“Perché tu mi dici: poeta? Io non sono un poeta. Io non sono che un piccolo fanciullo che piange”

Sergio Corazzini

Martedì, 15 Aprile 2014 07:22

Teatro da abitacolo

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Non un teatro ma il parcheggio che gli è prospiciente. Non la platea ma il sedile di un auto (o il cassone di un camion) ad ospitar visione. Officina Teatro sembra così volersi attenere alla propria denominazione trasponendo la ribalta in automezzi, spostando l’evento teatrale in un luogo non teatrale, rendendo la visione da collettiva individuale (ciascun episodio a cui accade di partecipare è per uno spettatore alla volta), un abitacolo a contenere, rarefare e ravvicinare scena e platea.

S’assiste così a quattro monologhi; s’assiste e si partecipa, giacché la dimensione individuale – e la stessa struttura con cui sono concepiti i quattro monologhi – presuppone un’interazione variabile tra l’attore-conduttore (conduttore dell’automezzo, ma anche del gioco) e lo spettatore-trasportato (cui spetta l’imbarazzo discrezionale del lasciarsi trasportare). Quattro monologhi, quattro viaggi da fermo, ciascuno dei quali incentrato su un tema evidente offerto al passeggero: la solitudine, la felicità, la fiducia, il desiderio. Quattro percorsi notturni da attraversare nel tentativo, che talvolta riesce, talvolta meno, d’indagare le pieghe dell’essere, chiamando il passeggero a mettere in gioco se stesso.
Un numero di targa e un titolo ad identificare ciascuna storia; ciascuna storia è da vivere in prima persona. Ma andiamo nel dettaglio.

CC 359 VM: Il sogno di Haziel
Un camion furgonato dalla cabina ribaltata; un uomo in smoking; sorride ed esplicita solitudine; domanda aiuto ed offre ristoro. Ci accoglie nel cassone del suo autocarro. Fragole e vino sono mercede d’una confidenza anelata, bramata, infine apertamente richiesta, rimedio implorato per una solitudine così totale da rendergli desueto l’interagire. L’interno furgonato in cui ci accoglie contiene i segnali della sua solitudine: un televisore che non s’accenderà mai (tutto l’ambiente è rischiarato dal fioco lume di candele e persino sul televisore ve n’è una piantata) ed un fiore appassito sul tavolaccio di legno. Le fragole e il vino. E il desiderio di confidenza, di contiguità, di condivisione dei propri sogni, costretti a languire in un barattolo di latta e solitudine a forma di camion. Un sognatore, mendico d’emozioni, che spera d’accattivarsi con la garbata ospitalità la possibilità di sognare ancora, come se il sogno rappresentasse per lui l’unico antidoto possibile ad una solitudine endemica. Ci offre albergo nei suoi sogni futuri, pare quasi non voglia farcene fuoriuscire, ci stringe la mano, le dita attorno alle dita ed un pegno lasciato nel palmo: una piuma, ricordo di un incontro, leggera come l’aria, volatile come l’istante. Il commiato lascia dentro una bella sensazione, perché il nostro primo conduttore ci ha saputo trasportare dove il viaggio doveva arrivare.

EB 527 HF: La festa perfetta
Una solitudine diversa da quella vissuta in precedenza; qui si viaggia intorno alla felicità, guidati dall’entusiasmo di un giovane conducente, che ci accoglie nella sua macchina lucida con la voce di Ornella Vanoni irradiata dall’autoradio: “Ma lo sapevi che L’appuntamento in realtà parla di un suicidio?”, ci illustra questa chiave di lettura, che è come la chiave da girare nel quadro per attaccare il contatto col tema che costituirà tragitto di questo viaggio. Non importa sapere chi siamo, non importa quanto la vita possa frapporre difficoltà, il nostro giovane ed esuberante autista vuole condurci sulla strada della felicità ad ogni costo, scansando le problematiche e, laddove ciò non sia possibile, lasciando che scivolino addosso. A corredo di questa felicità un brindisi offerto, una torta su cui ci tocca soffiare una candelina ed esprimere un desiderio; diveniamo complici accondiscendenti della sua felicità, mentre la Vanoni già non canta da un pezzo e c’è invece Stevie Wonder ad augurarci Happy Birthday; il giro dell’abitacolo per confessarci che in realtà è il suo compleanno e per mostrare che quella felicità intorno alla quale il nostro conducente si è speso con tanto entusiasmo, altro non è che una diversa faccia di una solitudine possibile. Ma lo ha fatto conquistando la nostra amicizia per una sera, per venti minuti o giù di lì, rendendo tangibile un momento effimero. Una caramella è il pegno del buon ricordo per quel tempo trascorso assieme.
Un viaggio meno pregnante del precedente, ma tutto sommato giunto a destinazione.

–  DZ 705 AP: Trasporti eccezionali… e altre destinazioni
Un carro funebre, privo del passeggero principale, quello che solitamente viaggia di dietro con le gambine stirate, freddo, lungo disteso per viaggio di sola andata. Il nostro psicopompo ha l’aria lugubre che fa pendant col tristo uffizio che è chiamato a ricoprire, benché il passeggero nella fattispecie gli sia accanto vivo e vegeto e con le gambine ancora in grado di flettersi autonomamente. Ci offre una destinazione, parla poco, tace tanto. Ci interroga, anche senza parlare, sulla fiducia. Ma il dialogo è troppo rarefatto, troppo accennato, il nostro viaggio insieme sembra destinato a non raggiungere alcuna destinazione, forse perché la nostra è una fiducia concessa con riserva e questo accresce il mutismo, non aiuta il disgregarsi del muro silenzioso che, nel buio di una notte che pare più buia se vista dall’interno di un carro funebre, sembra separarci irrimediabilmente. Neppure un minimo atto di fiducia – l’accettazione di un chewing-gum offertoci – scalfisce la parete dell’incomunicabilità. Come un incontro di boxe in cui due pugili si studiano per tre riprese senza sferrare neanche un colpo. Esito: no contest.
Sembra di rimanere su un piano di incompiutezza, sembra di assistere a qualcosa che si accenna ma non si realizza, come partecipando ad un viaggio che non si compie e che, in un certo senso, nemmeno parte.

DR 886 DL: Desiderio
Non è il tram di Tennessee Williams, ma un’auto in cui ci accoglie una figura femminile; significativamente lascia a noi il posto guida, primo segnale di un malessere, di chi non è padrone della propria vita, di chi non è autonoma conduttrice delle proprie scelte. Lei è una donna procace, il suo lessico ‘basso’ ne denuncia la condizione umile, dichiara di vivere in un brutto posto, con un uomo (un marito? un parente? un amico? I toni di una telefonata ricevuta non sono certo amicali). Lei ci ostenta voluttà, ci dimostra sensualità controllata, ci racconta una parte di quel suo malessere, si offre al piacere per potersi piacere, per riuscirsi ad accettare, sorride triste e sembra dilaniata; il desiderio negato, l’autodeterminazione frustrata, la ricerca di qualcosa che non si ha e di qualcuno che forse non si è mai avuto e mai si avrà, il desiderio di una vita da conducente e non da passeggera; ma il viaggio s’interrompe troppo presto, dopo aver potuto solo annusare l’odore di un malessere che anelava consolazione e che svapora come un desiderio lasciato ad aspettare. Un numero di telefono scritto su un pacchetto di sigarette vuoto ed un invito – “Chiamami” – sono gli unici pegni lasciati prima di sparire inghiottita dalla notte, col suo fagotto di sogni infranti, di frustrazioni inconsolate.
Un viaggio, quest’ultimo terminato troppo presto, come interrotto a mezza strada. Ma forse è solo il modo per rendere il nostro, come il suo, un desiderio mancato.

Quattro monologhi, quattro storie, quattro interazioni, ciascuna delle quali ci lascia con l’incognita di comprendere quanta variabilità rivestisse il nostro ruolo di spettatori-passeggeri partecipi. Quattro storie di cui almeno tre ben interpretate, capaci in definitiva di trasportarci attorno a tematiche che costituiscono usuali rovelli per l’umano agire (ed interagire) e che trovano naturale ricetto nelle pieghe intimiste della notte che le accoglie. Un’idea, quella che sottende a questa forma sui generis di rappresentazione, che tutto sommato piace per originalità, per la capacità che lascia intravvedere di trasferire la dimensione teatrale su un piano intimo e personale, creando un rapporto privilegiato con lo spettatore, ma che si affida ad una partitura che ci pare potesse conoscere sviluppi più articolati.
Per una sera, non in platea, ma su di un sedile, facendo esperienza di un'altra forma di teatro possibile: il "teatro da abitacolo".

 

 

 

Autovelox – D’amore ti uccido. Incidente stradale per un solo conducente
ideazione e regia Michele Pagano
con Maria Macri, Peppe Zappia, Gerardo Benedetti, Giovanni Santonastaso, Patrizia Bertè
produzione Officina Teatro
lingua italiano
durata 1h 10’
San Leucio (CE), Parcheggio Officina Teatro, 12 aprile 2014
in scena dall’11 al 13 aprile 2014

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