“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Martedì, 28 Ottobre 2014 00:00

'Nzomma...

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‘Nzomma… così comincia per solito ogni racconto di chi conta le storie in quel segmento flegreo compreso tra Cappelle e Torregaveta, lembo di lontano popolamento sefardita e di ancor più remoto insediamento romano (l’antica Cuma), dove la cantilena marrana si innerva su un coacervo dialettale già di per sé assai particolare; è quel napoletano che si parla nell’area flegrea, che sfuma e declina in accenti e costrutti linguisticamente unici; è quella lingua, unica, in cui si trasfonde la poetica di Mimmo Borrelli, il verso che si plasma nella sua penna, per poi effondere nella sua voce, cassa armonica il corpo.

'Nzomma, raccontiamo a nostra volta un nuovo confronto con Mimmo Borrelli, drammaturgo, regista, attore di se stesso, cantore di un mondo ancestrale che prende forma poetica nel suo scrivere e performare; drammaturgo, autore, attore di se stesso che questa volta, con Cante e schiante, si fa anche filologo di se stesso, offrendo maieutico aiuto alla comprensione del suo teatro, fornendone guida e spiegazione passo passo.
Nzomma
, “la drammaturgia non si può spiegare”, s’affretta a puntualizzare in un Teatro del Giullare stipato al limite della sua capienza. Eppure ce la spiega. E ancora: “Il teatro non è intrattenimento”, ci tiene a rimarcare, mentre occupa la scena solitario. Eppure ci intrattiene.
Borrelli spiega Borrelli, ne fornisce le chiavi di decodifica immediata, si offre alla platea come un Caronte che la traghetti negli inferi del suo mondo, del suo teatro, delle sue perturbazioni interiori. ‘Nzomma, Cante e schiante è un modo per avvicinarsi a Borrelli, per conoscerlo da presso, un prontuario propedeutico per chi non lo ha mai visto e ci si accosta per la prima volta; ma non è ancora – e non è del tutto – il teatro di Borrelli. Non lo è perché “la drammaturgia non si può spiegare”, perché, altrettanto dichiaratamente “questo non è uno spettacolo”; e perché il teatro, con tutta la sua carica evocativa, fatta di parole, immagini, suoni, visioni, elementi di scena, è combinazione che si offre per rimando ed allusione e non come prassi documentale.
Cante e schiante si struttura così: con tre estratti dal poema borrelliano ‘A Sciaveca introdotti da altrettanti preamboli esplicativi che forniscono versione in prosa, spiegazione, antefatto, decrittazione preventiva di una favola del mare, mare la cui voce è narratore esterno e sottofondo continuo e si presta al racconto di una vicenda truce, di morte e vendetta, di antinomia sfumata fra bene e male. Ad ogni preambolo segue la recitazione; e quando Mimmo Borrelli entra nei suoi versi per farsene cassa di risonanza l’effetto è sempre potente, rimbomba e palpita; quando cessa di essere filologo e torna attore del suo verso, c’è un vibrare delle membra e della voce che crea quell’effetto poetico per cui è immediato essere trasportati nella dimensione magica e onirica del suo cunto: splendido aedo, interprete vibrante, da come brandeggia un bastone a come varia di tono e voce nel dar tono e voce ai suoi personaggi, da come si fa carne e corpo per dar loro carne e corpo, a come prorompe ed espettora nel veemente “votte fore” che accompagna col remigare delle braccia e che sembra assurgere a sintesi manifesta di quell’istanza di vomitar fuori ciò che dentro corrode, pescato e tirato su insieme alla melma, alla lappa, alga limacciosa che le reti (le sciaveche, appunto) tirano su dal mare insieme al resto.
'Nzomma, Borrelli e ‘A Sciaveca, per chi non abbia mai visto Borrelli e ‘A Sciaveca, rappresenta sempre e comunque un’esperienza dall’impatto scenico notevole; non completo, ma notevole, perché fornisce l’idea di quello che può essere Borrelli sulla scena, pur non mostrando del tutto quello che è Borrelli sulla scena. Anche perché intervallare per spiegare interrompe il continuum drammaturgico del poema, lo spezza e lo inframmezza con l’esegesi che ne limita giocoforza la tensione drammaturgica.
Mesi addietro avevamo assistito in quel di Bari – presente lo stesso Borrelli – alla proiezione del documentario ‘A Sciaveca, di Polo Boriani, in cui si raccontava il Mimmo privato ed il Borrelli attore; ne era seguito breve dibattito, nel quale un sobbalzo di disappunto ci aveva fatto sussultare dalla poltrona allorquando qualcuno in platea aveva lamentato la mancanza dei sottotitoli durante la proiezione; avevamo sussultato perché ritenevamo, come riteniamo, che la comprensione del teatro di Mimmo Borrelli sia extraverbale, per quanto, a furia di sentire e risentire, la musicalità del suo verso si arricchisca alle nostre orecchie ogni volta di una percettibilità maggiore, per quanto siamo affascinati dai suoi testi, dalla loro musicalità e densità semantica, oltre che dalla fisicità in cui rimbombano e prendono magmaticamente forma.
Ed è fors’anche per questo che l’operazione Cante e schiante ci lascia quel vago senso d’interlocutorio, per cui non pare si sia assistito ad una messinscena vera e propria di Mimmo Borrelli (sì, lo sappiamo “questo non è uno spettacolo”), ma a una lezione propedeutica sul teatro di Mimmo Borrelli; che, per carità, è sempre un bell’ascoltare, perché mette in relazione con le scaturigini del teatro di Borrelli, ci lascia intravedere alcune delle istanze interiori che lo muovono: il teatro fatto per mettersi in relazione con se stesso, l’esperienza di vita trasfusa nei suoi testi, il rapporto con le propria tradizioni, tutti elementi che vengono toccati e in parte spiegati da Borrelli, che pure si cura di precisare che i nomi del proprio padre e della propria madre affibbiati ai personaggi della Sciaveca sono un puro espediente, ma che sottotraccia sembra voler essere un modo per rielaborare il proprio inconscio, dandogli la forma del verso, l’immagine della scena, un modo per fare del teatro uso terapeutico su se stesso.
È un Borrelli che affabula ed ha gioco facile ad affabulare un pubblico che ne è curioso e avido, che per la maggior parte lo vede per la prima volta e che lo vorrà vedere ancora; e che viene messo in condizione di avvicinarsi a Borrelli ed al teatro di Borrelli attraverso un percorso facilitato, attraverso una fruizione imborghesita; ecco, è questo il punto che ci impedisce di vivere con Cante e schiante il medesimo rapporto avuto con gli altri spettacoli di Mimmo Borrelli: ci è mancato il rapporto diretto e personale con lo spettacolo, filtrato da un tramite che – almeno a noi, fallaci e non perentori come sappiamo di essere – è parso un sovrappiù. Anche perché Borrelli è già Borrelli senza che Borrelli spieghi Borrelli.
‘Nzomma, a noi basta che Borrelli faccia Borrelli.

 


 

 

Per voce sola
Cante e schiante
di e con Mimmo Borrelli
musiche Antonio Della Ragione
lingua italiano, dialetto flegreo
durata 1h 20’
Salerno, Piccolo Teatro del Giullare, 24 ottobre 2014
in scena 24 ottobre 2014 (data unica)   

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