“In realtà vi è un istante in cui il corpo sulla scena e l'arte coincidono e quell'istante si chiama teatro. Tutto il resto è spettacolo”

Claudio Morganti

Mercoledì, 04 Giugno 2014 00:00

La fin Della Fiera

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Diciamolo subito: si tratta di uno studio. Diciamo anche, subito dopo, che se di studio si tratta, ci troviamo dinanzi ad uno stadio già avanzato, ad una forma che può dirsi già compiuta, ad un lavoro che possiede spessore e densità. La femme acéphale, di Libero de Martino, con Cinzia Annunziata è prima di tutto sintesi di un connubio felice.

Connubio di un corpo (quello di Cinzia Annunziata) e della mente che la dirige (quella di Libero de Martino); connubio che disegna la scena, dipinge un’essenza venata del germe della follia, un larvato senso d’umano-troppo-umano la pervade, la riempie, in convulso gestire ne fomenta le membra; il peso di un vivere, acefalo, nel senso privativo di un’alfa razionale, mostra dal principio e ad un tempo il suo gravame e la sua intangibilità attraverso sintagmi teatrali: un bacile spostato come fosse un macigno, una tinozza, più grande, spinta come pesasse un quintale; il mestolo rimesta acqua che non è acqua, ma il gesto ne evoca presenza.
Fiera, mercato, caravanserraglio: questo il milieu in cui evoluisce un’anima gitana; fiera, mercato, caravanserraglio, ovunque costei reca seco il suo fardello, valigie con cui compie il suo ingresso in scena e che progressivamente schiudono istanti, brandelli di vita, segmenti del suo giostrare.
Giostra e giostraia, marionetta e burattinaia, la donna cui un’alfa sancisce privazione di raziocinio è succube eppure padrona: non a caso è lei che monta in scena la struttura d’un tendone, è lei che l’imbandiera, è lei che vi giostra d’intorno; costruisce la scena, in scena, con valigie, cartoni, bandiere e grammofono, scenografa del suo racconto, che si accompagna a sonorità gitane, esecutrice e complice di un disegno registico di raffinata precisione.
Perché La femme acéphale, di Libero de Martino è un disegno dai contorni espressionistici, che dimostra dall’inizio alla fine di possedere una grammatica teatrale rigorosa, in cui ogni tassello funziona; e trova, La femme acéphale, in Cinzia Annunziata, un’interprete altrettanto rigorosa, in crescita costante, capace d’infondere nell’io monologante un’energia intensa, a tratti devastante: corre, scarta, strabuzza gli occhi, fa, disfà, racconta, guaisce, strepita, digrigna i denti, freme, vibra, mendica, stramazza e s’accascia. La giostra diventa una gabbia, i cartoni sullo sfondo un ricetto fasullo in cui sprofondare. Percorre la propria follia attraverso un ininterrotto flusso coscienziale, orologio e calendario scandiscono per lei due differenti dimensioni temporali, quella dell'ora e quella del poi, il gioco delle luci ne scandisce invece il progresso clinico della follia: “Primo ricovero” e la luce si ferma su di lei, “Secondo ricovero”, e la luce è di nuovo fissa su di lei, “Terzo ricovero” e nel verdognolo riflesso di una luce, ancora lei, che ha lottato, impazzato, scartato come un cavallo imbizzarrito, scalciato all’impazzata per scacciar via i mostri, le bestie, topi, ragni, pipistrelli e serpenti dei suoi incubi divoratori del cervello, roditori dell’anima, pare non più patire la contenzione, rassegnarsi.
La testa, quella testa che non c’è, sembra pesar meno: i bacili, le tinozze, non sembran più macigni, non pesano più un quintale ed il mestolo rimesta acqua per davvero. Tra le valigie, un bagaglio di ricordi mostra sparse le sue foto. Potrebbe sembrare un corpo, un’anima, una vita che clinicamente vada incontro alla propria remissione; un bagno catartico sembrerebbe quasi poter avallare siffatta convinzione, se il suo sangue non cominciasse a scorrere in un lavacro che enerva la vita dalle membra e non purifica.
Sembra esserci qualcosa di profondo, che lancina sottotraccia, qualcosa di ineffabile che il teatro trasfigura in una poetica tragica e inconsolabile.
La fiera, il mercato, il caravanserraglio: il baraccone ha avuto il suo fenomeno, che in scena si è consunto come consuma la vita, bambola di carne, anima marionetta, in balìa di un gioco con cui ella stessa si balocca, ignara anima saltimbanca, gingillo nelle mani d’un destino irrisorio, beffardo come lama, quella sì, acefala, mannaia che recide l’ultimo legame d’un corpo danzante con quella bizzarra coreografia chiamata vita.

 

 

 

 

 

La femme acéphale
studio tratto da La femme acéphale
di Jacques Prevert
drammaturgia e regia Libero de Martino
con Cinzia Annunziata
produzione Teatri delle Sguelfe, Officine di carpenteria drammatica, diffusioneteatro
foto di scena Paola Manfredi
lingua italiano
durata 1h
Torre Annunziata (NA), diffusioneteatro, 30 maggio 2014
in scena 30 e 31 maggio 2014

 

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