“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Giovedì, 24 Luglio 2014 00:00

Improvvisamente, un assassino

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Il nero nel titolo (Black), il giallo nel tema (un mistero, un omicidio, un colpevole da smascherare). Il giallo e il nero (o, se preferite, come ammicco al cinema di genere, il noir) sono il bicromo panneggio che fascia la scena, che avvolge i personaggi. Nero il fondale, su cui tratto di gesso disegna sagome da scena del crimine, gialle le suppellettili che vi giacciono affisse all’intorno. Sarà nero l’abito di scena di ciascuno dei cinque attori che sceneggeranno improvvisando questo giallo (questo noir…), e sarà gialla invece la fascia che ciascuno di loro, indossando in vita, al collo, come sciarpa o foulard, come grembiule o fazzoletto, o all’occorrenza anche come rete da pescatore, fungerà da segnale per identificare ciascuno dei personaggi (anche più d’uno ciascuno) a cui i cinque attori daranno forma sulla scena improvvisando questo noir (questo giallo…).

Giallo e nero il nastro che delimita – come si conviene nei film e nei fortunati serial televisivi di genere – la scena del crimine; un colpo di forbici a mo’ di taglio inaugurale è segnale d’inizio della messinscena. Lo scarno plot su cui la compagnia degli improvvisatori dovrà costruire partitura alberga in una boccia di vetro: ciascuno spettatore è stato precedentemente invitato a riempire un foglietto d’un nome, una professione ed un hobby; su questi tre dati, estrapolati da tre foglietti differenti estratti a casaccio, verrà imbastito l’ordito. Ma l’interazione tra palco e platea non si ferma qui: una persona del pubblico viene dotata di penna, fogli e supporto rigido per appuntare quanto avverrà in ribalta e, sulla base di quanto veduto, le toccherà sceneggiarne l’epilogo.
Un nome, una traccia, un indizio, questo lo scarno canovaccio su cui una compagine attoriale affiatata comincia a distribuirsi, a prendere ruoli, a lasciarne degli altri per poi riprendere quelli lasciati; sulle prime, l’ordito che nasce dall’improvvisazione sembra faticare a raggiungere l’immediata intelligibilità: il pubblico ha inizialmente bisogno di prendere confidenza con questo speciale modo di fare teatro, di entrare nel meccanismo, di comprendere che quella che sta prendendo forma sotto i suoi occhi è a tutti gli effetti una black comedy, sceneggiata d’improvviso, su trovate, lampi, guizzi, motteggi salaci e gustosi alterchi, ai quali sottende una solida preparazione di base, un molto ben oliato meccanismo di strutturazione inventiva, per cui si ha la sensazione che ogni attore che improvvisa sappia benissimo, nel momento in cui costruisce all’istante la propria battuta, dove voglia (o dove possa) andare a parare. E il meccanismo appare ancor più oliato per la capacità che tutti gli attori hanno di combinarsi gli uni con gli altri, costruendo una sceneggiatura istantanea capace di non perdere coerenza narrativa. In altre parole, improvvisata è la trama, non il mestiere.
Su questa base d’improvvisazione, che del teatro rappresenta una singolare declinazione, s’innerva poi un imbastitura di scena che è teatro in senso ampio e pieno: la QFC (Quella Famosa Compagnia) tiene l’assito con padronanza, possiede i sintagmi della grammatica teatrale, il tempo della battuta, ancorché improvvisata, quasi mai è intempestivo, il gesto da palco che evoca oggetti – soldi scambiati senza che monete tintinnino o banconote fruscino, fornelli che si accendono senza che fiamma s’accenda e fornello si veda, la lista della spesa che si colora dell’inchiostro invisibile di una penna invisibile un taccuino altrettanto invisibile – è tutto gioco teatrale nella sua forma più evocativa, gioco consapevole di chi, recitando, ostentando, instaura implicita complicità con un pubblico a cui ammicca rivelando la finteria di ciò che va in scena. Come dire, “è tutto finto, e lo sapete, perché voi avete contribuito a scrivere questa finzione; l’unica cosa vera è che noi si sceneggia all’impronta”, finto il teatro, vera l’arte di chi lo fa.
Quel che ne sortisce è uno spettacolo che, destinato ad avvenire per una sera e per quella soltanto, per poi essere ripetuto diverso e variato ad ogni replica successiva – che quindi “replica” vera e propria davvero non è – per quella sera funziona e diverte, sapientemente mescolando il plot del giallo con l’humour della commedia, il meccanismo della suspense, contrappuntato da un tappeto sonoro che ne sottolinea lo sviluppo, s’intreccia al gioco del motteggio verbale e della gag surreale.
Altra nota a margine: nel prendere forma della storia, nel suo svilupparsi complessivo, in ottemperanza a quanto dichiarato in sottotitolo (“un omicidio, nessun innocente”), la compagnia è ben attenta a lasciare aperto qualunque finale, talché ciascun personaggio indiziato è un potenziale assassino e a ciascuno può appartenere un movente; lo svelamento finale, che sortisce dalla penna di chi in platea è stato preallertato, fa sì che parimenti, ciascuno spettatore, rappresentato idealmente da uno per sera, sia un potenziale giallista.
Nel farsi fitto dell’intreccio, nel tenere in piedi la tensione e al contempo nell’infarcirla di un’ironia apprezzabile, Black piace, diverte, funziona.
Piace, diverte, funziona come il genere – questo del teatro d'improvvisazione – a cui afferisce, quando, come in tal caso, è lavoro condotto con teatral compiutezza da chi dimostra di conoscere il gioco e saperlo tenere in piedi.

 

 

 

 

Black – Un omidicio, nessun innocente
regia
Daniele Marcori
con Mariadele Attanasio, Susanna Cantelmo, Massimo Ceccovecchi, Daniele Marcori, Giorgio Rosa
produzione QFC (Quella Famosa Compagnia)
foto di scena Armando Biblioteca
lingua italiano
durata 1h 15’
Pompei (NA), PompeiLab, 20 luglio 2014
in scena 20 luglio 2014 (data unica)

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