"L'immagine semplice scaturisce dalla complicazione del racconto, proprio come la gioia è il frutto dell'infelicità della vita"

Emanuele Trevi

Lunedì, 26 Agosto 2013 02:00

Il gatto sul petto che scotta

Scritto da 

Il gran bel gatto nero miagolò miaooooooo sul gran bel petto bianco della dama di picche e io davanti a loro non capii. Il gattaccio mi fissava come se la sapesse lunga proprio lui con quella pellaccia nera da jettatore e miaooooooo insisteva miaooooooo, io ero esterrefatto. Aprii bocca per dire e mentre dicevo lui miaooooooo mi miagolò con una certa autorità, il gattone era eloquente con i suoi occhi lunari e il miagolio imperioso, e per di più la comandava lui sul petto regale della dama di picche con la faccia bianca girata dall’altra parte, rispetto alle picche intendo; lui era il gran gatto re sul gran petto della regina e per questo poteva ordimiagolarmi qualsiasi cosa e io dovevo solo starmene a capo chino al cospetto della sua grandezza.

Poi d’un tratto vennero verso di me due soldatini di stagno, camminavano senza muovere un passo e così quando si fermarono dietro le mie spalle erano già belli e fermi da chissà quanto tempo. Io ci provai ad aprire bocca per chiedere spiegazioni ma il gattaccio miaaaaaaagolò allungando la zampa destra con le unghie luccicanti e terribili, miaaaaaaagolò urlando e aggrottando le sopracciglia più che poteva e rizzando i baffoni come spilloni tanto che mi spaventai, lo ammetto, e mi feci tremare le gambe davanti a loro, e un soldatino di stagno allora si curvò tutto ingessato verso il mio orecchio per dirmi evidentemente qualcosa solo che non disse nulla, o forse ero io a non aver sentito nulla? certo è che quando spostai un occhio verso di lui vidi che le sue labbra restavano serrate, né il cappellone nero esitava sulla sua testa piegata, e allora quando tornò al suo posto l’unico risultato fu di aggiungere al mio timore un bel po’ di stupore. Intanto dopo il miaooooooourlato del gran gatto ci fu un silenzio glaciale; il gatto re con lo sguardo lo evitai perché un gattaccio nero dalle mie parti è sempre una brutta gatta da pelare se ce l’hai di fronte, così cercai il viso della gran dama di picche e per un attimo ne carpii un sorriso, oppure me l’ero inventato? di fatto quando indugiai su quell’aristocratico femminino pallore nulla era cambiato rispetto al suo imperturbabile asettico glaciale distante eccetera viso volto altrove non solo rispetto alle picche ma rispetto a tutti noi, che poi chi eravamo noi per metterci a paragone con lei, la gran dama dal gran petto?
Quando entrò il buffone forse era troppo tardi, nessuno fece una piega mentre quello saltava danzava cantava rime sconce che non si capiva a chi erano rivolte visto che il gran bel gatto nero re era un gatto e certe cose non poteva capirle, e la gran dama di picche regina non ci stava con la testa lì. Io invece non sapevo se ridere o meno alle amene oscenità di quel jolly che venne fuori nel momento meno opportuno, anche se presumere che un buffone sappia cogliere il momento giusto, lui che di cose come il giusto e il non giusto deve per dovere fregarsene altamente, lo sapevo che è da sciocchi; è pur vero che sono lo scemo del paese, ma da qui a non capire certe cose è troppo anche per la mia tanto giustamente decantata stoltezza.
Comunque alla fine il gatto re fissò il jolly e lo pietrificò, in senso metaforico ovviamente, cioè quando quello lo fissò il buffone capì che non tirava aria e che non sempre si ha ragione a sbagliare momento, anche per un buffone come lui. Si inchinò maestoso come il più elegante dei nobiluomini col cappello a sonagli, e ci lasciò tutti lì, in attesa, io i soldatini di stagno la gran dama di picche e il gran gatto nero sul suo gran petto.
Il gatto re poi fissò anche me, e quando mi fissò mi parve un felino, cioè un animale, ma non bestia, che sarebbe troppa offesa al re, bensì qualcos’altro; mi fissò dunque e io tremai di nuovo con le gambe solo che stavolta il soldatino di stagno mi ignorò. Quando parlai per cercare di ingannare la paura il felino mi fissava e non miagolava affatto sopra le mie parole, e allora dovetti dire mio malgrado “O gran bel gatto nero che devo fare? perché mai sono qui?”, cioè dissi cose troppo sciocche ma vi ripeto lo feci solo per ingannare la paura, eppure non le avessi mai dette quelle cose! sì perché il gattaccio aprì bocca per miagourlarmi qualcosa di grosso stando ai suoi occhiacci assai adirati e poi, colmo dei colmi, la gran dama di picche dal gran petto si girò nel bel mezzo del furore gli tappò la bocca regale e mi disse “Tu non lo sai che un giorno hai scelto questo rispetto a tutto il resto?”. Io rimasi veramente atterrito per tutto: i soldatini di stagno immobili dietro di me la gran dama di picche e soprattutto il gattaccio nero che intanto scese dal petto irritato come un felino e scendendo mi passò davanti tutto nero e proprio qui ci fu quella brutta gatta da pelare del gatto nero che ti attraversa la strada e io allora urlai urlai urlai ma nulla, non mi riusciva proprio di farmi intendere. Come a dire che quanto succede non è questione di scelta, né di destino, né di fato infausto, ma di qualcos’altro che forse me lo voleva dire il gran gatto prima che la gran dama gli tappasse la bocca. Fecero finta di andarsene tutti, ma poi tornarono, tutti, al loro posto, e io mi chiesi perché quando mi successe quella gran cosa della stoltezza chiamata anche follia io scelsi proprio loro, e non un mondo migliore. Che sia colpa mia, o del buffone che mi invitò al ballo in maschera, o della gran dama che si burlò di me e del mio amore concedendosi ai miei occhi concedendosi ai due soldati, o del gatto nero che subito dopo mi sgattaiolò improvviso davanti ai piedi in fondo alle mie gambe tremanti e mi fece cadere, la brutta gatta da pelare, se io, un giorno infausto, caddi, e scelsi che di tutto quello ne avrei fatto tutto questo? Miaooooooo miagourlai anch’io e il gran bel gatto nero sul gran bel petto bianco della dama di picche allora mi disse “imbestialisciti pure, che tanto noi, alla fine, con te non c’entriamo nulla”. Cioè non lo disse, ma sono certo che guardandomi come un gatto lo pensò.


(questo racconto è stato pubblicato in AA. VV., Paradossi. Ovvero lo smantellamento del senso comune, a cura di Carlo Sperduti e Daniela Rindi, Associazione Culturale “Golia” & Associazione Culturale “Progetto Flanerì”, 2011)

Lascia un commento

Sostieni


Facebook