“La mia non è indipendenza: è solitudine”

Pier Paolo Pasolini

Lunedì, 07 Aprile 2014 00:00

Dieci luglio

Scritto da 

Ora che ci penso, questa storia mi piacerebbe raccontarla diversamente. Vorrei riempirla di metafore, caricarla di significati. Vorrei che diventasse simbolo, monito, e anche un po’ invettiva. Ma poi mi rendo conto che non è niente di tutto questo, è solo una piccola cosa. È la storia del mio lavoro, di come sia molto bello, ma anche molto stancante. Seguo cantieri, a volte più di uno, spesso lontano da casa. C’è stato un periodo in particolare in cui ne avevo veramente tanti. Troppi. Non lo so perché li avessero dati tutti a me quei cantieri così lontani, vorrei pensare che è perché ero molto brava, e il merito, e la fiducia nei giovani, e cose così, ma so che non è vero. Credo fosse per caso. Forse ero di moda, forse perché erano delle gran rogne. Perché lo erano veramente, delle gran rogne, di solito di natura umana. Contadini contro impresa, operai contro padrone, sindaci contro contadini impresa operai e padroni. Un lavoro faticoso, e impegnativo, per il quale mi rendevo conto ogni giorno di più che gli studi fatti non erano abbastanza. Non avevo studiato psicologia clinica, tanto per dirne una, e la psicologia in certe occasioni può più di tante altre cose.

Insomma in quel periodo spesso mi mettevo in macchina all’alba, e via in autostrada. Duecento, trecento chilometri, tutta dritta per carità, ma zeppa di traffico, che traffico. Camion-camion-camion, file interminabili di camion. La prima corsia tutta per loro, la seconda per i loro sorpassi, la terza per gli eterni lavori. Perché è strano, tutti a dire della Salerno-Reggio Calabria, ma insomma, sarebbe da rifletterci. Io non temo la Salerno-Reggio Calabria in sé… eccetera.
Sempre sola, spesso stanca, a volte sfinita. E allora caffè a ripetizione, musica alta, finestrini aperti. Fino all’incidente, imprevisto e prevedibile. Dopo aver sperimentato su un modello scala uno a uno gli effetti del combinato disposto velocità-ghiaccio-cretinochevaaduecento, ho cominciato a partire il pomeriggio prima, e a dormire fuori una notte, anche se il traffico, quel maledetto traffico, oramai non dava tregua. Con il sole o con il ghiaccio, con la nebbia o le zanzare, quel tragitto era diventato impossibile da fare.
Ecco, questa è la premessa. Doverosa e onesta premessa, anche se come ho già detto, questa storia mi sarebbe piaciuto raccontarla diversamente. La colpa è del mio amico C., che l’altro giorno ha preso il treno. Aveva il biglietto, il mio amico C., aveva anche prenotato, ci mancherebbe. Non è tipo, lui, da salire sul treno senza biglietto. Certo, il biglietto era prenotato per il giorno prima, ma questo non stupisce chi conosce il mio amico C. Uno che è stato capace, giusto per fare un esempio, di perdere tre aerei a ripetizione, nell’arco di due giorni neanche, con una pantomima casa-aeroporto-preghieraalcheckin-e-ritorno stupefacente.
Ma il bigliettaio del Frecciarossa Bologna-Roma non conosceva il mio amico C., e a seguito di controllo di codice, aveva decretato: la prenotazione era per il giorno prima, il biglietto andava rifatto. E non solo, si aggiungeva anche la multa, ben cinquanta euro. “Ma poi alla fine non me l’ha fatta pagare”, ha concluso il suo racconto il mio amico C., sorridendo. “E come hai fatto?”, ho chiesto io, veramente curiosa. “Gli ho detto che tifavo Napoli”, ha replicato lui, secco. “E quindi?”, ho insistito, un po’ infastidita. “E quindi, e quindi…”, ha allargato le braccia lui, “…aveva una sciarpa azzurra al collo: era tifoso anche lui”.
Così nasce il mio desiderio di tramutare questo piccolo racconto in una favola, un monito contro me stessa, un’invettiva contro chi, come me, vive lontana dal pianeta calcio. Ecco, vorrei dire che la mia storia nasce da questo aneddoto di fratellanza sui binari, ma non è così. Il mio amico C. ha preso il treno sbagliato alla vigilia di Natale di questo duemilatredici oramai alla fine, e i fatti della mia piccola storia su e giù per l’autostrada senza sole risalgono a molti anni prima: estate del duemilasei.
Fu già in primavera, a dire in vero, che, stremata di tanto traffico, mi procurai il calendario delle partite, appena uscito. Attaccato alla parete, seduta alla scrivania guardai le prime date, quelle certe, e presi la mia decisione: quell’estate avrei viaggiato solo a incontri prefissati. La prima volta fu bellissimo. Non partii tardi, anzi, anche un quarto d’ora buono prima del fischio d’inizio, giusto il tempo di permettere ai miei amici camionisti di attaccare il naso allo schermo. Era una sera limpida e calda, e passai le mie prime due ore di pace, nella mia corsia dritta e soffice, con la musica alla radio e una solitudine avvolgente. Solo qualche camion, pedine bianche e lontane su una scacchiera finalmente vuota, che superavo, sorridendo all’autista, amichevole.
Presa dall’euforia di quella prima volta, cominciai a organizzarmi meglio: le pomeridiane erano perfette per i rientri, le serali per le visite di mattina presto, con partenza la notte prima. Unico accorgimento: mai fermarsi all’autogrill, per nessun motivo. Mucchi di camion accasciati sulle aiuole, come pachidermi stremati, le ruote penzoloni, e al bancone nessuno disposto a farti un caffè. Assiepati davanti agli schermi giganti, alberi di una foresta di caviglie gonfie, ciabatte e varici, che respiravano piano e poi di colpo imprecavano, sollevando le braccia, come presi da un colpo di vento improvviso. Senza chiedere niente, niente altro se non stare là, davanti a quello schermo, facevano un’insolita piazza in quel luogo non luogo. Una piazza carica di tensione, certo, ma anche di compagnia, dove per due ore i camogli si sentivano meno tristi, gli icari con lo sguardo più alto, e le rustichelle si vestivano a festa. Un pane e cioccolata globalizzato, straniante e affascinante. Ma no, non per me, non in quel momento. Il rischio di perdere minuti preziosi, fra un fallo laterale e una rimessa dal fondo, minuti utili a guadagnare terreno, vantaggio sui maledetti pachidermi, mi teneva fissa sul mio obiettivo. Senza pace né tregua, proseguivo, senza fermarmi.
Devo dire la verità: alla terza partita ci avevo preso gusto. Non è che avessi cominciato a leggere le cronache sportive, o a interessarmi del fatto in sé: orecchiavo giusto qualcosa. La squadra arrancava, ogni vittoria un piccolo miracolo, la capacità tutta italiana di resistere, l’estro, la fantasia, il Pupone, Ringhio e il po po po. Solite cose, insomma. Uno stralcio di telecronaca in radio, e la voce del cronista, con quel suo tono mesto e lamentoso, quel suo arrancare stizzito e querulo, mi aveva convinto poi che la mia sarebbe stata una felicità breve. Nulla poteva far presagire, almeno al mio sguardo, quello che sarebbe successo dopo.
Fu quindi con largo anticipo, e senza premeditazione, sono pronta a giurarlo, che fissai la data e l’ora per il collaudo statico del ponte, e scrissi la nota di convocazione “la S.V. è convocata per le operazioni di collaudo... omissis... che avranno inizio in data 10 luglio 2006, alle ore 8.00 sul luogo dei lavori”. Luogo dei lavori: aperta campagna del basso Piemonte. Convocati: Impresa esecutrice con operai e mezzi, collaudatore, assistenti di cantiere, tecnici del laboratorio di prove, sindaco, vicesindaco e assessore. In tutto una quindicina di persone, insomma. Tutti uomini, ovviamente. Tutti, tranne me.
La sera del 9 luglio 2006 mi metto in macchina. Un po’ in ritardo rispetto alla mia abituale tabella di marcia: la gatta Minù ha pensato bene di vomitare nel balcone della vicina, e per quanto io approvi la portata simbolica del suo gesto, mi tocca pulire subito, perdendo così minuti che, me lo sento, rimpiangerò. Quando il biip mi avverte del mio ingresso in autostrada, mi rendo conto fino in fondo dell’atmosfera spettrale. Anche la musica sembra di troppo, per questo spengo la radio, e faccio tutto il tragitto in silenzio, in uno scenario post apocalittico, fino al casello d’uscita, e poi all’albergo, giusto un centinaio di metri più in là. Parcheggio, e non posso non notarmi, unica macchina nell’immenso spiazzo. Unica ospite dell’albergo. Entro, e alla reception non mi accoglie nessuno, per qualche minuto. Solo una testa, alla fine, spunta da una porta a vetri in fondo. La segue un corpo di ragazzo, svogliato e concitato al tempo stesso. Così, giusto per spirito di partita, gli chiedo “Com’è finita, allora?” “Siamo ai rigori”, replica lui, ma non scortese, come si potrebbe pensare, no. Impassibile, mentre mi porge la chiave della stanza. “Ma sei solo?” proseguo io comprensiva “Non poteva venire a farti compagnia qualche tuo amico?” “Secondo piano” risponde lui, già di spalle, indicandomi la scala. “Preferiscono restare in paese. Insieme.” Poi senza dire altro, rassegnato ad avere a che fare con l’unica stronza in circolazione quella sera, si allontana verso i suoi rigori, e mi lascia là, alle dieci e mezza passate, morta di fame. Prima senza un autogrill, senza un caffè né un muffin ai mirtilli, ora anche senza cena. Mi basterebbe un panino, una cosa semplice, prosciutto cotto e fontina, vorrei dire, ma non oso. Mi dirigo in camera, invece, salendo da una scala immacolata, attraverso un corridoio deserto. Sul letto, in pigiama, succhio un pacchetto di polvere di cracker scovato in fondo allo zaino, e mi metto a dormire, cullata dai clacson in lontananza.
La mattina dopo arrivo in cantiere in perfetto orario, e loro sono già tutti là, schierati davanti al cartello dei lavori. Il primo che mi si fa incontro è il collaudatore, con i suoi jeans con le pences fuori dal tempo e dallo spazio. Mi tende la mano, fredda, senza energia, mentre mi fa un mezzo saluto. È pallido come un cencio. L’ultima volta a pranzo l’ho visto bere molto: è di buona compagnia, ieri sera deve avere proprio esagerato. Come l’assessore, del resto, che di solito la mattina parte con un corretto alla grappa, e stamane se ne deve essere fatti almeno due, almeno a giudicare dalla pacca sulla spalla che mi assesta: lui l’energia non la perde mai. Gli assistenti di cantiere si danno un tono: tengono i flessimetri bene in vista, sembrano dei portabandiere, ma a osservarli per un attimo in più non è chiaro chi sia a sorreggere cosa. Gli autisti invece si sono defilati, eleganti: stanno appoggiati alla portiera dei loro mezzi già carichi di massi, con la bolla della pesatura in mano, e la cicca in bocca, pronti per le prove di carico. Gli occhi pesti e lo sguardo liquido, sperano che tutto questo abbia fine in tempi brevi. Saluto tutti, sorrido a tutti. Penso anche di dire qualcosa, spiegare a tutti quanto ho viaggiato bene in quest’ultimo mese, confidarmi, raccontare della solitudine, dei pericoli del viaggiare così tanto, dell’incidente di neanche sei mesi prima. Della fatica e la solitudine di avere a che fare con loro, così diversi e così litigiosi, di avere a che fare con questo cantiere, così carico di rogne e così lontano. Ma non è il caso, e poi è tardi, è ora di cominciare. Anzi, ora che ci penso, oggi mi sento proprio in forma. Ho riposato bene, e ho voglia di fare le cose per bene. Di metterci il tempo giusto, voglio dire, con calma, senza correre come sempre.
Così sorrido ancora, ma non per finta, no. Mi sento felice, sorrido da dentro, mentre una specie di gorgoglio frizzante mi sale su per lo stomaco. Ma non è il caso, e allora fingo, mentre osservo le loro facce sbattute, il loro desiderio di parlare solo di rigori, primi tempi, fuori gioco. Simulo contrizione, e contrasto con grisaglia istituzionale, con schemi di carico, orari, tempi, misure. Contrasto il loro desiderio di finire il prima possibile, per poter prolungare la sensazione con telecronache e interviste e sorrisi condivisi. Contrasto l’insolita allegria che invece mi tiene compagnia, per quella giornata che sarà lunga, molto lunga, e molto impegnativa anche, per tutti.
Ecco, ora che ci penso, se è vero che questa storia non nasce da una fratellanza sui binari, il desiderio di raccontarla ha sicuramente viaggiato sull’asse Frecciarossa-ForzaNapoli.

Ultimi da Veronica Galletta

Lascia un commento

Sostieni


Facebook