“In coscienza, Kàtja, non lo so”.

Anton Pavlovič Čechov

Venerdì, 13 Settembre 2013 02:00

"Cammarota è un fulmine a ciel sereno"

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“Cammarota è un fulmine a ciel sereno”

(tentativo maldestro e malriuscito di scrittura wallaciana, anzi wallacianissima, sulla base di una mediocre epifania avuta a Belgrado e di un almeno altrettanto mediocre tentativo di resa su carta avvenuto a Napoli non molti giorni dopo)

 

“Cammarota è un fulmine a ciel sereno”. Questa era stata più o meno la verità che era venuta a galla mentre mi trovavo in quella rara e privilegiata pianura che si distende tra veglia e sonno e che a volte sembra una sorta di mucosa appiccicaticcia attraversata da reazioni psico-chimiche e prolassi entero-esistenziali. Quando poi, come un picco scosceso a forma di trivella rotante, “Cammarota è un fulmine a ciel sereno” si era elevata attorcigliandosi sulla pianura di prolassica indeterminatezza del pensiero semi-conscio – attimo indecifrabile e dalla durata incalcolabile e di cui per serietà teoretica è meglio tacere –, la stessa forma plastica della verità aveva assunto (con una strana e inattaccabile determinazione) l’aspetto dell’autorevolezza più imponente di tutte, proprio perché, come una sorta di attivatore enzimatico, facilitava la produzione di secrezioni letterarie che rendono qualsiasi cosa, in quanto pensata in maniera sottilmente luminosa e sotto forma di intuizione indomabile, degna di essere rappresentata nel bel mondo della letteratura.

In quel momento, a Belgrado (ma questa è un’altra storia, cioè il fatto che mi trovassi a Belgrado, storia che ovviamente preferirei non raccontare per lasciare quel po’ di vago e indefinito mistero nella narrazione – che diavolo ci faceva l’autore a Belgrado? –, ma che, per onestà intellettuale, è meglio che sappiate che mi trovavo lì per un semplice viaggio estivo, metodo passatista in realtà ma che vorrebbe pensarsi come un metodo nomadico e post-moderno di conoscere il mondo nel qui e ora della vecchia Europa del terzo millennio, dove sopravvive sbilenca e ritorta l’idea che viaggiare è conoscere veramente il mondo, le grand tour della giovane aristocrazia europea nella sua forma post-borghese, quand’invece è un accumulo disomogeneo, disordinato e disinibito di mezze-esperienze utilizzate per riempire di letteraria bellezza la nostra infinita solitudine quando nelle serate invernali si esce fuori da un’indecollabile discussione con il “quella volta a Belgrado ho capito che…” oppure “questa cosa l’ho vista quando mi trovavo a…”), – e ora so che questa lunga parentesi ha distratto il lettore dal flusso della narrazione per cui può essere utile ricominciare: in quel momento, a Belgrado, anzi in quel letto di Belgrado fatto di ingannevole ferro battuto e veraci materassi sottili e torcischiena, avevo avuto una sorta di epifania, si era manifestato il senso profondo del fare letteratura in una semplice condensa di sette parole che lì in estatica auto-contemplazione tra il pavimento belgradese, il soffitto belgradese e me posizionato nel bel mezzo di un ambiente belgradese erano divenute la luce umidiccia e patinata (ricordo il gran caldo afoso) di una qualche verità. Leggevo Bolaño in quel periodo, soprattutto le chiamate telefoniche che hanno quel sapore dolceamaro della letteratura giovane e in perenne erezione. Leggevo Bolaño e la bellezza e la radicalità di sentirsi scrittore, e lo facevo trovandomi in un interno belgradese. In poche parole: cosa potevo chiedere di più per sentirmi scrittore? Eppure Bolaño in quel momento non esisteva mentre una sorta di benessere post-orgasmico si era impossessato di me, qualcosa come il post-eiaculazione quando ci si libera con estrema soddisfazione di ciò che si è violentemente trattenuto (e a volte – inutile ripeterlo – è necessario trattenere violentemente per permettere che si compia l’egoismo di entrambi, cosa spesso veramente dura e che rende il tutto più arduo e complesso a capirsi). In poche parole si era distesa l’inaspettata semplicità bianchiccia e densa della tensione accumulata in quell’attimo imprecisato, l’attimo di creazione della verità che ho definito metaforicamente post-eiaculazione. Tale definizione – sulla quale mi sto attardando – non è a caso, l’ho scelta per un motivo specifico, vale a dire il fatto che tutto è “post” nel nostro tempo, lo scrittore è post-moderno, il sistema di produzione è post-industriale, la creazione evidentemente è post-eiaculazione. È un po’ come se ci trovassimo sempre in ritardo, arrivassimo nell’ora dell’ombra più lunga e inventassimo una nuova luce da intendersi (va da sé) come una “post-luce”. Post-orgsmico, post-eiaculazione, “queste sì che sono parole!”, direbbe un mio caro amico, raffinato esperto dell’eiaculazione auto-indotta ed etero-diretta e che fa del sesso la sua forma d’espressione (d’espressione non di felicità, ovviamente) fino a identificarlo con il suo Dasein, anzi forse lui la leggerebbe addirittura al rovescio, il post-eiaculazione come l’unico e vero e sacrosanto momento di creazione e non soltanto un’immaginifica e un po’ inflazionata similitudine contemporanea. Ma in realtà ogni eiaculazione metaforica o reale che sia porta spesso con sé un po’ di amaro in bocca (so che è un’immagine sordidamente ridicola – se ho avvicinato la parola eiaculazione alla vecchia espressione in uso nella nostra lingua “amaro in bocca”, era proprio per mantenere in maniera ironica ma chiaramente maldestra la sensorialità dell’immagine), e abbiamo deciso di soffermarci su questa similitudine, tra l’altro piuttosto scontata ma che in un racconto post-moderno potrebbe anche starci bene se lavorata a fondo, se giocata tra i flussi di pensiero che come sangue irrazionale irrorano le cavità del cazzo-intelletto facendolo crescere ed esplodere semenza per le nuove generazioni o se, post-industriale per post-industriale, si giocasse con l’immaginario del cazzo-trivella di Tetsuo che sfonda la vulva della verità giungendo fino alla piana ansimante dell’Essere, ma in realtà il fatto vero è che determinate epifanie restano nell’aria greve del risveglio per pochi attimi, poi, dopo aver eiaculato quelle parole e aver dato un godimento simil-psicotropo alle nostre membra e al nostro intelletto, rifluiscono lontano nel segreto riposto del linguaggio che abitiamo e non parliamo. Ciò che non può essere detto deve essere taciuto, diceva qualcuno – ma la scopata eiaculante dello scrittore che ha l’epifania (scopata e non masturbazione, la masturbazione letteraria è tutt’altra, avviene in un secondo momento, nel momento in cui si scrive e si gode di quello che si scrive in quanto lo si scrive, per poi avere il senso di colpa ovviamente tra le produzioni appiccicaticce del nostro intelletto) è sensazione ben più irrazionale, più astratta, più evanescente e incontinente. Anzi, grazie a quell’esaltazione psicotropa che facilita determinate reazioni e che a volte immerge l’espressione linguistica e razionale (insomma il solito vecchio ammuffito logos di cui la testa è a tal punto piena da essere barcollante) in una inaspettata reazione metabolica, quell’epifania mi era sembrata la perfetta realizzazione di un racconto post-moderno sullo stile di Wallace. Sì, perché nei nostri tempi, anche se siamo nati a Napoli, in una sorta di strano buco del culo periferico e palpitante in cui pre-moderno, moderno e post-moderno intrattengono rapporti poco raccomandabili, in cui nello stesso momento bisogna adorare il gusto lumpen della vita partenopea ma soltanto per godersela in chiave “post”, scrivere come Wallace sembra essere l’unica via d’uscita. In più fa molto figo, secondo me. Scrivere come Wallace è da fighi della madonna (utilizzando un’espressione oramai fuori moda e poco efficace o divertente). Ma io che non ricevo mai chiamate telefoniche, cosa devo fare?

Comunque: la verità che stazionava nell’aria e nella quale entravo e uscivo come in apnea, appigliandomi agli ultimi residui di sonno e tentando di scacciare le tentazioni della veglia, si trovava ancora tra il soffitto belgradese e il letto belgradese. Erano trascorsi oramai una quarantina di minuti (questa considerazione – quarantina di minuti – l’ho ricavata quando il risveglio era oramai avvenuto e “Cammarota è un fulmine a ciel sereno” era tutto ciò che avevo afferrato definitivamente), quand’ecco all’improvviso, inaspettata e non richiesta, proprio lei, la veglia, il risveglio definitivo, l’abbandono della piana ansimante dell’Essere, la fine del cazzo-trivella e il ritorno al solito (e umidiccio) morning glory, il tutto mentre la mia dolce compagna dormicchiava mormorando qualcosa con respiro leggerissimo e con leggerissimi sussulti nervosi delle estremità delle dita dei piedi arricciava le scalene piegature del lenzuolo. E così nel momento in cui stranamente evocativi si alzavano i primi rumori di stoviglie e sedie e tavolini che venivano ordinati in un ristorante italiano a Belgrado che si trovava proprio al di sotto del nostro appartamento (abitavamo al primo piano), nell’aria risuonava (almeno per me) semplicemente (e solamente) “Cammarota è un fulmine a ciel sereno”. Ogni volta che si riemerge dal fluire di immagini che diventano parole e che ritornano a essere immagini, nel momento in cui la durata contratta del tempo delle parole si mescola con la durata distesa del divenire-cosa delle immagini, in quello stato fecondo e poroso – la Campania felix della creazione – il racconto spesso si compie semplicemente così com’è, in un momento unico (quello che ritornava come una sorta di mantra nella mia mente “Cammarota è un fulmine a ciel sereno” e che, a ben vedere, non è che una porzione infinitesimale del tradimento continuo perpetrato dalla traduzione da stimolo nervoso a parola consapevole e che si presentava già in quegli attimi, in tutta onestà, come una ben mediocre verità – va da sé che la verità spesso è mediocre o almeno la verità a cui possiamo avere accesso noi contemporanei post-moderni) quando mi accorsi però che due lunghissime note (wallaciane, anzi wallacianissime) gigioneggiavano con il senso del racconto e soddisfacevano il bisogno post-moderno di scrivere in maniera post-moderna e wallaciana, anzi wallacianissima.

Appena alzato, letteralmente con il cuore in gola (quanto mi piacciono questi vecchi idiomi!), corsi ad appuntarmi questa verità e così l’ho ritrovata sul quadernaccio sgualcito in questo momento.

La prima wallaciana, anzi wallacianissima nota, posizionata con il suo numeretto in apice proprio sulla parola “Cammarota”, avrebbe potuto suonare più o meno così (in realtà nel momento dell’epifania il tutto era molto più vero e luminoso e divino, in poche parole: perfetto – ora rileggendola mi sembra la restituzione dei pensieri di un ominicchio wallacianamente “schifoso”)[1].

Ma le difficoltà di una scrittura wallaciana, anzi wallacianissima, sono immense. L’ultima notte l’ho trascorsa cercando di rimestare nella memoria il senso profondo di quella che sarebbe dovuta essere la seconda wallaciana, anzi wallacianissima nota del racconto. Non sono riuscito a ritornare nella pianura che si distende tra veglia e sonno, neanche dopo aver rivisto ieri Tetsuo e il suo cazzo-trivella rivelatore di un mefitico Essere algido e post-moderno. Ma la cosa che più mi tormenta è che sembra assolutamente e irrevocabilmente necessario scrivere proprio come Wallace, quando poi Wallace è assolutamente inarrivabile, irraggiungibile, altro che epifania notturna e cose come “Cammarota è un fulmine a ciel sereno”. Queste cose qua, queste parole e sintagmi e proposizioni di cui sto infarcendo questa sorta di raccontaccio post-moderno, non sarebbero nemmeno lo scarto organico di una pausa di riflessione sulla tazza del cesso di Wallace o l’angolo polveroso farcito di ragnetti incapaci di suscitare schifo o paura sempre lì sul soffitto poco sopra il cesso di Wallace. Eppure quelle note che Wallace utilizza sono assolutamente geniali (l’utilizzo delle note in un racconto hanno un che di realmente spaesante e che realmente distrugge il fluire degli eventi e della narrazione per creare nuovi flussi e nuove virtualità, fors’anche oltre Joyce o Woolf, etc. etc. – robe da critici) ma a me sfiancano e lasciano il duodeno contratto. Non nascondo che a volte le salto a piè pari o ne leggo un rigo ogni tanto, poi salto quattro o cinque righe, poi rileggo un’altra frase, poi risalgo e riscendo come dalle montagne russe, tanto (così ho capito) il senso è proprio in quel fluire enigmatico e fastidioso, in quella ricerca della difficoltà espressiva, in quella modalità di rappresentare a parole l’indicibilità e l’incomunicabilità dell’uomo post-moderno. Questa è se dovessi farne un’analisi (cosa che poco si attaglia al racconto, ma il racconto post-moderno non può ma soprattutto non deve raccontare, perché, “vecchio mio!” diceva un vecchio amico, è finita l’epoca delle narrazioni, ora ci sono soltanto i frammenti, i tagliaeincolla, la dimensione ipertrofica del link internettiforme, nonché, se guardi bene e con attenzione, i “beni comuni”), del resto quello che acchiappo con le dita appiccicaticce dell’intelletto nell’interminabile microcosmo delle note wallaciane, anzi wallacianissime, è un’infinità paradossale di sentieri interrotti, una faticaccia della madonna (altro idioma che mi sembra grazioso, ma che probabilmente non lo è), poi ancora un mormorio lieve e incomprensibile, un mugugnare silenzioso, un’impossibilità iper-faconda di dire qualcosa, la verità del nostro tempo o di tutti i tempi. Sì! è geniale sicuramente, perché mai si è vista un’afasia così ricca di determinazioni linguistiche sensate. È geniale sicuramente, perché restituisce la realtà per quello che è. E che realtà! – contemporaneamente il presente americano e il nostro ineluttabile futuro europeo.

Per quanto riguarda la seconda nota ho deciso che non è il caso di provare a scriverla, sarebbe del resto faticoso e poco naturale. Sarebbe un gioco linguistico, un raccontare in forma algida e intellettualistica e non viscerale e sanguigna (come dovrebbe), un qualcosa che non riesco più a sentire e in più dovrei affaticarmi nell’estenuante ricerca di un coup de théâtre (bisogna sempre essere post-tarantinianamente un po’ post-pulp). Le parole non soltanto post-moderne e afasiche ma proprio wallaciane, anzi wallacianissime, esistono sicuramente da qualche parte (mica stavano soltanto dentro le connessioni neuronali oramai spente del buon David!) e potrebbero rendere, anzi costruire e produrre quello che al momento, mentre attendo ancora chiamate telefoniche, non saprei neanche immaginare.

E così, sfinito e deluso da questo tentativo maldestro e malriuscito di scrittura wallaciana, anzi wallacianissima, sulla base di una mediocre epifania avuta a Belgrado e di un almeno altrettanto mediocre tentativo di resa su carta avvenuto a Napoli non molti giorni dopo, è molto facile che se trovo la giusta compagnia me ne vado a bere qualcosa da Cammarota (conclusione fondata sul principio di realtà, cosa che mi sembrava anche efficace, ma che credo, invece, risulti probabilmente deludente).    

 

Napoli

19-20/08/2013

27-31/08/2013

05/09/2013



[1] Quando poi ti trovi che non sai dove andare o cosa fare, in quel momento che raccoglie elementi di sacralità rinnovata e abitudinarietà obbligata e che poi è semplicemente una modalità giovane molto giovane di pensare il buon vecchio dopo-lavoro, quello che quando eravamo bambini passavamo fuori i circoletti dove si giocava a carte e si beveva strana gnostra (vino in gergo) e poi a volte si litigava e a volte si stava lì in silenzio a fumare sei sette sigarette prima di tornare a casa dalla moglie dai capelli aggrinziti e dalle rughe arruffate che tutto il giorno era stata lì in casa (mica in Italia e soprattutto nel sud Italia le donne hanno cominciato presto a lavorare, ancor’oggi si vedono donne, moderne e post-moderne, che se potessero non lavorerebbero – le si può mai dare torto?) e che poi magari la notte con i bambini in mezzo al letto a dormire (questa promiscuità accade ancora oggi, ne ho le prove, non è roba da cinema neorealista degli anni ‘50) si univano in vista dell’ennesima creatura da sfamare oppure se non il circoletto sicuramente ancor di più le sezioni di partito, la sezione della Democrazia Cristiana e la sezione del Partito Comunista che, per l’amordiddio, sicuramente si parlava di politica e si discutevano i grandi problemi del presente e del futuro, divorzio e aborto e la (maledetta o benedetta) via italiana al socialismo, dio ti guarda ma stalin proprio no, ma poi si beveva comunque strana gnostra e a volte si litigava per un qualsiasi motivo e poi si stava in silenzio a fumare sei sette sigarette prima di tornare a casa dalla solita (di prima) moglie dai capelli aggrinziti e dalle rughe arruffate, insomma la modalità giovane di pensare il dopo-lavoro si chiama “aperitivo”, e questo termine “aperitivo” (io ho sempre detto “andiamo a prenderci una birra” – lo dirò ancora per poco, lo so) ricorda Milano e Bonn e Londra, un po’ meno Parigi, ma soprattutto Milano che è il pezzo di fagocitante futuro che è stato concesso all’Italia, quando sento “aperitivo” (e questo potrebbe aprire una parentesi sul potere infinitamente evocativo di ogni singola parola, ma non è il caso, per cui chiudiamo immediatamente la parentesi) mi viene in mente il Duomo e la Madonnina e poi i giovani imprenditori (perché a Milano la divisione del lavoro è più o meno così: i giovani indigeni sono sempre piccoli o grandi o medi imprenditori punto e basta sennò si vergognano di campare, gli immigrati del sud Italia lavorano nella pubblica amministrazione e, anche se non capiscono il milanese, riescono comunque a fare carte d’identità certificati di residenza di nascita di morte amen a tutti i passati, presenti e futuri, grandi e piccioli imprenditori o a insegnare la storia la geografia la matematica la filosofia etc. ai piccoli futuri piccoli imprenditori, gli immigrati provenienti dal resto del mondo fanno i lavori operai e lumpen, puliscono il culo ai nonni dei piccoli futuri piccoli imprenditori, lavano a terra le case dei genitori dei piccoli futuri piccoli imprenditori, spolverano i soprammobili dei genitori dei piccoli futuri piccoli imprenditori, spesso cambiano addirittura i pannolini e fanno mangiare roba liofilizzata ai piccoli che diventeranno futuri piccoli imprenditori, cucinano il risotto alla milanese che sarà mangiato al ritorno da scuola dai - un po’ più grandi - piccoli futuri piccoli imprenditori, insomma producono la ricchezza di cui godono e godranno i piccoli futuri piccoli imprenditori, etc.) e si costruisce il falso immaginario di una vita che si sovrappone a immagini di film e di libri e di trasmissioni televisive e di siti internet etc., insomma è come se il termine “aperitivo” almeno per me avesse una densità inarrivabile e che soprattutto non avesse (almeno per me) un correlativo oggettivo, se dico “casa” (da perdonare l’esempio “minore”) qualcosa di concreto mi viene in mente, un’immagine magari falsata dai miei ricordi, dalla densità creatrice della mia durata esistenziale, e comunque un’immagine viene fuori, quando sento “aperitivo” invece non mi viene in mente nulla di concreto, vedo a stento in fondo a un ripiano con sopra roba da mangiare (ma non saprei definire bene cosa) e giovani oramai divenuti piccoli imprenditori che parlano (almeno per me, l’aperitivo lo fa soltanto chi lavora nel comparto privato, chi lavora nel pubblico farà altro, cosa? non lo so, probabilmente l’aperitivo ma in una modalità esistenziale differente), ma di cosa parlano?, non saprei dirlo, forse del lavoro, forse delle ragazze, forse della discoteca del sabato precedente o del sabato successivo, forse dello spritz che stanno bevendo se è meglio con l’aperol o con il campari, non lo so di cosa parlano e quando non si sa di cosa possano mai parlare determinati personaggi che hanno la densità e la profondità di essere veri rappresentanti del nostro tempo lo scrittore si sente sempre un po’ fallito, ma al di là dei fallimenti individuali e della difficoltà di essere scrittori post-moderni a Napoli, sorge ancora un altro problema che non è di poco conto, a Napoli i giovani siano essi lumpen siano essi poeti laureati siano essi militanti di estrema sinistra non lavorano o se lavorano non fanno mica il lavoro che poi alle sei del pomeriggio smonti e te ne vai al bar a fare l’aperitivo con gli amici parlando del lavoro parlando delle donne parlando di politica parlando di quello che cazzo ti pare sorseggiando uno spritz e ragionando se è meglio con l’aperol o con il campari stando in silenzio in un angolo sperando che ci si noti di più (Moretti compie sessant’anni proprio in questi giorni) facendo ruotare l’indice sul bordo del bicchiere sperando che accada qualcosa come in un film americano guardando le cosce della tipa in carriera che prende uno spritz con una collega e occhieggia di qua e di là per emergere dalla propria incerta solitudine, no! non succede questo a Napoli e tantomeno da Cammarota, non succede a Napoli perché Napoli è una strana puttana (almeno la Napoli del centro storico, la Napoli storica, la Napoli lumpen e intellettuale allo stesso grado, la Napoli pre e post moderna allo stesso momento e con le cosce sempre aperte ad accogliere qualsiasi cosa, la Napoli puttana dalla vulva che respira aprendosi a ogni dimensione del mondo e della realtà, la Napoli che vive dei suoi stereotipi e su quelli poi rimesta in maniera pre e post moderna, la Napoli dell’eterno e già sempre consumato rifiuto della dimensione della modernità, la Napoli del meglio un pre e un post ma mai “il”, ed è per questo che Napoli è una puttana e non la Madonna che è vergine ante partum, in partu, post partum, perché Napoli è puttana ante modernitatem e post modernitatem ma mai in modernitate), Cammarota però è vita vera, altro che il bar dei navigli o di qualche altra zona di Milano, da Cammarota ti siedi su secchi rovesciati (la strada è in leggera pendenza – se troppo ubriachi si rischia di sfracellarsi rotolando al suolo), il tavolino è una vecchia botte mangiucchiata da insettini vari e quello che ti bevi è talmente economico che non te ne chiedi la provenienza perché è meglio così, un gin-lemon costa 1€ (prezzo che è di per sé istigazione all’alcoolismo) ed è fatto manco a dirlo con un gin di pessima qualità, di quelli che nei grandi discount trovi anche a 3.99€ e una lemon-soda spesso sfiatatissima ma che riesce a rendere comunque un po’ più denso e vomitevole lo strano intruglio che ti stai andando a bere, lo spritz ha lo stesso prezzo e lì, da Cammarota, non ti chiedi se è fatto con l’aperol o il campari, lì lo butti giù (se ci riesci) e basta, se poi vuoi andare sullo chic bisogna prendere il vino, quello non è male, meglio di tanta roba (vino di cartella, come si dice) che si vende nei supermercati, e che costa al bicchiere esattamente 1€ e che poi se te ne prendi più di uno (diciamo tre quattro), Cammarota in persona (almeno credo che sia lui quello strano giovane sorridente dal volto che si deforma sempre più man mano che si beve) viene e ti chiede perché non hai preso la bottiglia che veniva a costare 3€ e con la quale avresti bevuto almeno cinque sei bicchieri e così, ubriachi un bel po’, si compie la ritualità dell’“aperitivo” da Cammarota, cosa c’entra quella parola “aperitivo” che sa di piccoli giovani imprenditori milanesi, di impiegati tedeschi, di portaborse londinesi con Cammarota non lo so, “Cammarota è un fulmine a ciel sereno” anche perché è graziosamente fuori dal mondo, fuori dalle cariche elettrostatiche del nostro tempo e della riproduzione del nostro sistema, si compie in un ciel sereno di solitudini macchiate e sconsolate, di ritualità vetero (il mito della “bettola” che si nutre di se stesso) ma allo stesso tempo troppo moderne per essere accettate, il rifugio inconsueto e silenzioso della nuova umanità del XXI secolo napoletano, se c’è qualcosa che sa di fantascienza (c’è qualcosa in Cammarota che non lo fa essere del tutto reale), se Philip Dick avesse potuto nascere (non avrebbe potuto, ovviamente) a Napoli e avesse voluto immaginare la realtà di un post-bar in un’epoca post-futura, quel bar sarebbe stato Cammarota in persona, anche se allo stesso tempo, con una carica immaginifica da romanticismo anti-capitalistico, sembra essere uscito da un racconto o da un film che dipinge l’Ottocento metropolitano, le bettole degli operai dell’ammazzatoio del buon vecchio J’accuse, insomma Cammarota ha il pregio di essere inattuale (oltreché e va da sé economico).   

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