"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Chiara Alborino

Rossella O’Hara o King Kong?

Un teatro che riacquista la sua funzione esorcizzante di rito per il nuovo spettacolo del regista Antonio Latella Francamente me ne infischio, una composizione di cinque movimenti della durata di un’ora circa ciascuno, che vede la compartecipazione di una scrittura a tre dei drammaturghi Linda Dalisi, Federico Bellini e lo stesso Antonio Latella, una triplice visione quindi, una pretesa, forse un rischio di fare venire a galla tutti gli stereotipi possibili ed immaginabili appartenenti alla cultura americana che tanto ha influenzato la nostra storia fornendo miti, personaggi e leggende all’immaginario collettivo.

Pezziduomo o uomini a pezzi?

 

Arrivo in teatro sotto la pioggia, nell’attesa per le vie adiacenti si sente una musica neomelodica ad alto volume, c’è ancora un’atmosfera natalizia per le strade di Napoli alcuni negozi hanno le luci accese, penso che qui il tempo sembra non passare mai.
Entriamo, siamo in pochi, in scena un tavolo, un proiettore che dall’alto illumina ad occhio di bue una sedia che preannuncia la presenza di un attore, un uomo o forse solo un pezzo di sé. Entra l’attore Giovanni Battaglia, con fare disinvolto, alla maniera dei menestrelli shakespeariani ad esprimere la sua desolazione per l’assenza di pubblico, adducendo a sé stesso la causa di tale mancanza ed elogiando i pochi presenti come spettatori speciali, meritevoli di ricevere la sua presenza.

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