“Quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c'è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato”

Haruki Murakami

Mercoledì, 13 Novembre 2013 01:00

Armonico

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I - Moto armonico forzato
Il giorno in cui ho discusso la tesi, non ti sei neanche degnato di venire, mentre io parlavo davanti a quei baccalà in parrucca, incellofanato nel mio vestito migliore, appeso alla cravatta come un cane alla catena. Mi pareva di vederli da dietro un vetro, i volti appannati, le teste polverose, gli sguardi miopi. L’odore acre del sale.

Parlavo davanti a quei baccalà, e mentre mi muovevo avanti e indietro agitavo la mano destra, cercando al contempo di scrutare con la coda dell’occhio alle mie spalle, mentre le goccioline calde del mio respiro colavano sul vetro. Alle mie spalle, oltre le prime file stipate di ciechi parenti, di madri con gli occhi sudati e padri con la faccia di campagna, segnata dal sole e dalla couperose.
Parlavo, e mentre mi muovevo avanti e indietro, spinto dalle mie parole vuote e dalle loro facce umide, scavalcavo tutti con un salto, e ficcavo le pupille oltre sudore e couperose, solo per cercare te. Ma tu non c’eri.
Ti eri addormentato, a quanto pare. Leggevi un libro, e il tempo era volato via. Il buio era calato su di te come una farfalla notturna, o qualcosa del genere. Sempre così poetico Gustave, così colmo di immagini sublimi, e fantasie. E scuse. E alibi. E pretesti.
Dimmi Gustave, cosa stavi leggendo quel pomeriggio, per dimenticarti di me, per dimenticarti della mia laurea, della laurea del tuo migliore amico? Niente ricette per le pecore, di certo, né per le pulci. Sempre pensieri alti nella mente di Gustave, e immagini sublimi. Niente pecore, né pulci.
Niente pecore né pulci neanche per me, Gustave, da quel giorno in poi, ma confessioni da accogliere, e arringhe da sputare, e sentenze inappellabili da masticare, e digerire. Cose pratiche per me, Gustave, quelle che tu hai evitato per anni, coperto dalla benevolenza di tuo padre, al calduccio della tua cattiva coscienza.
Solo adesso capisco che quel pomeriggio, mentre mi agitavo avanti e indietro, incellofanato e appeso in quell’aula magna, parlando in avanti e guardando all’indietro, cercando te, solo te, la mia visione era stata profetica. Uno squarcio nella vita che mi aspettava. Ero io quello polveroso, ero io quello dietro al vetro, appannato, sfocato, salato. In trappola.
Così è cominciata la mia vita, la mia vita alla rincorsa, fra un’udienza e una serata di poesia. La mia vita randagia, la mia vita senza posa, senza un posto dove andare, senza un divano su cui sonnecchiare, senza niente.
Per anni ho oscillato fra il prosaico e il poetico, fra il professor Alfred e il raggio verde, fra il codice da seguire e quello da superare.
Professor Le Poitteivin, cosa fa oggi, ci illustra le sue tesi per l’imputato? Ha scritto in prosa o in versi? Se preferisce può anche declamare. Siamo anche noi dei letterati, cosa crede?
Alfred l’avvocato, Alfred il poeta. Alfred il poeta, Alfred l’avvocato. A furia di oscillare non sono stato né l’uno né l’altro.
La mia vita fuori posto, la mia vita fuori sincrono, la mia vita sempre in moto, come la zampa mozzata di una rana. Senza pecore, né pulci, per carità. Ma anche senza calore, senza fuoco, senza felicità. A furia di oscillare non sono stato né l’uno né l’altro, a furia di oscillare il percorso è diventato l’essenza.
Il mio moto armonico forzato. Armonico per niente, di certo non per me. Forzato, molto, e da tutti, da te, dalla legge, dal mio matrimonio, poi di nuovo dal mio matrimonio, dalla legge, da te, da tutti. Dalle pecore alle pulci. Dalle pulci alle pecore. Il mio moto armonico forzato. Forzato, sempre, senza che nessuno, né te, né mia moglie, nessuno, facesse mai un gesto per fermarmi.
Perché vedi Gustave, io forse non sono mai stato un bravo poeta, di certo però ero un buon avvocato. Un buon rappresentante di quella legge che ti annoiava tanto, così tanto da non riuscire ad alzare il culo dal divano per venire a vedere la mia laurea.
Perché vedi Gustave, tu hai vegliato sulla mia morte, mi hai tenuto la mano e asciugato la fronte in quei due lunghi giorni di fetore e delirio. Dopo, mi hai ricomposto, e seppellito. Infine hai scritto parole alte su di me, su quella toccante esperienza. La tua orazione funebre.
Ma la verità, Gustave, la verità è che tu mi avevi già seppellito anni prima, non presentandoti quel giorno, davanti a quei parrucconi impolverati, la verità è che mi avevi già seppellito anni prima, non volendo accettare chi ero.
Io, Alfred. Né marito né borghese, né avvocato né poeta, né pecora né pulce.
Solo io, Alfred, forzato dal tuo egoismo a oscillare da una parte all’altra di questa misera esistenza.

II - Moto armonico libero, detto anche armonico naturale
Era armonico, era libero, era naturale, era tutto e tutto insieme il nostro vagare di quei giorni felici.
Io ero felice, Gustave. E tu?
Certo, è facile dirlo adesso, è stupido dirlo adesso, ora che tutto è andato. È che mi manca tutto, tutto di quegli anni, ogni singolo istante, ogni insignificante particolare. Perfino quell’odiosa testa pelata del direttore del collegio, te lo ricordi? Che uomo pieno di sé, quel ridicolo pallone gonfiato del Preside. Rammenti di quando si presentò in aula magna, il primo giorno? Il suo ingresso a passo lento, le mani dietro la schiena, non un saluto, né un cenno a noi, plebaglia. Declamava il primo canto del Purgatorio.
Si fregiava di averla anche tradotta, così diceva. La Divina Commedia. Ma te lo immagini? E quando sbagliò verso? “Confesso e pennuto”. E tu a fare il verso del papero… che ridere! Certo, non sei stato proprio furbo, a pensarci bene… ma che ridere!
Che posto inutile il collegio, con tutte le sue regole, e i suoi divieti, e i suoi “bisogna”. Eppure mi manca tutto, tutto di quel posto. Mi manca il freddo dei piedi nudi sul pavimento nelle notti di gennaio, quando ci alzavamo di nascosto per uscire in giardino a fumare. Mi manca la luce verde delle nostre passeggiate, le volate giallo acceso in bici giù per la collina, le nuotate nel lago immobile. Solo io e te, Gustave.
Ma più di ogni cosa mi manca il nostro silenzio, quel silenzio morbido e caldo. Il silenzio delle nostre nuche poggiate sull’erba, mentre gli occhi vagavano pigri fra i pensieri più disparati, il silenzio delle nostre braccia che si facevano strada sicure sulla sottile pellicola del lago. Solo io e te, Gustave.
Un silenzio nel quale dondolavamo senza fretta fra tutte le possibilità che la vita ci offriva, un silenzio nel quale nuotavamo scoordinati e distratti, un silenzio nel quale eravamo tutto e non eravamo niente. Solo io e te, Gustave.
Un silenzio nel quale oscillavamo felici come un pendolo, le anime abbracciate a fare una sola massa, passando da sogno a realtà, da musica a poesia, attraverso mille vite e mille altre ancora.
Solo l’oscillazione, sempre uguale, senza fine. Il moto ideale e perpetuo di una massa puntiforme in un mondo senza attrito. Solo io e te, Gustave. Insieme.

III Moto armonico smorzato
Poco armonico, finalmente smorzato. Così ho oscillato tutta la vita, fino alla fine, da Gustave a Gustave. Per anni ho oscillato fra il prosaico e il poetico, fra il professor Alfred e il raggio verde, fra il codice da seguire e il codice da superare. Tutta la vita. Fino a quando ho capito che avrei continuato a oscillare senza quiete, in un moto sempre più frenetico, sempre più tragico, sempre più ridicolo. A furia di oscillare non sono stato né l’uno né l’altro, a furia di oscillare il percorso è diventato l’essenza. Quando è nato mio figlio, il giorno in cui è nato mio figlio, ho guardato in faccia mia moglie, ho visto gli occhi con cui lo guardava, l’espressione con cui lo guardava. Ho visto l’espressione con cui si guardavano, quel giorno, e ho capito che avevo perso. Avevo perso di nuovo, avevo perso per l’ultima volta.
Avevo fallito anche in questo. Non sarei mai stato uno di loro, partecipe dei loro sguardi, del loro amore, dei loro silenzi, come ero stato partecipe dei tuoi, Gustave, nella luce affilata e accecante di quei giorni ormai lontani.
Quando è nato mio figlio, il giorno in cui è nato mio figlio, mi sono visto per un attimo dall’esterno, per un attimo ero al di là del vetro appannato, al di là dalle goccioline del mio respiro caldo. Un papero, un grosso papero imbolsito e goffo che girava loro intorno. Ecco cosa ho visto, ecco cosa ero.
Così ho preso una decisione, ho deciso una cosa per una volta nella vita. Il moto sarebbe diventato smorzato, e sarei stato io al timone, l’oscillazione sarebbe stata guidata da me.
Il moto sarebbe diventato smorzato, sempre oscillazioni, è vero, ma più piccole, sempre più piccole, fino alla fine. È l’ultima oscillazione quella che sto aspettando, anche qui, adesso, stasera, con questo bicchiere in mano. L’ultima oscillazione.
L’ultima, prima di andare via. L’ultima, quella che sarà così piccola che ci potremo toccare, così piccola che tutti si potranno toccare, tutto si potrà toccare. Tu e io, Gustave, e tutta la poesia del mondo, e la legge, il raggio verde e le bici giù dalla collina, e mia moglie, e mio figlio. Le pecore e le pulci.
L’ultima oscillazione. Poi andrò via, per una volta, l’ultima volta, immobile, al centro, finalmente in equilibrio.

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