"È vero che non bisogna confondere la critica con la maldicenza o il gioco al massacro; ma altrettanto vero e forse ancor più dannoso è confonderla con la complicità e la propaganda"

Giovanni Raboni

Venerdì, 06 Settembre 2013 02:00

Storia di una mezza dissoluzione

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Per anni tutto ciò che intraprendevo nella vita l’ho lasciato inspiegabilmente a metà. Se in principio dimostravo un forte interesse, poi però misteriosamente questo svaniva quasi del tutto lasciando il campo a un ardente desiderio di volgere lo sguardo altrove.
A scuola sono sempre stata incostante: studiavo quando mi andava e tutto sommato non avevo mai avuto grandi problemi nel farmi promuovere.
Dunque, come spero abbiate inteso, non c’era cosa che non mi venisse a noia, e in mezzo ci metto anche lo studio del pianoforte che adoro e che tutt’ora rimpiango di aver abbandonato o l’attività sportiva praticata per tanti anni della mia vita; perfino i rapporti interpersonali erano insostenibili e benché abbia avuto una relazione amorosa stabile per molti anni, spesso sentivo il bisogno di rimanere da sola per dedicarmi ad altro a discapito della mia metà che passava più che in secondo piano.

Pur essendo così insopportabile, perfino per me stessa, gli amici e le persone care mi stimavano; la causa era a me ignota, certo ero contenta che tutti mi volessero bene, ma io, lo ammetto, non me ne volevo affatto. Ad un certo punto della mia vita, dopo la morte della mia amatissima nonna materna e dopo aver interrotto la relazione di cui parlavo poc’anzi, la mia carriera universitaria, che ero piuttosto determinata a concludere, subì un netto calo, tant’è che è rimasta in sospeso, come tutto del  resto! Chiaramente ero un periodo totalmente negativo, nel quale più di una volta pensai di essere un totale fiasco a livello umano, al punto che, colta da irrequietezza ed imponente insoddisfazione, cominciai a dare ampio sfogo ai miei bisogni primari ed ai piaceri della vita: prima di tutto ricominciai a fumare e ad abusare smodatamente di quella bevanda oscuramente ammantata chiamata caffè. L’attenzione con cui selezionavo le miscele a me ideali, cercando di non far cadere nemmeno un granello di preziosa polvere - la preferivo rigorosamente nera e senza zucchero - era a dir poco maniacale. Il caffè costituiva per me un rito che ben volentieri ripetevo nel corso delle mie giornate; aspettavo con  trepidazione il momento di portarmi alla bocca la tazzina, lasciavo che le narici si inebriassero di quel profumo, che il vapore naturalmente rilasciato dalla bevanda bollente mi invadesse i sensi, poi cominciavo a sorseggiarla con tutta la calma del mondo, bevendone fino a metà e gettando il resto, poiché non sono mai stata amante dei fondi, subito dopo mi accendevo la sigaretta da me sapientemente preparata e lasciavo che il tabacco si mescolasse al sapore del caffè, godendo con sommo gaudio delle mie papille gustative. Cercavo di scandire le giornate programmando i miei impegni ed il rituale di caffè e sigaretta rientrava tra di essi. Era, questa, la mia eterna battaglia per sopperire all’immensa tristezza lasciata dalla mancanza di mia nonna e della mia metà. Tutto ciò mi portò a vivere il quotidiano meccanicamente, incidendo non poco sulla mia crescente inquietudine, ma non volevo esserne sopraffatta, così cercai di reagire.
Iniziai ad uscire più spesso, a viaggiare tanto, la mia città natale era diventata soffocante come pure i soliti giri di persone così ristretti tipici dei piccoli centri abitati. Iniziai a fare nuove conoscenze, nuove esperienze, cercando di ritrovare un punto di partenza, di reclamare il mio equilibrio interiore o di stravolgerlo completamente, tutto pur di trovare stimoli sempre nuovi. Fu la musica più di tutto ad accompagnarmi in questo periodo, come sempre nella mia vita. L’accurata selezione di generi musicali a me confacenti era paragonabile alla scelta del tipo di caffè; ascoltavo di tutto, dall’hip hop al jazz, dal funk alla musica elettronica o più precisamente IDM, passando anche per il punk. Nonostante la varietà di ascolto, mi ritrovavo sempre ad appassionarmi a musicisti o gruppi considerati di nicchia ed ascoltati da una percentuale ristretta. Passavo molte ore a ricercare quel determinato pezzo musicale che mi aiutasse a svoltare la giornata con meno pensieri angosciosi, cercando di alleggerirmi il cuore e la mente. Un po’ per la musica ed i musicisti che ne avevano fatto uso, un po’ perché ne ero sempre stata incuriosita, in quel periodo iniziai a maturare l’idea di provare alcune sostanze stupefacenti, in particolar modo ero interessata agli effetti dell’acido lisergico (LSD) e a quelli dell'oppio. Devo anche ammettere che incontrai persone che ne facevano già un uso più che smodato, ma tendenzialmente le mie scelte non erano mai condizionate dal prossimo, piuttosto possiamo dire che questa coincidenza spinse fortemente i tempi in cui decisi di fare quest’esperienza e presto giunse il giorno o più precisamente la condizione ideale per soddisfare tali curiosità.
Ero con un po’ di amici ad un festival di musica elettronica che si teneva in una suggestiva località persa tra i boschi di una regione centrale dell’Italia. Era l’inizio dell’estate, ma l’aria era talmente fresca che ci costringeva tutti ad indossare felpe, cappucci e giacche, era la mia temperatura ideale ed in alto il firmamento pareva complice dell’imminente avvenimento. A un certo punto mi ritrovai questo piccolo lembo di carta tra le mani, simile ad un piccolo francobollo ma molto più colorato. Ricordo che cercai di capirne il disegno, ero affascinata dai particolari e volevo immortalare quel momento nella mia mente, come fosse una fotografia. Tutto ciò che dovevo fare era masticarlo, l’eccitazione era a dir poco febbrile! Lo divisi con una mia amica ed aspettai che facesse il suo effetto. Nel frattempo entrambe ci lasciammo andare alle danze, suonavano un genere in cui l’uso di batteria e basso era particolarmente incidente e ossessivo. Sentivo la mia cassa toracica reagire con l’incalzante ritmo spezzato della batteria, era come se corpo, mente e musica fossero immersi in un profondo dialogo. Mi sentivo leggera, assecondavo qualsiasi movimento volessi compiere e allo stesso tempo mi sentivo padrona di me stessa, perfettamente a mio agio, un tutt’uno con tutto quanto mi circondava, mentre sentivo la terra sotto i miei piedi manco fosse la prima volta. Potrei paragonare tale esperienza a quel momento descritto da Jean-Jacques Rousseau quando si interrogò su quale potesse essere lo stato naturale dell’uomo: era proprio come vagabondare nelle foreste, senza le industrie, un linguaggio o una casa, un emozionante ritorno alle origini, peccato che Rousseau non abbia potuto conoscere Albert Hoffmann.
Passai molte ore in quelle condizioni e ricordo che il giorno dopo il cielo non era mai stato così intensamente blu e terso, il grano non era mai stato così luminoso, così come pure il verde delle foglie, di una bellezza che avrebbe mozzato il fiato anche ai magnati dell’asfalto e agli amanti del catrame. Lentamente ritrovai la lucidità mentale e più che sentire la fame, una volta a casa, avevo bisogno di un caffè fumante. Mentre aspettavo che la moca facesse il suo dovere, sedevo al tavolino della cucina. La casa era vuota, i miei cari in vacanza. Non ricordo l’attimo esatto in cui tutto cominciò ma, mentre me ne stavo lì a fabbricare la mia solita sigaretta, un vuoto emozionale si aprì dentro di me e piansi lacrime amare: sapevo che ciò che avevo provato la notte prima non era altro che un mero frutto della mente, che tornare alla realtà era dura, carambolare sui soliti pensieri, sulla routine, mi faceva soffrire, e mi maledissi per non essere abbastanza forte. Miracolosamente il festoso borbottio della caffettiera mi fece riprendere, non volevo che il mio caffè bruciasse, sarebbe stato come bestemmiare, così mi gettai letteralmente sulla moca munita di presina, come per salvarla da morte certa, versai il mio caffè, nella mia tazzina preferita, quella rossa, chiusi gli occhi e lasciai che il vapore mi accarezzasse il viso ma, quando li riaprii, una visione bizzarra si presentava al mio cospetto: vidi la tazzina rossa sezionata in due parti, soltanto che quella di sinistra era sparita e la bevanda al suo interno si reggeva miracolosamente tutta sul lato destro. Pensai che fosse più che assurda quella situazione e strabuzzai gli occhi più e più volte ma ecco quello che feci: mi limitai a bere dalla parte esistente della tazzina o almeno quella per me visibile, convincendomi che l’effetto dell’acido del giorno precedente non fosse affatto terminato; questo era un dato di fatto che non potevo non considerare, dal momento che quando ci si imbarca in un “viaggio” del genere, non si sa mai precisamente quando si possa atterrare... Dopo questa constatazione, la sezione sinistra della tazzina riapparse precisamente come era sparita, così all'improvviso, allora non esitai neanche un istante a sciacquarla nel lavandino per poi, presa da forte spavento, nasconderla dietro alla scatola dello zucchero.
Il giorno seguente mi comportai come se nulla fosse accaduto nonostante non avessi dormito bene; sognai di essere in vacanza al mare, in una località del nord europeo, ma l’acqua era sorprendentemente tiepida, di color cristallino, e sul fondale si potevano ammirare decine di  capitelli di ordine ionico. La cosa diabolica era che a cinquecento metri a largo della costa vi erano molteplici iceberg alla deriva, si muovevano spinti da una sottile corrente, non riuscivo a capacitarmi della tranquillità mostrata dalla folla intorno a me, sembrava che fossi l’unica ad essere turbata da tale avvenimento. Ciò nonostante continuavo a nuotare e improvvisamente notai qualcosa di strano affiorare dall’acqua in lontananza, come un sorta di bordo arrotondato, esattamente ad ore nove, poco dopo lo notai anche dalla parte opposta e ancora una volta oltre agli iceberg: mi voltai terrorizzata verso la riva ma già era scomparsa e con essa tutta la gente, al suo posto vi era lo stesso bordo, che in realtà era un blocco unico di forma circolare. L’acqua cominciava a scaldarsi sempre di più finché sopraggiunse il vapore, e allora la osservai tingersi come la notte e alle narici arrivò quell’aroma  inconfondibile da me tanto apprezzato, era chiaro ormai che stessi nuotando all’interno di una mostruosa, gigantesca tazzina di caffè!
Mi svegliai di soprassalto, nel cuore della notte, allorché andai dritta in cucina - i miei gatti mi guardavano come se fossi pazza - buttai la mia tazzina rossa nel cestino dell'immondizia e con essa tutte le miscele di caffè, ma mi pentii immediatamente e il mattino seguente andai a ricomprarne altre.
Passarono mesi dopo quella vicenda, la fine dell’estate era ormai prossima ad arrivare e con questa anche il giorno del mio compleanno. Nel periodo estivo, evitai l’assunzione di psicotropi, anche se la mia curiosità in tale campo non era affatto stata appagata, ma quell'allucinazione avuta sulla tazzina mi aveva sconvolta, per non parlare del sogno. Mi rimaneva difficile perfino raccontare tutto ciò ad altre persone, c’era dell’orrore ma anche, devo ammettere, una forte ironia. Ciò che mi rendeva perplessa era che l’oggetto dei miei incubi fosse sempre in riferimento al caffè; fu per questo che mi impegnai a diminuire di molto la quantità giornaliera di consumazione e non senza difficoltà, data la mia innegabile dedizione per tale bevanda.
Il giorno del mio compleanno decisi di festeggiare al caffè B. con alcuni dei miei più cari amici. Fu una decisione più che sorprendente per quanto mi riguarda, dato che il passaggio del tempo, a mio avviso, non andrebbe ricordato, come pure la notte di San Silvestro e sebbene la nostra cultura c’abbia insegnato a ringraziare per ogni giorno che c’è concesso, io non riuscivo a rimanere totalmente d’accordo con tale visione, perciò per quella giornata scelsi di non rimanere da sola, speravo solo che passasse più velocemente. Ordinammo diverse bottiglie di vino accompagnate da generosi vassoi di tartine, quadratini di pizza di molteplici tipi di condimento, patate al forno, salumi, insalata con noci, rucola, mela e aceto balsamico, risotto al radicchio e formaggi filanti; una generosa tavola dalla quale abbondavano grasse risate, schiamazzi e battute di buon gusto. Procedeva tutto positivamente, almeno finché vidi appeso al muro vicino alla nostra tavola un grosso specchio racchiuso in un’intelaiatura di legno decorata con elementi fitomorfi. Mi soffermai ad ammirarne i particolari e poiché rifletteva la porta d’ingresso del caffè potevo osservare l’andirivieni della folla che entrava ed usciva a piacimento. D’un tratto posai lo sguardo sulla grande macchina del caffè dotata di presse piegatrice manuali, notai quasi immediatamente che si presentava più piccola del solito, pensai che fosse un riflesso della luce o qualche imperfezione dello specchio, sembrava tutto a posto quando improvvisamente una metà sparì della mia vista, così  come la cameriera che la stava utilizzando, non durò che un istante ma fu fatale! Mi alzai piuttosto agitata in direzione del bagno per andarmi a rinfrescare il viso, mi sentii subito meglio allorché riflettei su ciò che era accaduto: non poteva essere altro che un flashback. Mi ero documentata tempo addietro sugli effetti a lungo raggio conseguenti l’uso di LSD: il flashback è semplicemente un ritorno d’acido, dura pochissimi secondi ma si manifesta in forma allucinatoria, non ci sono studi tutt’ora capaci di spiegare perché la mente possa vacillare in tal maniera ma questo fenomeno può riproporsi per diverse motivazioni, per esempio se si soffre di insonnia o se si fa uso di cannabis o di bevande alcoliche. Era tutto chiaro, avevo bevuto molto quella sera e ciò aveva causato questo ritorno. Bevvi un po’ d’acqua dal rubinetto del lavandino, poi alzai la testa e mi guardai allo specchio ma sobbalzai all’istante: la mia immagine era sezionata a metà e avevo in mano la mia tazzina rossa, questa volta integra! Scivolai in un angolo del bagno, la paura e l’angoscia mi possedevano, trattenni un urlo di terrore, respiravo affannosamente, la fronte era imperlata, la vista appannata. Ripensai all’immagine di me a metà e mi sforzai di immaginarmi integra come la tazzina. Cominciai a calmarmi, che la follia si stesse impossessando di me? Cos’è poi la follia? Il corpo e la mente ci inviano degli input che non riusciamo a decodificare, siamo noi gli impreparati! Anche i geni sono stati considerati dei pazzi eppure ancora oggi si cerca di trovare una fonte di ispirazione da loro e non a caso in quel frangente mi venne in mente una massima di Edgar Allan Poe: “Gli uomini mi hanno definito pazzo, ma non è ancora ben chiaro se la follia sia o non sia la più alta forma di intelligenza e se le manifestazioni più meravigliose e profonde dell’ingegno umano non nascano da una deformazione morbosa del pensiero, da aspetti mentali esaltati a spese dell'intelletto normale”. “Che questo flashback” - pensai - “possa essere la chiave di risoluzione al mio personale problema di lasciare tutto a metà? Che il caffè mi volesse chiedere le dimissioni perché urtato dal non essere totalmente apprezzato dalla sottoscritta?” Risi un po’ e  lasciai che la mente tessesse un filo tutto suo che qualcuno però tagliò di netto nel momento in cui, bussando alla porta e con voce a me sconosciuta ma, allo stesso tempo, così familiare, scandì tali parole: “Hai lasciato il vino a metà, non lo vieni a finire? Non farai mica come con il caffè? Chi ben comincia è a metà dell'opera, dico bene?”.

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