"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Martedì, 18 Marzo 2014 00:00

Ulisse simbolico, con disturbo di voce

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L’aspetto più interessante di Attesa è la dimensione volutamente simbolica, iconica, emblematica. Non viene offerta una trama ma un accenno di eventi, il cui svolgersi è affidato non all’immedesimazione della recita ma all’ostentazione del gesto.

A rimarcare il carattere allusivo, concorrono: maschere, indossate su abiti monocromatici; scarso mobilio da palco, posizionato in uno spazio privo di quinte (un tavolo, tre sedie, un mobiletto, un ventilatore); certe evocazioni discorsive, che suonano soltanto come voce fuori-scena.
Tutto è finzione: la camminata della cameriera; la distesa figura di un cane; l’occupazione della stanza e certe lotte tra i personaggi; certe attese che i personaggi evidenziano, rimanendo (semivisibili) sulla soglia; certa maniera che i personaggi hanno di guadagnare il proprio posto, portandosi dal fondo in avanti non con andamento diretto e naturale ma disegnando un percorso geometrico, uno squadrato zig-zag sul pavimento.
Si aggiungano, tra forma e contenuto: le decontestualizzazioni musicali (da Il Piave mormorava ad Avevo un cuore di Mino Reitano); la dichiarata falsità di genere (per cui Lui è una Lei con una maschera da Lui); l’utilizzo di parrucche; i rimandi epico-letterari (l'Odissea è il riferimento principale, per cui ritroviamo la lontananza di Ulisse, la tela di Penelope, l'accoglienza di Argo); un uso evocativo dei fari, tra indicazione colorata (il giallo, il rosa, il bianco) e fissità strumentale (l’illuminazione diretta alla cornice d’ingresso).
Così la storia di una donna che – visto il proprio uomo partire per la guerra – vive uno stato di abbandono e di solitudine durante il quale tutto s’accumula poiché tutto accade (l’arrivo straniero, la violenza carnale, l’invasione della casa e la paura, il timore, la certezza sbagliata di essere rimasta vedova, di aver perduto chi si ama) diventa una partitura di segni, di rimandi, di allusioni che concorrono a generare una sorta di composizione pittorica, su fondo nero, in cui tutto significa: le copertine da rivista di Munch e di Marilyn (richiamo all’espressionismo che affronta i due conflitti mondiali ed al pop americano post-bellico); l’asse da stiro che viene utilizzato sulla destra (l’abuso quotidiano dello spazio domestico); le teste-maschere di maiale che – sul finale – raccontano l’avvenuta bestializzazione degli uomini, a guerra passata.
La sensazione è la medesima che, chi scrive, prova dinnanzi ad un’opera d’arte concettuale in cui – ad una multimaterialità di fattura (ritagli di giornali, schegge di legno o di vetro, larghi passaggi di pennello) – occorre dare un valore per risposta, per confronto, per analisi: di ogni singolo elemento quindi (teatralmente parlando: una posa, un movimento, una relazione tra più figure ma anche questo ventilatore, quella palla di gomma o il bicchiere d’acqua) va ricercato il senso, la ragione, il suo perché significante.
Perché i due che occupano la dimora sono vestiti di nero? Perché portano con sé il lutto, la morte ed il buio della ragione.
Perché, per rappresentare lo strazio di un’anima in pena, si spinge in ribalta un finto-cantante che finge di cantare una vera canzone? Perché occorre la spersonalizzazione, perché nulla di ciò che sembra appartenere al singolo è davvero di quel singolo.
Perché la cameriera − nel rientrare ed annunciare (inclinando schiena, spalle, viso) il ritorno di Lui dalla guerra − ha soltanto una scarpa? Perché tutto avviene in fretta, all’improvviso, oramai inaspettato.
Potremmo continuare.
Giocando con la stilizzazione visiva, la distinzione mascherale e certa macchinosità motoria (i gomiti ad angolo, il movimento robotico della testa, certi sghignazzi che si ripetono ossessivi) Attesa riesce nell’intento di rappresentare (indirettamente) ciò che si rifiuta di rappresentare (direttamente): così la chiamata alle armi è il verde militare di una giacca (a cui, non a caso, si aggiungono i pantaloni al ritorno: l’uomo totalmente in-vestito dalla guerra); l’innocenza femminile è una veste completamente bianca mentre lo stupro è una mano portata sull’inguine, prima dello svenimento, compiuto lasciando le gambe leggermente divaricate.
Così – apice di questa propensione all’innaturale, allo schematico e al metaforico – un demone ricurvo appare su scena, porgendo il volto quanto più in basso possibile (la provenienza dell’infernale, del satanico ma anche dell’umano che striscia) mentre si adopera a mettere a soqquadro la scena: in terra le sedie, reclinato il tavolo, in un angolo il ventilatore. Il Male – senza bussare (per questo non una porta, sul fondo, ma le tendine di plastica) – si è accomodato in casa, impossessandosene.
Naturalmente quando si sceglie il simbolismo, riducendo gli attori in sagome e facendo d’ogni momento un’opportunità estetica, si corre il rischio dell’eccesso, di realizzare qualche passaggio oscuro o convenzionale, di produrre un'immagine che non convince.
Il dimenarsi protettivo dell’angelo, ad esempio, pallido serafino dai calzoni azzurri e dai finti-boccoli biondi; l’insistente inseguimento danzato tra le figure funebri e l’angelo stesso; la reiterazione dello svenimento; l’uso ironico di una presentatrice-valletta sono aggiunte non rilevanti e che, dunque, appesantiscono un’opera che – dichiaratamente – vuole essere inconcreta, astratta, quintessenziale.
Ci sembra poi errata anche la scelta delle registrazioni sonore: imponendo all’ascolto lembi, lacerti, pezzi di una lettera dal fronte o una serie di brevi pensieri amorevoli si finisce per generare un disturbo, per produrre una distonia, per provocare uno scontro tra la voluta assenza di psicologismo emozionale e certo pathos che così viene detto, dichiarato, autenticato: indebolendone il tentativo di resa per straniamento.
Scelta la pantomima – decisa quindi una forma situazionale ed asciutta, in cui non ci siano sangue, strepiti e lacrime – appare stonata l’interruzione del silenzio: come se non si riuscisse (fino in fondo) a rinunciare alla chiacchiera emotiva, alla confessione della sofferenza, alla verbalità del dolore.
Un peccato, questa infrenabile invadenza del cuore, in uno spettacolo che si è voluto e si è visto simmetrico, zitto e composto come un languido cabaret, come una scenografia cinetica, come un velario dipinto.

 

 

 

Attesa
regia Antonio Grimaldi
testo e voce Alfonso Tramontano Guerritore
con Luciano Dell’Aglio, Gabriela Origlia, Cristina Milito Pagliara, Massimo Villani, Anna Rita Vitolo
maschere Angelo Russo, Bonaventura Girodano
produzione Teatrogrimaldello
foto di scena Luigi Pepe
durata 50’
Napoli, Teatro Elicantropo, 15 marzo 2014
in scena dal 13 al 16 marzo 2014

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