"L'immagine semplice scaturisce dalla complicazione del racconto, proprio come la gioia è il frutto dell'infelicità della vita"

Emanuele Trevi

Martedì, 04 Novembre 2014 00:00

Ultima sera a Corte

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Ultimi corti a Corte; vanno in scena, nel formicaio che ha brulicato di compagnie susseguitesi ed avvicendatesi sul palco, gli ultimi tre corti teatrali, che vedono in scena compagnie vincitrici di precedenti edizioni.
Il primo ad andare il scena è La scelta del codibugnolo, di Cosimo Lupo; due attori in scena ed una scenografia fatta di oggetti di legno capaci di trasformarsi e di mutare la propria funzione.

Di legno il velocipede d’antica foggia su cui uno dei personaggi fa il suo ingresso, di legno la grata che designa un tombino all’interno del quale lo stesso personaggio calerà la sua canna da pesca – anch’essa di legno, come il suo amo e la sua esca – nella vana e diuturna attesa di riuscire a pescare “la cosa”; di legno anche il banco polifunzionale dietro al quale l’altro personaggio si acquatta: all’occorrenza  tapis roulant, sportello d’ufficio, tavolo da ping-pong ed infine graticola per la brace, pronta per accogliere sui ferri la fantomatica “cosa”. Alla realtà polisemica degli oggetti corrisponde l’identità indefinita e surreale dei personaggi: hanno nomi non convenzionali (“Pierre Cardin” e “Giolitti”), i loro dialoghi sono avulsi da un senso reale, come irreale è la città in cui si trovano, animando la scena di un che di beckettiano; in questo caso non c’è un Godot da aspettare ma una ‘cosa’ da cercare, invano, per anni; il senso della ricerca e dell’attesa si connotano, in questo squarcio d’assurdo, nell’intangibilità illusoria di qualcosa cui si tende e a cui non si perviene e che potrebbe avere il proprio fine nella ricerca stessa. Gli oggetti sono come le parole: intercambiabili, polisemici; “Mi fai tenerezza, credi ancora nelle cose”, la frase che Pierre Cardin rivolge alla fine a Giolitti sembra sintetizzare questa impossibilità di afferrare ciò che sfugge, che si tratti di oggetti (mutevoli), di parole (cangianti) o della “cosa” medesima (mai vista, che mai si vedrà e che forse nemmeno esiste davvero). È l’illusione la vera protagonista di questo corto, costruito con perizia artigiana come gli oggetti che ne abitano la scena, complessivamente interessante e dignitoso, ma invero un po’ pretenzioso.
Pomodori Campbell, che nel titolo rimanda alla società dei consumi filtrata dallo sguardo di Andy Warhol e tradotta nell’infinita serie di scatolette di Tomato Soup, è una sorta di fumetto a colori che si appiccica al teatro, firmato da Giovanna Pignieri; la scena doubleface – perché accoglierà prima quattro uomini, poi quattro donne, dopo un cambio d’identità volante – evoca l’anticamera di un avvocato divorzista, in cui quattro figure maschili (cui danno corpo e voce quattro attrici) si lagnano delle proprie vicissitudini coniugali; tutti di nero vestiti, differiscono ciascuno per il colore dei diversi accessori (un cartoncino giallo, verde, blu e arancione a connotarli cromaticamente da capo a piè: la chioma, la cintura, le creavatte e le scarpe); quattro cubi fasciati di stralci di cronaca nera a mezzo stampa e, sul fondo, quattro manichini imparruccati che saranno funzionali al cambio di genere: i quattro uomini diverranno le rispettive consorti, in un cambio di scena a vista che conserverà l’identificazione cromatica attraverso gli accessori e che rimarrà la più bella immagine della serata per come è congegnata. Le quattro attrici sulla scena si muovono con un sincronismo pressoché perfetto, cadenzando gesti ed espressioni, muovendosi a tratti come marionette, o come robottini, capaci di coniugare la sincronia verbale alla coordinazione gestuale. Il registro espressivo è infarcito di onomatopee e interiezioni tipiche del fumetto, il che, unito alle accese cromie accessorie, riporta alla mente di chi scrive quell’ibridazione tra fiction e fumetto che erano i telefilm di Batman che andavano in onda in televisione da noi negli anni ‘80 (ma risalenti a vent’anni addietro nella patria d’origine).
Serigrafie del contemporaneo, le quattro figure in scena danno vita ad una pantomima grottesca estremamente ben riuscita che, partendo da una banale e stereotipa contrapposizione uomini-contro-donne (o se preferiamo, mariti-contro-mogli), riesce ad innervarvi su una drammaturgia frizzante e originale, diretta e interpretata con altrettanta freschezza. Un modo di fare satira di costume con la leggerezza sapida di chi sa accuratamente bilanciare e mischiare l’alto e il basso, il comico ed il tragico, traducendoli in un felice amalgama di scena.
È infine Luxuriàs, di e con Caroline Pagani, a chiudere il trittico; si tratta purtroppo di messinscena non del tutto giudicabile, che sconta una performance sottotono dell’attrice, nonché coautrice del testo. Testo che prende le mosse dal V Canto dell’Inferno dantesco, rinnovellando sulla scena la vicenda di Francesca da Rimini, simbolo della lussuria per antonomasia, che sembra reincarnarsi nella protagonista della pièce; un’anima in pena che affronta gli spettri del proprio inconscio, tra lo spiritico e lo psicanalitico, in una danza delle ombre che la conduce a ripercorrere gli strazi amorosi di una donna – e di tutte le donne – costretta a scontare pena tormentosa per aver ceduto al piacere ed alla voluttà. Excursus storico al femminile, che parte da Cleopatra e Semiramide per arrivare a Moana Pozzi passando per la Duse, un filo rosso (come l’abito di Moana, che la Pagani riporta in vita sulla scena) che pare voglia strappare Francesca da Rimini, nata da Polenta, dal mito e dalla letteratura che pure alla storia l’hanno consegnata per restituirle l’umana legittimità del sentimento negato, dell’amore, quello vero per Paolo, non consumato e che sulla scena si trasfigura in un manichino gonfiato con cui sarà impossibile concretare ciò che condannò l’anima lussuriosa alla Caina, mentre in proscenio campeggiano, dall’inizio alla fine, due colombi bianchi a simboleggiare la purezza di quell’amore. L’inferno è degli sconfitti, pare l’amara conclusione.
Della prova poco convincente della Pagani s’è già detto; ma, al di là di quella che può tranquillamente derubricarsi come una defaillance plausibile (a chi non è capitata una serata no?), resta la sensazione che Luxuriàs sia spettacolo non ancora capace di reggersi sulle proprie gambe e che abbia bisogno di una forma compiuta più composita del corto teatrale per raggiungere ampiezza di respiro e strutturazione drammaturgica adeguate; lo spunto è interessante, ma merita sviluppo ulteriore.
Si spengono le luci sul formicaio, in una serata illuminata a intermittenza, in cui il gusto più appetibile ci sembra sia stato quello distillato dai barattoli di pomodoro Campbell, conditi di teatro a fumetti.

 

 

 

 

La Corte della Formica

La scelta del codibugnolo
di Cosimo Lupo
regia Cosimo Lupo
con Ivan Taverniti, Valerio Napoli
scena Nicola Lamoglie
costumi Maria Barbara De Marco
produzione Moholelab Snc
foto di scena Giancarlo De Luca
lingua italiano
durata 20’

Pomodori Campbell – Oggi tutti vogliono essere famosi per almeno quindici minuti
di Giovanna Pignieri
regia Lella Lepre
con Paola Bocchetti, Ivana D’Alisa, Daniela Ioia, Lella Lepre
costumi Annalisa Ciaramella
musiche originali Massimo D’Ambra
trucco Laura Pignieri
produzione Fattidimusicaeteatro
foto di scena Giancarlo De Luca
lingua italiano
durata 25’

Luxuriàs
di Caroline Pagani, Filippo Bruschi
regia Caroline Pagani
con Caroline Pagani
scene e costumi Caroline Pagani
foto di scena Giancarlo De Luca
lingua italiano
durata 25’

Napoli, Teatro Piccolo Bellini, 1° novembre 2014
in scena 1° e 2 novembre 2014

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