"È vero che non bisogna confondere la critica con la maldicenza o il gioco al massacro; ma altrettanto vero e forse ancor più dannoso è confonderla con la complicità e la propaganda"

Giovanni Raboni

Lunedì, 17 Marzo 2014 00:00

Dio sopporta i credenti ma preferisce gli atei

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Ho portato Andrea a vedere con me lo spettacolo di Moni Ovadia, grande attore, regista, drammaturgo di origine ebraica. Questo grande attore è venuto a Napoli con uno spettacolo che porta in giro da venticinque anni e sempre con grande successo. Andrea ne aveva parlato con un suo amico, al quale piace molto la musica Klezmer, nello spogliatoio dopo l’allenamento di Aikido ed era molto ansioso di vederlo. Lo spettacolo, infatti, ha la struttura del cabaret e si compone di sketch e parti musicali di tradizione Yiddish, detta appunto Klezmer, che è la musica per archi e clarinetto suonata dagli ebrei est europei fin dal XVI secolo.

Moni Ovadia comincia annunciando che lo spettacolo è un viaggio nella cultura Yiddish, la cultura degli esiliati, ebrei sparsi per il mondo uniti da una lingua che è un misto di ebraico, romeno, tedesco, russo, ucraino e ogni altra lingua possano aver appreso gli esiliati. Trattandosi di situazioni comiche sugli ebrei bisogna fare prima una distinzione tra battute antisemite e storielle sugli ebrei, anche se Moni Ovadia spiega che spesso le storielle sugli ebrei sono battute antisemite dette dagli ebrei. Lo spettacolo può partire: Musica!
Sul palcoscenico suonano un contrabbasso, un violino, un clarinetto e una fisarmonica. Sono gli strumenti della Theater Orchestra. La voce è dell’attore-regista-autore che si rivela anche un bravo cantante. Si fondono ritmi allegri e atmosfere più cupe.
Nelle parti recitate, Moni Ovadia passa in rassegna varie tipologie di uomini: rabbini, commercianti, psicanalisti, sarti. Una lunga parte molto divertente e apprezzata è dedicata alle mamme Yiddish non troppo diverse, in realtà, da ogni altra specie di mamma. Le signore in sala ridono di gusto, specialmente quando dal palco si ringrazia Dio perché di mamma ce n’è una sola, per fortuna.
Le situazioni in cui si trovano ad agire, di volta in volta, i protagonisti delle storielle sono strettamente legate al mondo ebraico. Questo ci permettere di conoscere il diverso rapporto degli uomini con Dio, che non è quello amorevole e pronto al perdono predicato da Gesù ma è il Dio irascibile e guerriero del Vecchio Testamento. Scopriamo la sacra importanza del sabato, che comincia dal venerdì sera perché nella Genesi è scritto “E fu sera e fu mattina, un altro giorno”,  in cui non è possibile lavorare né tantomeno toccare denaro.
Impariamo che nel giorno dello Yom Kippur, giorno dell’espiazione, non si mangia e non si beve per ventiquattro ore. Sentiamo dire che gli ebrei non attraversarono il Mar Rosso dietro il profeta Mosè, piuttosto un mare di giunchi ma questa è un’altra storia. Per ogni situazione di vita ebraica è presentata una storiella esplicativa. Nella maggior parte dei casi il tema è incentrato sul rapporto tra gli uomini e il denaro. Tuttavia le battute non sono mai scontate e sorprendono il pubblico che ride divertito.
Pian piano vengono sfatati i luoghi comuni sugli ebrei, che non sono più intelligenti degli altri perché tra loro c’è Albert Einstein, non hanno tutti il naso grosso e gli occhi incavati, né sono tutti bravi a fare soldi. Ogni luogo comune abbattuto è un colpo al razzismo e all’antisemitismo.
In uno spettacolo che voglia dipingere la cultura ebraica degli esiliati non può mancare una parentesi sulla Shoa, il capitolo più nero della storia di questo popolo. Sulle note tristi della canzone degli ultimi ebrei d’Europa è pronto a chiudersi lo spettacolo ma c’è ancora il tempo per un’ultima storiella scompisciante sulla circoncisione.
Poi Moni Ovadia saluta e ringrazia tutti, ricordandoci che Dio sopporta i credenti ma preferisce di gran lunga gli atei. I musicisti della Theater Orchestra lasciano il palco e accompagnano il pubblico verso l’uscita suonando nel foyer.
Proprio mentre mi giro e sto per chiedere ad Andrea se lo spettacolo gli sia piaciuto, il signore che gli sta seduto davanti, con la testa grossa e una capigliatura vaporosa, si alza e Andrea mi dice: “Ah finalmente riesco a vedere il palco! Ma si può mai venire a teatro con una capa di quella maniera!”.

 

 

 

 

Cabaret Yiddish
di e con
Moni Ovadia
violino Maurizio Dehò
clarinetto Paolo Rocca
fisarmonica Albert Florian Mihai
contrabbasso Luca Garlaschelli
durata 2h 10'
Napoli, Teatro Nuovo, 13 marzo 2014
in scena dall’11 al 16 marzo

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