“E comunque si andrà a teatro perché là ci sono ancora esseri che sudano, che piangono, si tagliano, sbagliano, cadono, si disperano o sono felici. Si andrà a vedere questo evento come qualcosa di non manipolabile, di non bidimensionale”.

Antonio Neiwiller

Lunedì, 05 Maggio 2014 00:00

Lo stopper che si commuove

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Sono uno stopper e tra i più bravi della serie B. Anzi il più bravo. Per chi non lo sapesse, lo stopper è quel difensore che sta incollato all’attaccante avversario, che non lo fa respirare, che lo tocca di continuo, gli “morde le caviglie”, come si dice, che non se lo perde nemmeno negli spogliatoi. Io, in tutto questo, sono il migliore del mio campionato, e da tempo aspetto di giocare in serie A.
Ormai di anni ne ho trentaquattro, l’età giusta per smettere, l’età media in cui i calciatori “appendono le scarpette al chiodo”, come si dice.
Voi vi chiederete perché non smetto. E io vi rispondo che voglio la serie A, voglio togliermi lo sfizio, voglio marcare Maradona, Van Basten, Klinsmann, Roberto Baggio e tutti i migliori al mondo insomma, perché il Calcio, quello vero, si gioca in Italia, e io voglio dimostrare che me lo merito. Prima o poi ci arrivo in serie A. Voi vi chiederete come mai, se da anni sono il migliore, nessuna squadra della massima serie mi abbia comprato. E io vi dico che un motivo forse c’è, perché altrimenti proprio non me lo spiego.
Il motivo non c’entra col calcio giocato. C’entra con i sentimenti.

E voi ora penserete che sono il classico calciatore che si perde davanti a una bella donna, un professionista poco serio, che il talento non basta, e tutte queste cose qui che si pensano troppo spesso di quei numeri 10 che pare debbano spaccare il mondo e invece spariscono oppure fanno poco. Ma io non c’entro nulla con loro. Io non mi sciolgo davanti a un bel corpo né ho talento. Si è mai sentito di uno stopper di talento? Mai! Lo stopper può essere bravo, forte, ma la miglior parola per definirlo e innalzarlo c’entra poco con le capacità tecniche: il grande stopper è “cattivo”.
Ebbene, il motivo per cui non ho fatto ancora il grande salto è che io non sono “cattivo”.
Non che non rifili calci e spinte agli attaccanti avversari, se non facessi così non potrei essere uno stopper, il gioco dello stopper in gran parte è questo: imporre la propria fisicità, coprire l’ombra dell’avversario, impedirgli di prendere spazio. Lo stopper inizia lì dove finisce l’attaccante, l’attaccante inizia lì dove lo stopper non è più stopper, questo perché lo stopper perfetto è quello che non fa toccare il pallone all’attaccante, è quell’aura di energia negativa che si pone tra la palla e l’avversario; una volta che l’attaccante è riuscito a prendere palla, lo stopper è un comune difensore: l’attaccante può superarlo in dribbling oppure proseguire l’azione di gioco della sua squadra rifinendo per un compagno, e tutto ciò, per uno stopper, è il male.
Comunque dicevo che non sono “cattivo”, e ora vi spiego in che senso.
Io non sono “cattivo” perché ho un problema agli occhi. Non che non ci veda, attenzione, ci vedo benissimo. Il fatto è che mi capita spesso, sul campo, di lacrimare. Non voglio dire “piangere” che altrimenti chissà cosa pensate, anche se i giornalisti usano quell’odiosa formula che per me che sono uno stopper è un marchio infamante: Alfonso Rostagno, lo “stopper che si commuove”. Loro, i bastardi, mi definiscono così durante le telecronache e nelle odiose pagelle. E io sono sicuro che questa cosa mi ha rovinato la carriera. Per anni ho provato a risolverla, sono stato anche dal medico della mutua che mi ha affidato a uno psicologo che alla fine mi ha detto che tra tanti problemi che ho questo qui è l’unico che non si può risolvere. Lo psicologo, uomo baffuto in perfetta consonanza con gli anni Ottanta, mi ha detto che sono un “soggetto sensibile” e che “la sensibilità non è una malattia da curare, ma un pregio”. Io a quel punto mi sono incazzato, lui non ha fatto una piega, io gli ho intimato di guarirmi, lui di nuovo non ha fatto una piega, io ho aperto il portafogli e gli ho lanciato in faccia carte da cinquantamila e centomila e lui, ancora, non ha fatto una piega. Alla fine gli ho detto “voi siete un soggetto insensibile, vi invidio”, e me ne sono andato.
Vi chiederete quando lacrimo, e mi tocca dirvelo.
La prima volta fu durante una partita del campionato primavera. Avevo sedici anni, dicevano di me che sarei stato il migliore, avrei giocato con la nazionale e forse con la Juve. Io ci credevo. La mia squadra non era all’altezza di quelle quattro o cinque che lottavano per il titolo, ma stazionava nella zona alta della classifica perché prendevamo pochi gol e questo, naturalmente, grazie a me. Comunque, tornando al fatto che ci interessa, ci fu quest’azione: il portiere fece un lancio lunghissimo verso la fascia laterale destra, la mezzala stoppò di petto, si involò e crossò in mezzo una palla che era precisa ma piuttosto lenta verso il mio attaccante, di quelle che sono una manna per le difese.
Io, come sempre, ero pronto a tutto. Il mio attaccante era un biondino coi brufoli molto gracile, di quelle punte brevilinee e veloci che sanno farti del male quanto meno te l’aspetti perché tu stopper, col tuo solito fisico prestante – gli stopper, lo sapete, devono avere un gran fisico! –, senti che puoi ‘scamazzarlo’ quando vuoi. C’era questa palla alta, io ero pronto a prenderla di testa, ma il mio attaccante fece un balzo che, nonostante la minore altezza, lo portò sopra di me e tutto ciò mi sorprese. Io colpii di testa lo stesso, con tutta la forza che avevo, ma finii per prendere in pieno la sua mascella. A quel punto si sentì un urlo disumano. L’arbitro fischiò immediatamente il rigore. Era l’ottantottesimo, stavamo sullo zero a zero, quel rigore significava sconfitta. L’attaccante intanto rantolava a terra, dalla panchina subito sopraggiunse il massaggiatore, da come urlava si doveva essere fatto proprio male. Tutti i calciatori intanto si avvicinarono curiosi, l’attaccante urlava e piangeva e allora almeno una controllatina bisognava farla. Io solo me ne stavo distante, sul luogo del delitto, a testa bassa. Da quella posizione, indifferente, guardando l’arida terra battuta del campo, mi accorsi di un brandello rosso di qualcosa, una piccola polpa, come un mollusco. Mi abbassai per esaminarlo. Più che rosso, era violaceo, ma c’era sangue intorno. Ebbene, lo avrete capito, si trattava di un pezzo di lingua. Il cuore prese a battermi forte, lo stomaco a sommuoversi, un qualcosa tra il disgusto e la paura mi si rimescolò dentro e le urla del mio attaccante mi sembravano ancora più strazianti. Fu a quel punto che dagli angoli degli occhi cominciarono a scendere le lacrime, prima lente e rade, poi copiose al punto che dovevo ripetutamente portarvi le nocche delle mani per asciugarmi. Lacrimai tanto, e singhiozzai, e mentre il mio attaccante usciva in barella, compagni e avversari e arbitro mi si avvicinarono per consolarmi, proprio me, colui che ha fatto del male!
Da quella volta sono trascorsi tantissimi anni, tutta una carriera da calciatore si può dire, eppure ne ho un ricordo vivissimo, come una sequenza di immagini in ralenti su VHS.
Da quella volta, quando il mio attaccante è a terra a causa mia, partono da sole le lacrime e io mi devo subito girare con la mano sulla fronte come a coprirmi dal sole, ma ormai lo sanno tutti cosa faccio.

“Cosa fa?”
“L’ho detto, io lacrimo”
“Mmmm…”
“Cosa c’è?”
“Lei usa un termine improprio, e ciò è senz’altro significativo”
“Significativo di che? Volete essere più chiaro?”
“Lei non riesce a usare il termine giusto, che è ‘piangere’, perché lei, di fatto, piange”
“No, non piango”
“E cosa fa allora?”
“Io lacrimo”
“Cosa significa per lei lacrimare? Quale differenza c’è con il pianto?”
“Chi piange è dispiaciuto, penso, però un po’ anche io lo sono: mi dispiace fare male”
“Bene”
“Bene cosa?”
“Ha appena ammesso che anche lei piange”
“No, non è vero! Io non piango!”
“A me sembra di sì”
“Invece no”
“Sì, invece”
“Smettetela!!!”
“Ahi! Ahhhhhhhhhhhhh”
“…”
“Lo sta facendo di nuovo. Mi ha colpito con uno schiaffo e, per il dolore che mi ha provocato, ora piange”
“…”
“Continui a piangere, non si faccia problemi”
“Ma noooo, non piangoooo. Ma voi chi siete poi? Chi vi credete di essere? Non siete uno psicologo, non siete un dottore, siete solo un vecchio giornalista bastardo, di quelli che mi hanno rovinato la carriera dicendo e scrivendo di me che sono ‘lo stopper che si commuove’. Lo avete scritto anche voi, e lo scriverete anche questa volta”
“È vero, lo scriverò anche questa volta. Ma lei lo sa perché sono qui? Le sembra scontato che un giornalista come me, uno che segue coppe europee e mondiali, che intervista i più forti calciatori al mondo, che scrive anche per giornali esteri, dedichi il suo tempo a un calciatore che non è mai andato oltre la serie B?”
“No, perché? Forse perché sono tra i migliori in Italia nel mio ruolo?”
“Si tranquillizzi, lei non è tra i migliori, è uno stopper che sa fare il suo mestiere abbastanza bene, ma ne ho visti tanti molto più forti. Poi i tempi stanno cambiando, il calcio sta cambiando, sono certo che tra qualche anno gli ‘stopper’ scompariranno, ma la rivoluzione non travolgerà solo loro, sia chiaro, anche il ‘libero’ dovrà cambiare la propria fisionomia, dovrà mutare coi tempi, e il nuovo calcio non so se sarà migliore rispetto a quello cui siamo abituati. Di sicuro sarà diverso”
“Ma cosa dite? Voi siete pazzo!”
“Non può capire, ma poco importa. Le spiego invece perché mi interessa uno come lei. Mi interessa, signor Rostagno, perché lei è un ‘soggetto sensibile’”
“Questo me l’ha detto anche lo psicologo”
“E lo ha fatto a giusta ragione. Ciò che invece non le ha detto, è che l’evoluzione della specie ‘calciatore’ non prevede la sopravvivenza di soggetti come lei. Per selezione innaturale, lei è destinato doppiamente a sparire: come ‘stopper’ e come ‘soggetto sensibile’. Il calciatore del futuro non avrà limiti né fisici né emotivi, sarà atleta perfetto e perfettibile, la cui carriera decennale, dai venti ai trent’anni, verrà bruscamente interrotta prima del declino. Il calciatore del futuro sarà tipo Robocop o, meglio ancora, Terminator, l’ha visto Terminator?”
“No, ma che Terminator? Cosa state dicendo? Non vi capisco…”
“Lei non può capire perché è il caso limite, uno stopper tutto concentrato sulla fisicità che, al contempo, subisce impennate di emotività che neanche i bambini oramai hanno più. Lei è il passato, lei è quello da abbattere, lei, grazie a me, sarà ricordato non più come ‘lo stopper che si commuove’, ma come ‘l’ultimo calciatore’”
“L’ultimo calciatore??? Ma voi veramente siete pazzo, uscite di qui, subito! Andate via e non vi permettete di scrivere niente di me che vi denuncio!”


(Rumore di sedia e di porta sbattuta, singhiozzi di pianto, il registratore del giornalista è ancora sul tavolo. Alfonso Rostagno lo prende e lo porta alla bocca. Parla, commosso.)


Io sono uno stopper. Sono il più bravo in serie B. Avessi avuto una possibilità, sarei stato il migliore anche in serie A.
Ho trentaquattro anni, tra pochi giorni inizierò la preparazione per il nuovo campionato, mi sento in gran forma. Questo sarà un grande anno, me lo sento, e sento che finalmente approderò in massima serie.
Io sono un “soggetto sensibile”, ma temo chi non lo è.
Cosa sarebbe l’uomo senza il dolore, la paura e tutti gli altri sentimenti che non sto qui a elencare?
Cosa sarebbe il calcio senza lo stopper?
Al solo pensiero, piango.

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