"È vero che non bisogna confondere la critica con la maldicenza o il gioco al massacro; ma altrettanto vero e forse ancor più dannoso è confonderla con la complicità e la propaganda"

Giovanni Raboni

Martedì, 10 Dicembre 2013 01:00

Tenerezza

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Sono morta.
Agito le gambe ritmicamente: sono un corridore prima dei cento metri. Le braccia invece le lascio pendere lungo il corpo, le mani fredde, sempre di più, con il gelo che parte dalla punta delle dita a salire su, sempre più su, fino ad arrivare ai polsi, e oltre ancora.
Chiamano il mio nome, scuoto il capo lieve: sono un cavallo da corsa dietro al cancelletto. Con gli occhi fissi, scendo dalla gradinata sorridendo, il passo elegante sulla moquette blu scuro. Attendo pacifica l’effetto sorpresa: come previsto non tarda ad arrivare.

Scendo e sorrido, sorrido e scendo: sono la reginetta della festa. Infilata in una camicia bianca ornata di piccole ruches, aderente e senza maniche, le braccia scoperte, non sarà mica troppo? I pantaloni palazzo di seta blu che ondeggiano lenti ad ogni passo, scoprendo per un attimo le ballerine. Blu, con un mezzo tacco: il giusto, per capirci. Solo dalla fronte in su sono ancora in me, anche se per poco, ci mancherebbe. Da morta, si sa, anche i riccioli più crespi perdono energia. Diventano boccoli morbidi al tatto, setosi e ordinati.
La commissione guarda nella mia direzione, compreso il preside, che ha appena pronunciato il mio nome, e resta là, in attesa, con le labbra a culo di gallina. Non mi vede, del resto sono morta. Sono oramai a metà scalinata, quando accenno un movimento lezioso con la mano: arrivo, arrivo, un attimo!, senza smettere di sorridere. Il preside strizza gli occhi un istante, li riapre, e finalmente la bocca si rilassa in un sospiro soddisfatto. È proprio un vero peccato che io sia morta.
Ci abbiamo messo un pomeriggio intero per scegliere l’abbigliamento adatto. Eravamo in tre: l’amica, quella giusta, mia madre, e poi c’ero anche io, naturalmente. Da quando sono morta ci si mette un po’ a vedermi. L’amica gira sicura per il negozio, stacca via con un colpo secco capi vari dagli appendini, come immagini da una pala dorata. Dice cose come ‘completopantalone’ e ‘giaccaegonna’. Io sto in mutande nel camerino, davanti allo specchio, e mi osservo la pancia bianca, che esce dal bordo slabbrato di una mutanda figlia di troppe lavatrici. Tiro un po’ l’elastico: pende da un lato come il cucù di un orologio stanco. Sono grigie, grigio topo, grigio promiscuità di un bucato distratto. Mia madre fa la guardia davanti alla tenda, e cerca di mediare. È a disagio, si vede. È morta anche lei, tanti anni prima. È morta per un incidente. Autostrada della famiglia felice, chilometro quaranta. Camminava nella sua corsia, sia chiaro, rispettando limiti e regole. Pensava bastasse questo. È morta schiacciata, tamponamento a catena. È rimasta incastrata fra prepara la pasta fatta in casa per il pranzo della domenica e accompagna i tuoi figli prima a danza e poi a pianoforte. Quando ha capito che quell’autostrada non faceva per lei, tutto troppo dritto e veloce, quando lo ha capito era oramai troppo tardi. Non c’erano corsie d’emergenza, in quell’autostrada. L’impatto è stato inevitabile. Polemiche, qualche articolo sul giornale, la sicurezza, garantire i cittadini, cose così. Poi più nulla, o quasi. Le solite cose all’italiana, e amen. Ma per oggi si è rimessa in tiro. Si è vestita e truccata. È la madre della sposa, tocca anche a lei, eccheccazzo.
Laura!, protesta adesso. Andiamo! Non se la mette la ‘giaccaegonna’, rassegnati. Ma Laura, l’amica, non è morta invece, e chillammazza, a quella. Resiste a tutti i colpi, imperterrita. Applica mese dopo mese, anno dopo anno, tutti i passaggi del protocollo, scrupolosa, e esce sempre con la piega. Ha fede, l’amica, mica come noi. Per ogni domanda c’è una risposta, per ogni problema una soluzione, per ogni dubbio una certezza. Non cede, l’amica. Segue il manuale, e basta. Consulta l’indice e va alla pagina giusta, è semplice. Lo consulta con moderazione, è chiaro. A sfogliarli troppo anche i migliori manuali si consumano, l’inchiostro si scolora, la carta mostra la sua trama.
Tiro l’elastico, torna indietro e si infrange. L’onda si propaga lungo una pancia non troppo tonica, su, fino all’ombelico. La osservo interessata. Sono uno scienziato, io. O meglio, lo ero. Prima di esser morta, è chiaro. Cosa non va nella ‘giaccaegonna’, prosegue imperterrita l’amica Laura, la voce che sale tremando un poco. Quelli con il manuale sono così. Un piccolo intoppo e si agitano subito. Perdono la pagina, non leggono bene l’indice. Se la mettono tutti la ‘giaccaegonna’, se la può mettere anche lei, replica. Niente, non molla.
Manco morta, penso io contandomi le smagliature. Corrono parallele, con delle piccole increspature. Assomigliano tanto alle onde in laboratorio. Sembrano uguali, ma non lo sono per niente. Dietro una facciata di rispettabile anonimato, nascondono delle imprecisioni, delle increspature. Sono vive, loro, e io morta, è vero: e allora eccomi! mentre scendo le scale dell’Aula Magna magnissima della Facoltà facoltissima. Vedi di non presentarti con quella maglietta con sopra quello là, mi diceva il professore della tesi, mentre io mi affannavo avanti e indietro per il laboratorio. Ripetibile, classificabile, inquadrabile. Ecco le caratteristiche dell’esperimento perfetto, recitava il professore, mettendosi meccanicamente a posto gli occhiali sul naso, con un clic. Il maglione di cotone a righe sui jeans con le pence, stirati con la riga davanti. I mocassini in cuoio chiaro. I calzini? Non li vedo, ma non ne ho bisogno. Filo di scozia blu, ne sono certa. Ripetibile, classificabile, inquadrabile.
E pensavo, in quelle giornate fredde e umide trascorse da sola all’inseguimento dell’esperimento perfetto, pensavo alla parola scienza, e su come in fondo facesse rima con scemenza. E pensavo che quello là, quello sulla maglietta, con tutte le rivoluzioni che aveva fatto, mi avrebbe aiutato ben più di lui, il professore con le mani da educanda. Giornate intere a pulire le pareti di una vasca, a limare sbaffature di silicone, a monitorare la superficie dell’acqua per eliminare ogni ogni tutto ogni ogni disturbo. Interferenza, variabile esterna. Una metafora, una gigantesca metafora, lo potevo capire, lo avrei potuto capire, in fondo ero ancora viva, allora.
Vedi di non presentarti con quella maglietta con sopra quello là, mi diceva il professore della tesi. Quello là di certo sapeva far ripartire il motore del battitore, quando si incantava, con quella motocicletta che si ritrovava. Questo pensavo io, fra me e me, in quei mesi là da sola, a pulire silicone: ma poi sono morta.
L’esposizione fila liscia. Le diapositive scorrono, io parlo, gesticolo, mi spiego. Tutti fuori, buio. Poi di nuovo luce, tutti dentro. Proclamazione. Centodieci su centodieci. Lode. Segnalazione per il premio come migliore tesi dell’anno. Uau. Ma chi è questa qui che gioisce, se io sono morta?
Prima di uscire di casa l’amica Laura mi ha lavato i gomiti, strofinandoli per bene con una spugna ruvida. Io già vestita davanti al lavandino, attenta alle gocce sulla camicia, per carità, mentre lei mi gira e mi rigira come un cucciolo riottoso. Sorrido mentre stringo mani anziane e sicure. Sbucano da palandrane nere, mostrano unghie spesse e gialle. Gli amici provano a intonare l’Internazionale, risatine, occhiolini, gomitate. Siamo alternativi, noi. Con i gomiti strofinati, ci mancherebbe. L’amica Laura mi piazza un mazzo di fiori in mano, del resto non è un matrimonio questo? O sono crisantemi, perché lei già sa? Che l’abbia letto sul manuale? Mi muovo fra loro con un solo pensiero. Rivoglio le mie braghe sporche e la maglietta con sopra quello.
Arrivo a casa, mi libero della camicia bianca e dei pantaloni di seta blu, insieme al mezzo tacco quello giusto, è evidente. Sono rimasti dimenticati in un armadio per qualche anno, poi buttati, forse, chissà. La maglietta con sopra quello là, il rivoluzionario argentino pieno di tenerezza, invece l’ho messa ancora. Per qualche tempo, non troppo in fondo. Oramai non c’era più niente da fare: purtroppo sono morta lo stesso.

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