“Io amo troppo il teatro per diventare un critico teatrale...”

Gilbert Keith Chesterton

Lunedì, 25 Febbraio 2013 18:10

Pezziduomo o uomini a pezzi?

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Arrivo in teatro sotto la pioggia, nell’attesa per le vie adiacenti si sente una musica neomelodica ad alto volume, c’è ancora un’atmosfera natalizia per le strade di Napoli alcuni negozi hanno le luci accese, penso che qui il tempo sembra non passare mai.
Entriamo, siamo in pochi, in scena un tavolo, un proiettore che dall’alto illumina ad occhio di bue una sedia che preannuncia la presenza di un attore, un uomo o forse solo un pezzo di sé. Entra l’attore Giovanni Battaglia, con fare disinvolto, alla maniera dei menestrelli shakespeariani ad esprimere la sua desolazione per l’assenza di pubblico, adducendo a sé stesso la causa di tale mancanza ed elogiando i pochi presenti come spettatori speciali, meritevoli di ricevere la sua presenza.

In un primo momento credo che questo inizio sia stato genialmente voluto dalla regista, come primo monologo facente parte appositamente del lavoro, ma subito il mio pensiero viene tradito dal fatto che l’attore esce di scena, la luce si spegne e ricompare in un altro atteggiamento, con fare teatrale pronto per svelare i “pezzi di uomo” che siamo in attesa di conoscere. Lo spettacolo nasce dall’incontro dell’attore Giovanni Battaglia e l’antropologo Duccio Canestrini, e sembra voler essere uno studio più che un approfondimento su alcuni temi legati al maschile nella nostra epoca, frammenti rilegati dalla regista Roberta Fossati.
Già sappiamo che l’attore si esprimerà in sette monologhi, e nel seguirli ne verifico la quantità. I primi passano rapidamente, quasi come se la regista non volesse soffermarsi troppo sulle storie accennate inizialmente, come per passare rapidamente ad altro.
Quindi vediamo la storia di un omosessuale che si rivolge al pubblico come ad un “tu” immaginario, simulando un dire ed un fare provocatorio nei confronti di chi forse non è capace di riconoscere la propria sessualità, ma non abbiamo il tempo di entrare nella prima storia che già vediamo Giovanni trasformarsi in un uomo che  parla con la mamma defunta, chiedendole quasi di testimoniare che davanti a noi non vediamo un attore bensì un uomo, ed invitandoci ad interrogarci sulla veridicità o finzione dell’atto teatrale. Una vestaglia ci ricorda qualcosa che è legato all’anzianità, all’odore e alla presenza di una persona cara che non c’è più, unico simulacro che ce ne fa gustare il ricordo.
Anche qui il senso nostalgico ci lascia in sospensione come se non ci fosse consentito di sapere altro, e allora vediamo improvvisamente comparire dal buio un uomo in piedi, con fare disinvolto, che allude e si vanta della propria magrezza e parla dell’alimentazione prendendo spunti dai soliti discorsi che ritroviamo nella vita di tutti i giorni, con disquisizioni sui temi vari dal biologico alla presenza di ormoni nelle carni e con un gioco di parole tra cultura ed alimentazione: cos’è importante per l’uomo nella vita quotidiana, acquisire una cultura o preoccuparsi del mangiare, andare a teatro attendendo con trepidazione il momento del banchetto, o è forse il teatro un luogo dove l’uomo può soddisfare i propri bisogni primari?
Ma a volte l’uomo prova un certo gusto nel rovinare se stesso nell’assaporare un piacere proibito, non “sano”, cosi come la soddisfazione di provare un hamburger del McDonald’s.
È poi il momento del vecchio che è costretto ad usare il Voltaren per guarire il proprio mal di schiena che altrimenti gli impedisce oramai di godere perfettamente del piacere sessuale e poi buio ed ancora luce, un altro uomo, un altro pezzo incompleto, un tipo con in mano un coltello allude forse ad un delitto, ma vengo distratta dalla luce che si riflette nella lama che mi attrae più delle parole sussurrate ad una donna immaginaria, una scena né completamente drammatica né ironica.
Vediamo poi uno showman, un uomo in bilico tra il proprio fare pseudo-intellettuale e la propria natura giocherellona, che emerge in un fare danzante in risposta alle provocazioni di un regista televisivo, una voce fuori campo, e da qui l’azione diventa un po' più “mossa”, come se la regista volesse farci intravedere la corporeità inespressa finora dell’attore protagonista che finalmente accompagna alla voce il movimento, con un fare elegante ed una consapevolezza matura dell’essere presente in scena.
Infine un volto, un’espressione raccolta in un ultimo quadro di intimità, l’uomo parla ad una donna di strada, probabilmente una prostituta, alludendo al momento del piacere ed al corpo come limite e scambio di merce, svelandoci  un uomo imperfetto, perennemente insoddisfatto e l’immagine di una donna malata, operata di mastectomia che nonostante ciò continua a dare piacere agli uomini. Giovanni Battaglia ci ha sicuramente mostrato la sua maturità ed il suo fare raffinato in scena, ma probabilmente non è stato sostenuto da altrettanto spessore registico; avremmo potuto entrare forse maggiormente in una delle storie che abbiamo intravisto ed il corpo non ha detto essenzialmente tutto quello che avrebbe potuto dire, non mi resta che un vago senso nostalgico ed un senso di incompletezza.
Lo spettacolo finisce e tutto torna come prima.

 

 

Pezziduomo
di Duccio Canestrini, Giovanni Battaglia
regia Roberta Fossati
produzione Il Teatro coop. Produzioni /Galleria Toledo
musiche originali Giusi Bisantino
luci Cesare Accetta
Napoli, Galleria Toledo, 23 febbraio 2013
in scena dal 19 al 4 febbraio 2013

 

 

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