“Io amo troppo il teatro per diventare un critico teatrale...”

Gilbert Keith Chesterton

Venerdì, 24 Gennaio 2014 00:00

Fra sogno e utopia

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“Mi chiamano psicologo: non è esatto, io sono soltanto realista nel senso più alto, cioè rappresento tutte le profondità dell’anima umana”.
(Fëdor Michailovič Dostoevskij)

 

Fra i portatori di cultura che maggiormente hanno segnato l’esistenza dei bipedi abitatori di questo globo terracqueo, un posto preminente spetta senz’altro a Fëdor Michailovič Dostoevskij, la cui opera possiede una profondità introspettiva con pochi corrispettivi nella storia della cultura.

Al culmine dell’introspezione dostoevskiana c’è Il sogno di un uomo ridicolo, racconto fantastico che preconizza un’età dell’oro possibile raccontando la visione onirica di un uomo sul bilico della follia, un uomo a cui ogni cosa è indifferente, che dopo aver accuratamente programmato il proprio suicidio, da effettuarsi nel cupo squallore della propria camera ammobiliata, recede dal proprio proposito dopo aver udito per strada la voce implorante di una bambina e dopo essere sprofondato nella catatonia di un sogno al culmine del quale la propria visione del mondo e degli uomini parrà aver raggiunto l’illuminazione.
L’uomo ridicolo rappresenta una sorta di summa della Weltanschauung dostoevskiana; sviluppo, approdo e sintesi della sua filosofia asistemica, l’uomo ridicolo viene dal sottosuolo passando per il Versilov de L’adolescente, per il Grande Inquisitore de I fratelli Karamazov, attraversando infine la stanza di Raskolnikov e perviene alle verità ultime della personale cosmogonia di Dostoevskij; e la camera ammobiliata in cui l’uomo ridicolo progetta il suicidio, ne recede e sogna, tanto somiglia alla camera ammobiliata in cui Raskolnikov progetta l’omicidio, non ne recede e si tormenta. Rispetto a Rodion (Raskolnikov), l’uomo ridicolo ha in più solo la poltrona alla Voltaire in cui sprofondare nel proprio sogno.
Sulle assi del Petruzzelli a dare un corpo ed una voce al sogno dell’uomo reso ridicolo dall’indifferenza e dalla propria coscienza, è Gabriele Lavia, che guadagna il palco senza abiti di scena, informando il pubblico che presenterà Il sogno di un uomo ridicolo – testo che frequenta pressocché da sempre, com'egli stesso precisa – non nella forma compiuta di spettacolo, ma come recital; di qui la mancanza di formalismi di scena; di qui anche (soprattutto) la desacralizzazione del rito teatrale, svilito, dalla premessa informale, di una parte del proprio appeal, segnatamente di quella parte per cui la finzione implicita del teatro, dichiarata esplicitamente, esplicitamente preannunciata, scarnifica dalla visione una parte della sua magia sacrale, diradando a priori l’aura fantastica che per solito circonfonde il rito teatrale.
Rispetto alla forma-spettacolo (che pure a qualcuno è stato dato di vedere, oltreché dal vivo anche in qualche passaggio televisivo, allorquando dalla scatola telecomandata qualcosa di teatrale degno di tal nome ancor era dato di vedere), il recital s’impoverisce di elementi fondanti, come la camicia di forza che costipa il protagonista, o il chioccolio delle gocce d’acqua che, stillicidi d’un tormento onirico, torturano la palpebra sinistra dell’uomo ridicolo. Ma tant’è, bisogna accontentarsi e, tutto sommato, la collaudata teatralizzazione di Lavia, ancorché priva d’accessori, resta, sia per intrinseca forza del testo, sia per spessore dell’attore, di alto livello.
Lavia porta in scena quella che per lui è l’opera di una vita; un testo, un attore e la sua voce; un testo sentito come la propria voce, come la propria intima essenza, questo è per Gabriele Lavia Il sogno di un uomo ridicolo; egli concepisce l’attore come “l’avamposto della parola” e di quella parola si fa portatore in quella sua forma attoriale che prevede il tono impostato e la pulizia adamantina della dizione. Seduto su una seggiola, in centro di scena, col suo tono inconfondibilmente marcato, Lavia dà voce corporea all’uomo ridicolo dostoevskiano, ne interpreta il sentimento lamentoso accompagnandolo con una gestualità calcata ed istrionica, consuma la scena come la candela evocata nella stanza consuma al fioco suo lume il rovello dei pensieri del protagonista.
Sulla scena l’attore, la sua voce, il suo corpo che, non compresso nella camicia di forza che dovrebbe costringerne la follia, aiuta i pensieri veicolati dal sogno disegnandoli con congrua gestualità, con le mani che puntano al petto una pistola, con le braccia che ricadono penzoloni lungo il corpo una volta sognato l’insano colpo di rivoltella, con tutte le membra che fremono facendo proprio il pathòs del personaggio e offrendolo al pubblico in emotiva compartecipazione.
Il sogno, la mimesi, avvengono mentore l’attore, ma anche se non soprattutto grazie alla forza evocatrice del testo, all’energia morale che Dostoevskij sprigiona sulla pagina e che Lavia è ben capace di assecondare con calibro collaudato sulle tavole del palcoscenico.
Lo spettatore è preso per mano, da una fredda sera di un tre di novembre in cui il freddo è più freddo ed il cupo è più cupo, e viene accompagnato dalla voce dell’attore lungo una parabola onirica durevole fino alle sei del mattino seguente, parabola che parte da uno stato d’apatia, in cui all’io narrante ogni cosa “è del tutto indifferente” per giungere ad uno stato di coscienza – o di ipercoscienza – in cui si palesano al lucido sguardo della follia (o del ridicolo) le verità ignorate dell’umano; la voce ed il corpo dell’attore veicolano la visione, accompagnano lo spettatore facendone un discente, il fruitore di una cosmogonia antica eppur mai attuata, che fa proprio l’insegnamento evangelico “ama il prossimo tuo” (“chi l’ha detto?”, si chiede il folle ridicolo con tanto retorica quanto ironica prolessi), figurando un mondo che preconizza una possibile età dell’oro, già intravista nei Karamazov e nei Demoni. La visione profetica di una felicità possibile passa attraverso l’esercizio consapevole della virtù, contrapposto a scienza e conoscenza, strumenti artefatti dell’umano rincorrere verità non necessarie, posteriori allo stato di natura, in cui non c’era bisogno di inventarsi una “Giustizia” per contrastare la menzogna, non c’era bisogno di vagheggiare la felicità definendola “un Sogno”.
Addita la strada un uomo ridicolo, saggio come solo un folle può essere saggio, lucido ed illuminato come solo chi è nel vivido lucore d'un sogno può essere lucido ed illuminato; gli dà voce e corpo sulla scena la voce ed il corpo di un attore che regge ottimamente la scena, che compie ottimamente la sua parte. Fino allo scrosciare dell’applauso.

 

 

Il sogno di un uomo ridicolo
di
Fëdor Michailovič Dostoevskij
adattamento regia e interpretazione Gabriele Lavia
produzione Teatro Pubblico Pugliese
lingua
italiano
durata 1h 20’
Bari, Teatro Petruzzelli, 20 gennaio 2014
in scena 20 gennaio 2014 (data unica)

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