“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Martedì, 09 Novembre 2021 00:00

La ribellione delle donne di Roth

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Un solo palco per tre storie. Scenografie essenziali che occupano tutta la lunghezza del palcoscenico, divise solo da uno spazio vuoto. Attori che si avvicendano e luci che illuminano ora l’una ora l’altra scena. La scelta di Laura Angiulli permette allo spettatore di non confondere personaggi e trame, avendo ben chiara la divisione anche a livello visivo, e crea, allo stesso tempo, un legame più o meno esplicito tra le storie.

Lucy e le altre porta in scena tre romanzi dello scrittore culto Philip Roth, in particolare Quando lei era buona, Pastorale americana e Inganno.
Il primo fil rouge è proprio Roth quindi, e la sua America, il suo sguardo cinico e la precisa e drammatica analisi degli uomini. Bisogna avere conoscenza della sua produzione per sapere che i tre romanzi coprono anni diversi della storia americana, in ordine anni ’40, ’70 e ’90, permettendo quindi uno sguardo ampio all’evoluzione della società (secondo fil rouge, mancato). Nello spettacolo, tuttavia, la regista sceglie di decontestualizzare quasi del tutto la narrazione. Pochi sono i dettagli geografici e temporali in cui collocare le vicende (Guerra del Vietnam), una scelta dettata dalla possibilità di dare un respiro universale alle dinamiche interne e alle tematiche. Il leitmotiv più interessante è però la scelta di portare in scena alcuni dei, pochi, personaggi femminili dei testi di Roth.
Il titolo, è presto detto, si ricollega proprio a quest’ultimo punto. Lucy è l’unico personaggio femminile che abbia sua piena centralità nella grande produzione dello scrittore americano, poi ci sono “le altre” appunto, tra cui Merry e la donna inglese del terzo libro.

Cominciamo proprio da Lucy: la conosciamo ragazzina, alle prese con il dolore di un padre violento e una madre rassegnata alla vita che ha scelto: nessuna ribellione, accettazione servile di un destino scritto. È lei a fare la parte del genitore, cercando con rabbia di scuotere la madre, chiedendo aiuto ai nonni, seduti a osservare la scena: lei in disparte, mai troppo coinvolta, lui dall’alto, come un giudice non in grado di porgere una mano. Giudizi senza compassione e partecipazione emergono non solo dalla disposizione sulla scena ma con un tono di voce sempre pacato di lui (Gennaro Maresca), quasi monocorde, e stizzito di lei (Caterina Pontrandolfo), che non ci si aspetta davanti al dolore di parte della famiglia.
La madre (una brava Federica Aiello), nelle sue brevi entrate in scena, è vestita di nero e con una certa eleganza porta il lutto per la morte non di un corpo, che rimane ferito ma vivo, ma per l’anima e la libertà proprie. Composta, quasi fredda, morta. È possibile che il lutto riguardi anche quel marito assente e qui la domanda si fa universale: perché soccombere?
L’interrogativo si lega alle vicende successive. Lucy, nonostante i consigli dell’amica (Fabiana Spinosa in una piccola parte), si lascia abbindolare da Roy (un Paolo Aguzzi scanzonato che funziona meno nei momenti più drammatici, mi ha ricordato il Danny di Grease) e rimane incinta. Inizia la loro vita insieme, da genitori, e la convivenza non va secondo i piani: è insoddisfatta e molto dura con lui che invece di cercare un lavoro insegue i suoi sogni e si lascia manipolare da uno zio fedifrago (Carlo Di Maio risulta più convincente nella parte finale, quando rivela la sua vera personalità). Quando lui torna dalla famiglia portandosi il bambino, Lucy implora di vederlo, di riprovare a costruire una famiglia ora che la bambina che tanto desiderava è nata. Si lascia andare sul suolo, coperta dalla neve.
Lucy, come la madre, nell’interpretazione di Alessandra D’Elia che rivela una figura più capricciosa che in conflitto, ha lasciato che il destino decidesse per lei. La ragazzina paladina della giustizia soccombe, come la madre. Salvare il salvabile, essere ligia più che al dovere, alla società che ti vuole moglie e mamma. Il fallimento non è contemplato.

Merry è una delle figure femminili più conosciute di Roth perché personaggio del romanzo considerato suo capolavoro e portato al cinema nel 2016 con la regia di Ewan McGregor, anche attore nella parte del padre, “Lo Svedese”, Seymour Levov.
Poco si sa della vicenda perché anche qui si cerca di render più protagonista la donna a differenza del romanzo. Merry è un’adolescente di una famiglia borghese, una di quelle perfette da incorniciare. Infuria la Guerra del Vietnam e i disordini razziali diventano realtà. In Merry cresce una rabbia nei confronti di una guerra che non fa sconti e di chi, come il padre, rimane nella sua casa perfetta senza combattere. Questa rabbia prende il sopravvento e lei decide di unirsi a un’organizzazione politica estremista. Si renderà complice di un attentato in cui moriranno alcune persone e deciderà di scappare. Lo Svedese passerà anni a cercarla, ma riusciranno a ricongiungersi solo per poco.
Riuscitissima è la parte di Jerry Levov (Luciano Dell’Aglio), zio di Merry, che ha sempre vissuto all’ombra di Seymour ma che ama moltissimo. È molto duro con il fratello per non aver tenuto sotto controllo la figlia, verso cui nutre un vero odio, di aver creduto che la sua vita fosse perfetta e non ci fosse bisogno di lui. Il momento più coinvolgente è verso la fine della storia, in cui Jerry parla allo Svedese: “Ma se mi stai dicendo la verità, che Merry è morta, è la più bella notizia che io abbia mai sentito. Nessun altro ti parlerà così. Gli altri ti offriranno la loro compassione. Ma io sono cresciuto con te. Io ti parlo senza peli sulla lingua. La cosa migliore, per te, è che sia morta. Merry non ti apparteneva. Non apparteneva a nulla che si potesse identificare con te. Non apparteneva a nulla che si potesse identificare col tuo mondo”.
Nessuna remora a creare un personaggio che non ha paura di mostrare l’oscurità dell’animo umano.
La parte di Merry è affidata a Caterina Spadaro: balbetta, e forse questo suo difetto che toglie un po’ di “perfezione” alla sua persona la avvicina a una battaglia in cui può sentirsi parte di qualcosa, ma che in scena viene interpretato in maniera un po’ caricaturale, ponendo troppo l’accento sul difetto di pronuncia e su dei modi di fare da bimba capricciosa. Lo Svedese (Antonio Marfella) sulla scena convince più con l’espressività che con la voce: lo sguardo fermo riesce dove i toni vocali possono apparire leggermente forzati.
Eccola la seconda donna, una ribelle che, come Lucy, si autodistruggerà.

Ancora un matrimonio e una relazione d’amore nella rappresentazione tratta da Inganno. Protagonisti uno scrittore americano e una donna di cui non si conosce il nome. Lui è seduto a un tavolino a scrivere, lei si sposta nervosamente: stesa o seduta su un lettino, o ancora seduta a terra. Si tratta di un dialogo serrato tra i due, pochi elementi di contesto. Tra una battuta e l’altra scopriamo che sono due amanti. Lei (Fabiana Fazio), opta per un’espressione sempre uguale a se stessa così come il tono di voce, conferendo un’idea di piattezza con la sua interpretazione al personaggio di giovane donna imprigionata in un matrimonio insoddisfacente, ma nessun elemento ci aiuta a comprenderne le ragioni e i motivi del suo restare, a differenza di Lucy.
“Pensi che servirebbe se andassi da uno psichiatra? Perché quello che ancora non ho capito è cosa voglio veramente”.
Una forma di ribellione diversa la sua: avere una relazione parallela per sfuggire a una quotidianità desolante, che sembra trasformarsi più in una seduta psicologica che in un incontro tra amanti, almeno sulla scena.
Si attesta su un registro più naturale Giovanni Battaglia nella parte di uno scrittore dedito all’ascolto, di poche parole, perché interessato a rubare materiale dalle persone che incontra per poi trasporlo nei suoi libri. Un’interpretazione che si avvicina al personaggio di Roth, in questo caso suo alter ego. Ed è quello che in effetti fa in scena, come nel romanzo: sta scrivendo un libro che è poi il resoconto delle loro conversazioni.
Il finale spiazza: il dialogo si trasforma in una pacata discussione tra lui e la moglie, la stessa attrice con una parrucca bionda, che dice di aver letto i suoi taccuini e lo accusa di tradimento. Lui tenta così di convincerla, con poche ma scelte parole, che si tratta di invenzioni, di una relazione immaginaria, materiale del libro che sta scrivendo.

Portare in scena dei romanzi come quelli di Philip Roth non è cosa semplice, tanto più se li si estrapola dal loro contesto di origine ma soprattutto se non viene rimarcata la capacità analitica dell’autore di tratteggiare gli uomini, con violenza e molto cinismo. Nella trasposizione, necessariamente, si perde molto, ma sperimentare non è un male. Un plauso alla regista e agli attori tutti.
Leggete Roth.





Lucy e le altre
da
Philip Roth
drammaturgia e regia Laura Angiulli
con Paolo Aguzzi, Federica Aiello, Giovanni Battaglia, Luciano Dell’Aglio, Alessandra D’Elia, Carlo Di Maio, Fabiana Fazio, Antonio Marfella, Ginestra Paladino, Caterina Pontrandolfo, Caterina Spadaro, Fabiana Spinosa
progetto luci Cesare Accetta
impianto scenico Rosario Squillace (con la partecipazione degli allievi del biennio di scenografia teatrale dell’Accademia di Belle Arti di Napoli)
illuminotecnica Lucio Sabatino, Luca Sabatino
assistente Martina Gallo
aiuto macchinista Saman Munasinha Mudyanselage
direttore di scena Clelio Alfinito
collaborazione alla ricostruzione storica Lavinia D’Elia
foto di scena Ivan Nocera
produzione Teatro Stabile d’Innovazione Galleria Toledo
lingua italiano
durata 1h 30’
Napoli, Galleria Toledo, 26 ottobre 2021
in scena dal 22 al 31 ottobre 2021

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