidato e scosso. Orlando e il nemico combattono cantando L’avventura di Modugno (sigla dello sceneggiato televisivo Scaramouche), uno intonando “E se l'amore verrà sono qui / Io le offrirò tutto quello che ho”, l’altro “Ma è più bella l'avventura / Senza ieri né domani / Tutto il mondo fra le mani / Per fermarsi o per andar”, incarnando ognuno i due poli tematici del poema, le vicende sentimentali o le imprese belliche, l’arme o gli amori, le cortesie o l’audaci imprese.
E Bradamante, epica figura di ragazza guerriera, si mostra come la sposa di Kill Bill, fiera e decisa, ma anche – dopo un intermezzo rhythm’n’blues con Hit the Road, Jack (dal repertorio di Ray Charles) per voce, batteria e marimba – tenera innamorata che si lascia irretire dal “sarracino” Ruggiero (che non può fare il suo ingresso se non accompagnato da Passione con la voce di Roberto Murolo).
Il capocomico-Astolfo chiede al pubblico se per caso ha visto un cavallo nero, prima che il palco si muti nel castello incantato di Atlante, una vera gabbia di matti. Ognuno insegue l’altro, entrano dalle porte del fondale, escono dalle quinte, s’incrociano, si evitano, si rincorrono in un caos crescente cui pone fine la maschera bretone soffiando nel corno del paladino (beh, si fa per dire... semplicemente suonando una cornetta da stadio). È un mondo di pazzi, come intonano i musici con una versione per contrabbasso e triangolo di un celebre brano dei Tears for Fears. Al posto del nero cavallo appare un ippogrifo, o meglio una donna con tutina da operetta d’antan e maschera piumata. Il capocomico chiede al pubblico di chiamare Angelica: ma dov’è finita l’eroina? Semplicemente si è cacciata in una nuova avventura cortese, stavolta col fante pagano Medoro che scolpisce su un grande sasso a forma di cuore il suo nome e quello dell’amata. Commento sonoro finissimo condotto da Astolfo: Son questi i crespi crini di Monteverdi, che con un audace (è il caso do dirlo) balzo in avanti muta in Anima mia... sì, proprio quella dei Cugini di campagna! Non solo pop italiano, ma grande musica con una Yesterday tradotta in simultanea da Pantalone (perennemente alla ricerca del suo Zanni) in un suggestivo arrangiamento per flauto. Canzone di malinconia e d’amore, e quando si parla d’amore spuntano le ali agli Zanni-mimi che contribuiscono all’azione scenica. Non solo amore ma anche pazzia: Orlando subisce il dettagliato racconto dell’incontro tra Angelica e Medoro da uno scrupoloso contadino-Pantalone, e La follia (nella lettura vivaldiana) accompagna la furia del guerriero che, ignaro della propria nudità (risolta con inventivo bricolage), semina mazzate a desta e a manca, fino a quando ognuno combatte contro l’altro (con divertente effetto di rallenty). Astolfo deve compiere la missione di recuperare il senno del paladino sulla luna, e per questo si fa accompagnare sul palco da una spettatrice. E sulla luna non può mancare una bandiera americana (quella del primo allunaggio) e seleniti vestiti con pigiami e sottane di raso argenteo: le ragazze, con parrucche bianche e viola, escono direttamente dalla serie britannica U.F.O. (quella del comandante Straker), nonostante cantino una ovvia Tintarella di luna, mentre recano un vassoio con ampolline colorate. I personaggi hanno il compito di riassumere a grandi linee ciò che accade nei canti ariosteschi, pieni di sottotrame e vicende che si dipanano in contemporanea. Veniamo a conoscenza, insieme ad Astolfo, da una elegante bellezza in costume da bagno dal brioso accento spagnolo, che Orlando ha attraversato a nuoto il mare dalla Spagna al Marocco. Finalmente Astolfo scorge il furioso cavaliere e lo ammansisce con la ninna nanna di Frankenstein Junior. Solo che ad aspirare il senno sono anche tutti gli altri i quali, in un’esaltazione collettiva, cominciano a declamare in lingue le ottave del poema. E come nelle rappresentazioni della Commedia dell’Arte, il capocomico chiede umilmente al pubblico di applaudire...
Spettacolo che si lascia seguire da bambini e adulti, questa versione tragicomica (in realtà quasi solo comica) trova un senso alla rielaborazione in chiave moderna nella commistione di elementi alti e bassi, colti e popolari con cui è resa nei modi e nelle forme della Commedia dell’Arte, genere teatrale popolare e non elitario, apprezzato da corti principesche e piazze popolane. Una scelta stilistica che trova giustificazione ulteriore nel fatto che già il poema di Ariosto presenta i caratteri dell’opera pop, quali la rielaborazione moderna di elementi classici (e il Nostro parte lì dove Boiardo s’era interrotto, recuperando temi e figure dall’epica greca e romana, oltre che dai fondamentali cicli carolingio e bretone); la desacralizzazione, demitizzazione dei protagonisti (Orlando perde l’aura eroica del guerriero incorruttibile per capitolare dinanzi alla malizia femminile; Angelica esce di scena senza esiti tragici; l’elemento magico – pagano e cristiano – non sembra riuscire a guidare più di tanto le sorti degli uomini, abdicando anch’esso al caos delle pulsioni e dei destini terreni); la presenza di componenti nuove e d’attualità (l’elemento cortese che predomina su quello guerresco, la presenza del magico e dell’esotico, le iperboli e le esagerazioni come chiavi del comico). E nell’alternanza di versi originali e dialoghi rielaborati (c’è da notare che seguire il linguaggio antico risulta a tratti difficile, ma l’azione di fondo, il canovaccio, è facilmente intuibile proprio per la presenza dei linguaggi non verbali), i registi si avvicinano alla forma del varietà riuscendo nell’impresa, oggi assai ardua, di non oltrepassare i limiti oltre i quali indulgere nella battuta a tutti i costi o strizzare l’occhio all’attualità, ma agendo entro l’ambito di un genere e delle sue forme ben codificate.
Nato come esito di un laboratorio sulla Commedia dell’Arte, organizzato dall’Apulia Film Commission e dal GAL – Terre dei Trulli e di Barsento (Bari) nell’ambito del progetto “I Make” del programma di cooperazione tra Italia e Grecia (nello specifico Putignano e la città greca di Preveza, gemellate per l’occasione), lo spettacolo debutta appunto in Grecia due anni fa prima di essere portato in scena sul territorio nazionale.

 

 

 

Orlando pazzo per amore – Tragicommedia pop
regia Flavio Albanese, Marinella Anaclerio
con Stella Addario, Antonella Carone, Roberto De Chirico, Francesco Casareale, Patrizia Labianca, Loris Leoci, Antonio Marzolla, Dino Parrotta, Domenico Piscopo, Antonella Ruggiero
scena Marta Marrone
realizzazione scenografia Deni Bianco
costumi Marta Genovese
maschere Fava/Perocco/Antonello
maschera di Angelica Luigia Bressan
disegno luci Beppe Filipponio
movimenti di scena Alberto Bellandi
musiche a cura di Marinella Anaclerio
arrangiamenti musicali Roberto Re Davide
preparazione vocale Ida Decenvirale
produzione Compagnia del Sole; progetto realizzato con il sostegno del consorzio IMake in collaborazione con Primo Teatro
Monza, Teatro Binario 7, 18 ottobre 2015
in scena 17 e 18 ottobre 2015

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