“Ero concentrato più nel compiacere gli altri che nell'affermare me stesso e questa mia rinuncia sotterranea, silente, andava scavando dentro di me gallerie di frustrazione”

Fabrizio Coscia

Lunedì, 13 Febbraio 2017 00:00

Teatro di guerra

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Era l’ottobre del 2015 quando lo spettacolo La prima, la migliore debuttava. Era passato giusto un secolo, e qualche mese, dalle “radiose giornate di maggio” che videro l’ingresso dell’Italia nella giostra ingannatrice dell’intervento. Meccanismo che risucchiava nel suo furioso vortice ideologico le menti e le forze, gli intenti e i corpi di migliaia di giovani europei, convinti dalla generale ondata di entusiasmo ad arruolarsi per risolvere – con il conflitto armato – questioni territoriali e incertezze esistenziali, desideri di rivalsa e fughe in avanti per superare l’impasse di una società tradizionale ed arretrata.

E non si è lontani dal vero nel pensare che un’intera generazione di spiriti nobili, di artisti, letterati e futuri rivoluzionari condividesse una genuina esigenza di rinnovamento totale e che ritenesse la guerra la soluzione possibile a tale istanza. Da ambo i lati del fronte gli animi più inquieti risposero entusiasticamente al richiamo di un destino migliore, vittorioso. Come Carlo Emilio Gadda, italiano, od Erich Maria Remarque, tedesco, come molti altri che volontariamente aderirono al volere dei governi, che si lasciarono convincere dalla propaganda martellante, forte, incalzante, organizzata da chi bramava l’intervento. Forse la prima riuscita manipolazione delle masse da parte della nascente industria dell’informazione si ebbe proprio con la propaganda della Prima Guerra Mondiale. Una manipolazione dell’opinione pubblica che si avvalse della stampa (anche illustrata), del volantinaggio, della cartellonistica e dei comizi nei grossi e piccoli centri, delle esotiche ed ammalianti immagini cinematografiche che testimoniavano le recenti vittorie in Libia... E giustamente, fanno notare gli autori Gianfranco Berardi e Gabriella Casolari (anche interpreti, con Davide Berardi), “... solo i poveri e i semplici ragionavano diversamente, e si facevano il segno della croce”, perché coloro che si allineavano alle ragioni dei poteri forti non erano poveri, non erano proletari (o sottoproletari), ma occupavano il gradino superiore, erano a contatto della moderna borghesia urbana e volevano farne parte, condividendone le attese rinnovatrici. I poveri potevano solo rimettrci, strappati da una situazione di sussistenza e destinati ad una di morte sicura (o ad una sopravvivenza socialmente immobile).
Teatro disvelatore quello che prende spunto da Niente di nuovo sul fronte occidentale del suddetto scrittore tedesco, i cui ricordi sono trasposti direttamente sulla scena, o rielaborati e soprattutto presi come spunti per innesti originali, o per collegamenti con ricordi coevi al di qua delle Alpi (dal Giornale di guerra e di prigionia di Carlo Emilio Gadda). Disvelatore del grande inganno perpetrato nei confronti delle masse, dei piccolo borghesi, dei subalterni, che nelle mani degli autori diviene teatro nel teatro, rappresentato dai siparietti in cui gli araldi del pensiero dominante, gli imbonitori delle folle, si affacciano ad un balcone per magnificare con frasi roboanti e ritmate le promesse della guerra (e i suoi reali motivi). Aperti e chiusi da briose fanfare, i rappresentanti del potere dispiegano tutto l’armamentario retorico e l’ipocrisia tipici di questi tempi mediatici, dove i proclami ad effetto sostituiscono i discorsi razionali. La narrazione segue la struttura del romanzo a grandi linee, declinando alcuni momenti nell’esperienza italiana. “Era un’onda, una marea che travolgeva tutti quanti” ricorda il nostro testimone – io narrante e coscienza critica della pazzia generale che trascinava le folle – immagine buona per ogni stagione, per illustrare il consenso alle dittature del secolo breve, come anche alle periodiche ondate populiste di questi tempi attuali.
L’io narrante declama una cronaca puntuale, dettagliata, delle reali situazioni della vita in caserma e in trincea, adattando le immagini, i ricordi, le descrizioni a movimenti ritmici, marziali: “Marciare... marciare... correre... correre...”. Le parole tratte dai testi non risultano letterarie o artefatte, non monopolizzano l’interesse del pubblico: sarebbe stato facile, dicono gli autori, puntare sui resoconti delle atrocità e delle sofferenze, sulle conseguenze nefaste del conflitto. Ciò che a loro preme è suggerire un’estetica e un’etica della grande guerra, restituire il senso di smascheramento della retorica ufficiale e borghese, gli interessi del capitale travestiti da motivi patriottici, e soprattutto rendere le angosce, le nostalgie e le paure di ragazzi scaraventati a migliaia di chilometri da casa, lontani dai loro luoghi, dai loro amori. “Io non ne posso più di tutto questo dolore, sempre con le bende, come un topo, in questi camminamenti oscuri, come una talpa...”. Per questo la pièce non presenta i tipici canti della guerra, e propone musiche delle terre d’origine di molti soldati. Canti di dolore, certo, come Lu tamburru de la guerra dalla Sicilia (fatto conoscere da Modugno, “Tammurru di la guerra / ca soni soni soni / e nun t'importa nienti / si nnanti anfocaliri / 'na matri chianci e prega...”), ma anche canzoni d’amore, tradizionali (la celebre Tarantella del Gargano) o più recenti (Sogna fiore mio, di area abruzzese, “Sogna fiore mio sogna e riposa / Stocchi toi so comme li rose / Sogna tutti sti cose belle / Gliu cielo gliu mare e tutte li stelle”). Suggestioni poetiche anche contemporanee valgono più di tanti resoconti, e i versi di Wisława Szymborska illustrano con sorprendente chiarezza la difficoltà del bene e la banalità del male (“Da quando la fratellanza / può contare sulle folle? / La compassione è mai / arrivata per prima al traguardo? / Il dubbio quanti volenterosi trascina?” e più avanti “Lo dicono cieco. Cieco? / Ha la vista acuta del cecchino / e guarda risoluto al futuro / – lui solo” da L’odio da Vista con granello di sabbia).
Teatro però non solo di parola, ma della materia di cui è fatto il teatro. Bastano due pali fissati a sinistra e a destra del palco per inventarsi il recinto dei prigionieri (grazie a fasce elastiche tese tra i due pali), o l’effetto potente di una fucilazione di un disertore (resa in modo efficiente lasciando scattare le suddette fasce verso il condannato, mentre si ode il crepitìo della fucilata insieme a un bagliore improvviso). Come pure, per rendere la pietas che avvolge – letteralmente – il protagonista di Remarque e la sua vittima nel crudo episodio dell’uccisione del nemico (“Io ti ho colpito per paura...”) usare il telo che fungeva da balcone. Immagini semplici e potenti (i fogli di carta appallottolati gettati da dietro il telo sulla parte anteriore del palcoscenico sono sassi, fiocchi di neve o lettere dal fronte?) che si affiancano abilmente a sonorità fortemente evocative (immancabile lo Stabat mater di Pergolesi).
Ancora una dimostrazione delle capacità di Berardi e Casolari (cui si aggiunge la versatilità di musicista-attore di Davide Berardi) di costruire narrazioni compatte, di alternare sapientemente i registri della recitazione (dall’ironico al tragico, dal comico al malinconico), di mettere a punto regie funzionali, di usare al meglio il linguaggio della scena.

 

 

 

 

La prima, la migliore
scritto e diretto da Gianfranco Berardi, Gabriella Casolari
con Gianfranco Berardi, Gabriella Casolari, Davide Berardi
capoelettricista Luca Diani
sarta Elena Dal Pozzo
foto di scena Raffaella Cavalieri
produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione
lingua italiano
durata 1h
Monza, Teatro Binario 7, 5 febbraio 2017
in scena 4 e 5 febbraio 2017

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