“Il risultato fu penoso: silenzio, imbarazzo, stupore. Si sentì volare la parola canovaccio; qualcuno chiese se si trattasse di una tragedia o di una commedia. Quasi tutti furono d'accordo nel giudicare il testo irrappresentabile. Fu così che Čechov − lo sguardo basso, le mani in tasca, a piccoli passi lentissimi − se la filò in albergo, sulla Tverskaia, senza farsi notare”

Cesare Garboli su "Le tre sorelle"

Venerdì, 02 Settembre 2016 00:00

Scrittura come gioia della creazione linguistica

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Finalmente è concesso parlare di scrittura. E non genericamente di libri. O di un libro. Questo miracolo, almeno per la letteratura italiana contemporanea, è dovuto a Giordano Meacci che passa come un partigiano tra i sentieri delle arti: siano i romanzi, siano i saggi, cito il suo Improvviso il Novecento. Pasolini professore, siano le produzioni cinematografiche, visto che Meacci è stato uno dei principali collaboratori di Claudio Caligari per Non essere cattivo, uno dei film rivelazione della scorsa stagione.

Giordano Meacci dimostra una dimestichezza, non importa se innata o acquisita: rende con grande efficacia una miriade di suggestioni. Che ha dentro. Lo si sente. E in questo crogiolo, cultura pop e cultura alta diventano materiale da plasmare trovando una sintesi: infatti ne Il cinghiale che uccise Liberty Valance c’imbattiamo nel cinema e questo risulta scontato fin dal titolo, nella musica, dalle canzonette a Mozart, nella teologia, ebbene sì nella teologia, nella filosofia di Nietszche, nel calcio. In una successione che non è accozzaglia e dove una non infastidisce l’altra. Voglio rendere il concetto con una frase. Due amici se ne stanno a scegliere i tre film di guerra più belli dal 1980 in poi e uno se ne esce così: "Diciamo che Platoon lo metto tra le tombe etrusche e il Monte Fumaiolo". Cosa c’è di più capillare per dare senso compiuto a una convinzione di celluloide, che colloca il film di Oliver Stone tra quelli border line, sospesi tra oblio e media statura? Per dire che Platoon non può competere con Ford Coppola, Apocalypse now, Kubrick, Full Metal Jacket, e Malick, La sottile linea rossa.
Ecco, partiamo da questo per sottolineare la natura dell’opera, la più vicina a David Foster Wallace della nostra letteratura. Sì, DFW, almeno quello di Infinite Jest: c’è anche nel Cinghiale un film che è una luce sulla via di Damasco, per un cinghiale, ci sono giovani che dialogano tra loro in un’atmosfera da fratelli Incandenza, c’è questa insicurezza temporale che mette tutto a cavallo di una fine e un inizio millennio, c’è la capacità, sopra citata, di maneggiare lo scibile consapevolmente, c’è il gusto accattivante per la ricerca di un vocabolario nuovo e la conseguente gioia che deriva dal processo della creazione. Per non parlare delle vite dei protagonisti, intrecciate come rimbalzi e carambole di sponda in un tappeto verde, abitanti di un paesino di confine, perché spazio e tempo non sono che confini, porosi e soggetti alla contaminazione, tra Toscana e Umbria: Corsignano. Si chiamava così Pienza prima del sogno di città ideale del suo nato più illustre, Enea Silvio Piccolomini, passato alla storia come papa Pio II.
Sì, ma i cinghiali che c’entrano? Nel tentativo di dare una trama al romanzo di Meacci, cosa meno ardua di quanto vogliano farvi credere, ma non è la trama la cosa fondamentale sennò parleremmo genericamente di un libro, posso dire che in questo paesello, Corsignano appunto, vive una comunità stramba. O meglio: della quale lo scrittore vuole fare emergere, a scopi puramente letterari, i caratteri meno reali. Due cugini, Andrea e Durante, molto incandenti, quasi un participio presente di Incandenza; un pover’uomo, Amedeo Bui, che al funerale della sua vecchia amante ha un’erezione – "al centro del cimitero, le mani messe a protezione come un difensore in barriera" – poi un paio di disavventure legate al gioco e al suicidio (?) di un amico; vecchi contadini e vecchie mogli ricettacolo di... ricette; Walter e Fabrizio che per una notte intera guardano e confabulano sul film di John Ford, con John Wayne, John Carradine, Edmond O’Brien, James Stewart, Lee Van Cleef, L’uomo che uccise Liberty Valance; donne in cerca di amore, cosa per alcune impossibile vista la prematura perdita di una figlia piccola o perché hanno intrapreso altre strade... a buon mercato o perché dell’uomo sposato non sanno più che farsene. Tipo Federica che: "fermava qualsiasi proposta di appuntamento; rincarando il rifiuto non solo sulla breve, ma anche sulla lunga distanza (era una keynesiana negativa: confidava nel fatto che 'alla lunga distanza saremo tutti morti')".
In questa comunità, di una provincia fuori dal mondo – visto che di letteratura italiana parliamo perché non citare Cassola o Carlo Levi anche se diversissimi? – un gruppo di cinghiali guidato da Apperbohr, suino selvatico che capisce gli umani ma non può parlarci, mette in atto una specie di guerriglia per rendere migliore la vita della comunità dei boschi. Il problema, direi il cortocircuito, è che il resto dei cinghiali, che rimangono cinghiali, fatica e non poco a seguire Apperbohr nei suoi ragionamenti.
Apperbhor, umanizzato dalla visione casuale de L’uomo che uccise Liberty Valance, in definitiva si ritrova solo e questa condanna deriva dal suo riuscire a capire le cose. Attenzione a questa parola, di una genericità disarmante, eppure così... tutto. Il destino di Apperbhor si interfaccia con quello dei corsignanesi. Proprio i più sensibili sono i più soli. Lo è Amedeo, quello dell’erezione al funerale, che finirà per intraprendere una china più vicina alla pazzia che alla normalità, lo è Durante, commovente nel suo incontro con Sonia, la ragazza di cui è innamorato, a Siena, lo è specialmente Andrea, dagli occhi alla David Bowie, il tredicenne a cui Durante rimprovera, guarda caso: "Tu non sai tutto. Sai troppo". Sai troppe cose. Tipo un’eterna condanna senza scampo.
Chiudo con una chicca per rendere omaggio a questo libro, che è pure divertente, a tratti esilarante, scritto in un doppio binario cinghialese e toscano, un toscano che mi ha fatto sentire a casa – sarà anche per questo che per il romanzo dell’onnivoro, esattamente come i cinghiali, Giordano Meacci scomodo una parola pesantissima: stupendo, magari come gerundio di stupore. Sentite qua, è sempre Durante che in una notte assurda vede apparire il castello delle leggende e dei fantasmi, perché in una provincia-macondo morti e vivi sono vicini come ad accoppiarsi. Ebbene, questo castello "gli sembrò il colpo di tosse che un padre riserva al figlio quando soprappensiero entra in camera, lo trova alle prese con inconfondibili coreografie manuali sottolenzuolo e, con una vaga schiarita, lo riporta convulsamente di qua dall’estasi masturbatoria".
Lo Strega ha premiato La scuola cattolica, questo libro-Real Madrid nato per vincere la Champions. Ma fosse dipeso da me, contro la Corsingano e i cinghiali di Meacci, contro la letteratura che torna autentico gioco – non importa se apprezzato da piccoli numeri ma di certo da uno che se ne intende come l’amico Pino Sabatelli – la presunta opera-mondo di Albinati sarebbe uscita ai preliminari.

 

 

 

 

Giordano Meacci
Il cinghiale che uccise Liberty Valance

Roma, minimun fax, 2016
pp. 452

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