“Uno scrittore dovrebbe vivere in provincia: non solo perché qui è più facile lavorare, perché c'è più calma e più tempo, ma anche perché la provincia è un campo di osservazione di prim'ordine. I fenomeni, sociali, umani e di costume, che altrove sono dispersi, lontani, spesso alterati, indecifrabili, qui li hai sottomano, compatti, vicini, esatti, reali”.

Luciano Bianciardi

Domenica, 30 Aprile 2017 00:00

Via dalla strada maestra

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No, la vena esausta della tradizione non fa per me. Della tradizionale narratologia e relativi contenuti, intendevo dire. Quel tanto di caotico anarchismo (mi si perdoni la ridondanza, ma talvolta ci vuole) − facendo salva l’essenza mimetica delle storie – mi sarebbe bastato per non farmi catturare da un percorso di piatto realismo tipo facciamoci un aperitivo al bar e intanto vediamo come sta venendo il lavoro.
Tra gli anni Cinquanta e Sessanta, l’allora corrente letteraria americana stava lasciando il passo alla ricerca di diversi piani di lettura. E io seguivo con interesse il graduale avvento del nuovo.
C’era poi la mia l’età. Vent’anni. Dovevo cercarmi prima di tutto la strada da percorrere, un lavoro. Perché l’idea di mettermi a scrivere, che mi era venuta quand’ero ancora più giovane, di fatto la coltivavo come un sogno, volutamente ignorando le difficoltà da superare. Sono fatto così. Sebbene non integralista nelle mie convinzioni. In generale.

Di famiglia che allora si usava definire proletaria, studi pochi e presso un modesto istituto tecnico, privo di un credibile indirizzo professionale. Che fare, allora? Leggendo molto per conto mio, la scuola non c’entrava, ho gradualmente preso coscienza del mio interesse per la lingua inglese. E tra le espressioni che più mi prendevano c’era “self confidence”; quel principio di vita l’ho assorbito al punto di essermi sempre stato utile nel realizzare i miei obiettivi di lavoro. I miei successi, se vogliamo. Altra cosa è stato l’impegno verso il tentativo di darmi − una volta conclusa la carriera lavorativa − alla scrittura creativa. Dove non bastava l’autostima. Una volontà di provarci tuttavia mai rimossa come auspicabile punto d’arrivo della scrittura fortemente voluto per tentare di indagare e raccontare proteiformi situazioni esistenziali. Del resto, anche sul lavoro, non mi è mai mancato quel quid di creatività nello scrivere, sebbene si trattasse altra materia.
Adesso sono alla prese con una raccolta di racconti. Forma breve. Poi li pubblicherò a mie spese. Dove lo trovi un editore disposto a investire su un esordiente ultrasettantenne? Basta conoscere un po’ l’aria che tira in quell’ambiente, per non farsi illusioni. Il do ut des è uno scherzo, al confronto. Cercherò un buon webmagazine. E lo troverò, ne sono sicuro.
Più di trent’anni di carriera culminata come direttore commerciale di un’azienda multinazionale hanno assorbito – e anche caricato di entusiasmo – la mia esistenza fin qui. Ma la volontà di mettermi a scrivere fiction non mi ha ancora abbandonato. Quel sentirmi prima o poi avvolto nell’atmosfera della scrittura, dove ritrovare me stesso, le mie storie immaginate e mentalmente filtrate nel tempo, la partecipazione razionale ed emotiva, sono tuttora la mia ossessione (esagero, forse?) di decifrare con la parola aspetti che costituiscono l’essenza stessa della vita. Un tentativo, naturalmente.
Ma perché rinunciarvi?
Dicevo dell’età. Mettendo da parte ogni velleitario paragone, che sarebbe peraltro irriverente, ma restando nei miei limiti, perché non citare Grandi Vecchi come, a esempio, Thomas Pynchon, Don DeLillo, Philip Roth, Cormac McCarthy... e, perché no, Harold Bloom − quest’ultimo massimo critico anglosassone − tutti nomi che, chi più chi meno a cinquant’anni dal loro esordio, ci hanno offerto la freschezza delle loro storie e saggi letterari con lucida voce?

– Non andiamo oltre, Richy, lo sai che non ce lo possiamo permettere. E poi, sai, in ufficio se ne sentirebbero...
Siamo fermi in auto in un angolo lontano dagli occhi della gente di una periferia che ormai ben conosciamo per certi nostri intimi incontri. Improvvisati, per lo più. Non è facile né per me, né per lei, Milena, tenere sotto controllo i reciproci impulsi. Alle mie mani che lentamente le si insinuano tra le gambe lei non sa opporre resistenza. E io non so fermarmi. L’isteria giovanile: io vent’anni, lei diciotto.
Milena è la segretaria del nostro dirigente di reparto. Nessun progetto tra noi. Lei sa della mia vocazione letteraria – chiamiamola così − e di tanto in tanto mi provoca sul tipo di romanzo o racconti che mi piacerebbe scrivere. Ma le è ormai chiaro che l’aspirazione alla carriera aziendale non è compatibile con un serio impegno nell’attività letteraria. E anche sui nostri personali contatti c’è un percepibile punto interrogativo. Per non parlare di quel suo rapporto dai contorni sfuggenti con il direttore di reparto. Lei punta molto in alto, per intenderci.
Appena assunto, Il direttore generale mi ha apprezzato per il mio modo di esprimere progetti e ambizioni. Facendomi capire in più occasioni che se mi impegnavo, la strada per me era lastricata a dovere.
Oggi parto per Waterloo, dove la nostra multinazionale terrà l’annuale seminario per mettere a punto le linee di sviluppo aziendali. Per me è la prima volta. Saremo un buon numero, provenienti da vari Paesi. Io il più giovane. Da quanto mi dicono colleghi con maggiore anzianità aziendale l’ambiente cosmopolita dei funzionari e dirigenti che saranno presenti mi si preannuncia quanto mai eccitante. Anche Milena è stata invitata. Servono segretarie in quelle occasioni.

Nello scrivere un breve racconto per il webmagazine dove pubblico mi torna alla mente quel giorno di tanti anni fa.
– Sono incinta – parla Milena, guardandomi negli occhi oltre la scrivania che ci separa. Chiaro che sta aspettando una mia reazione.
– Sei...
– Dài Ricky...
È passato un mese da Waterloo.
Il primario dell’ospedale dove ci siamo recati il giorno dopo ci ha subito creato un serio problema dicendosi contrario, come obiettore di coscienza, all’aborto. A nulla sono valse le nostre obiezioni, la protesta per quella che ritenevamo essere una violenza di genere. Ed era anche un periodo in cui nel nostro Paese la questione veniva aspramente dibattuta. La richiesta di molti per una legge che regolasse la questione si stava impantanando negli ambienti politici. Ma noi non avevamo tempo da perdere. C’era il rischio che di lì a poco i genitori di Milena, ignari della situazione, in un modo o nell’altro se ne accorgessero. Neppure io ne avevo parlato ai miei.
Lei, Milena, stentava a tenersi sotto controllo. Le capitava di scoppiare a piangere anche in ufficio. E quel giorno che il direttore di reparto ha ambiguamente dato segni di forte disagio per qualcosa che sosteneva di non capire nell’atteggiamento della segretaria, quasi a sospettare un ché di sfuggente, ha chiesto a Milena di raggiungerla nel suo ufficio, dove sono rimasti per più di mezz’ora.
La lettera di licenziamento Milena l’ha ricevuta in capo a una settimana, dopo che, grazie a una conoscenza di un mio amico, una mammana che operava in zona le ha praticato clandestinamente l’aborto. In meno di un mese si è diffusa in azienda la notizia che il direttore di reparto sarebbe stato presto trasferito all’estero. Nessun commento nei vari uffici aziendali. Incontrandomi per caso sull’ascensore, il direttore generale appoggiandomi una mano sulla spalla mi ha sorriso con palese simpatia.

Il racconto sul quale sono impegnato procede in scioltezza. Alla protagonista ho dato il nome di Milena. Nulla a che vedere con la mia storia personale di tanti anni fa.
La mia linea narrativa non vuole essere orizzontale. Scatti e spostamenti di prospettive mi aiutano a rendere più efficaci le necessarie metafore.
Il linguaggio. Sin dalle prime volte che l’ho letto sono rimasto affascinato dalla profondità e al tempo stesso semplicità (non è un paradosso) della concezione di Wittengstein secondo il quale il linguaggio deve tenersi a debita distanza da forme di solipsismo, essendo il suo compito quello di esprimere fatti intesi come rapporti tra individui. La capacità di rappresentare gente comune e la vita quotidiana, rifuggendo da esercizi di fantasia allo stato puro che nasconde il vuoto e, in non pochi casi, l’eccentricità di chi scrive e dei suoi lettori. Con rare eccezioni di valore estetico.
Sullo sfondo di una società, non solo nostra ma occidentale, racconto di personaggi che si muovono alle prese con situazioni problematiche dove l’elemento umano stenta a esprimere cosa in realtà è e rappresenta.
Scrivendo di questa protagonista, Milena, di tanto in tanto mi si presentano idealmente davanti agli occhi momenti e situazioni della vicenda da me vissuta a suo tempo. Roberta, mia moglie, non ne sa nulla. Non gliene ho mai parlato. Del resto, ai tempi di Milena non ci conoscevamo ancora. Devo però dire che talvolta, parlando del nostro passato, mio e di Roberta, mi sentirei di pararle di quella mia esperienza abbastanza traumatica che ha lasciato un segno nei miei sentimenti. Ma poi vi rinuncio. Potrei in qualche maniera turbarla.
Mi telefona Lucio. Siamo amici da una vita, coetanei. Fa il giornalista, e di letteratura se ne intende.
– Che fai, sei sempre alle prese coi tuoi racconti per il webmagazine?
– Sì, e mi trovo bene.
– Ma di pubblicare prima o poi un libro non se ne parla? Perché non ci provi?
– ...
– Beh, ti capisco. Però ci sono un sacco di concorsi letterari in Italia. Non voglio parlare di quelli diciamo così di maggior fama, lì i giochi tra gli editori sappiamo come funzionano. Quei concorsi indetti da enti minori danno invece maggiori garanzie. Poi magari non ne parla la grande stampa, ma almeno se hai scritto qualcosa di buono hai la soddisfazione di vedertelo premiato e pubblicato.
– ...
– Che è? Non ti vanno bene neppure quelli?
– Hmm. Un paio di esperienze le ho fatte. Ma non ti dico.
– Parlamene. Magari posso darti qualche consiglio.
– Ti dirò del caso che più mi ha deluso. Dalle parti dove ho la casa in montagna per le vacanze invernali c’è un paese abbastanza conosciuto che ogni anno indice un concorso letterario a tema. A me l’idea di un argomento prestabilito non piace per niente. Ma è successo che una volta ci ho provato. Tieni conto che in quel paese molti anni fa sono nati due fratelli che crescendo si sono messi in testa di diventare editori. E ci sono riusciti con successo, fino a trasferire la loro libreria nel Centro di Milano. In una posizione strategica. Gente di montagna, ma ottimi osservatori.
– Ah ho capito. Dimmi.
– Il concorso era indetto dal Circolo Culturale del paese intestato ai due fratelli. Un tocco di prestigio, insomma. E per quella ragione mi sono impegnato al meglio, credo, delle mie capacità. Tieni conto che in paese sono conosciuto da anni... per cui una certa dose di narcisismo...
– E cos’è successo?
– Che il concorso l’ha vinto una giovane del paese. E fin qui niente di strano. Ma ciò che mi ha sorpreso è che quella ragazza era la segretaria del Circolo Culturale. Il suo libro l’ho letto: una sequela di ingenuità che con l’arte letteraria non hanno nulla a che fare. Mi segui?
– Già, la solita menata. Se hai amici o interessi in comune le cose vanno così.
– Quel tanto di amarezza l’ho provata. Ma devo dirti che non è bastata per farmi rinunciare per sempre alla scrittura.
– E che fai adesso?
– Quello che avrei dovuto fare da tempo. Che è poi l’insistente suggerimento, incoraggiamento direi, dei miei figli. Mi metto a scrivere un romanzo. Non abbandono la mia aspirazione di una storia sviluppata su basi di realismo ma non quello, abusato, con la R maiuscola – per dirla con David Foster Wallace – e cerco di veicolarlo in modo innovativo. Potrei farcela.
– E per la stampa e la vendita, come farai?
–Tanti sono i siti su Internet che pubblicano a prezzi modici e mettono i libri in Rete per la vendita. Ci si potrà fidare di qualcuno, no?
L’appuntamento con Lucio è tra un mese. Sarà lui, che frequenta assiduamente il Web culturale, a suggerirmi il sito che fa per me. In ogni caso, l’orizzonte per quanto mi riguarda è sempre sereno. E l’arte del narrare mi aiuta a dare un senso più pieno ai miei giorni.

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