“Napoli dimenticata entro un oceano di curve diafane, di verdi e molli fianchi, sullo sfondo pennicoli audaci, come sipari sempre tremanti, dietro cui va e viene una moltitudine di anime sottratta al tempo che spense la Grecia, gli Dei, Roma: anime che sanno ancora di tutto questo, e in più di corti spagnole”

Anna Maria Ortese

Domenica, 21 Ottobre 2018 00:00

Ti lasciano diverso

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Succede dopo che hai letto certi libri. Non sei più quello di prima.
Quanto sto scrivendo è parte della mia storia. Della mia vita, insomma. L’ho già detto in altre occasioni: quando avevo poco più di tredici anni mi è capitato di leggere Martin Eden di Jack London. Da lì ha avuto inizio il mio rapporto con la letteratura. Ma non solo come lettore, bensì − e forse in modo quasi ossessivo − come aspirante scrittore. Con quali risultati in termini qualitativi fino a ora non spetta a me dirlo. Sta a chi mi legge giudicarmi.
La vita ha il suo corso. Allo soglie dell’adolescenza non potevo permettermi di dedicare tutto il mio tempo a scrivere. C’era da studiare e, una volta terminate le superiori, non ho potuto sottrarmi al mio dovere di essere d’aiuto alla famiglia cercandomi un lavoro. Nel tempo libero, tuttavia, ero chino in buona parte sulla Lettera 22 che mi aveva regalato mio padre.

I miei primi scritti, che per iniziare speravo un giorno o l’altro non lasciassero indifferenti coloro ai quali, per lo più amici, li davo da leggere.
E intanto divoravo un libro dopo l’altro. Diversi gli scrittori che mi attraevano. Ernest Hemingway e Cesare Pavese tra i tanti, ma non solo.
A quell’età non avevo ancora messo a fuoco cosa può spingere una persona a leggere ma soprattutto scrivere, se non il puro piacere di farlo. Col passare del tempo mi veniva da pormi delle domande: l’ambizione di rendermi famoso? Magari col tempo riuscire a fare soldi? O che altro?
È il percorso della vita che poi s’incarica di portarti a prendere in considerazione il tuo rapporto emotivo con la gente, e quale mezzo poteva più di altri aiutarti in quel senso se non un libro? Cominciavo a vivere situazioni che mi mettevano nella condizione di avvertire che prima o poi tocca a tutti sentirsi soli. Dunque, è la letteratura che ti aiuta a mitigare il senso di solitudine. Sì, mi andavo convincendo che tra le pagine di un libro che hai scritto o letto c’è quanto tocca nell’intimo. E quando raggiungi questa convinzione continui a leggere e scrivere. Non te ne stacchi più.
Ho cominciato a pubblicare sul giornalino scolastico. Quanto è bastato per rendere più stretto il mio rapporto con la scrittura.
Da allora non ho mai smesso. Mentre gli anni passavano.
E mi sono fatto una famiglia. Intanto pubblicavo racconti qua e là su alcuni giornali. In attesa di trovare un editore.
− Sei un dirigente d’azienda ad alto livello, non ti pesa passare ore e ore della notte a scrivere? − mi ha chiesto un giorno mia moglie Laura.
− No. Al contrario mi stimola sempre di più a non essere passivo sul piano esistenziale. E poi, ti dirò: presto comincerò a pubblicare sul web. C’è un magazine che fa al caso mio, sono già in contatto.

Ora i miei racconti vengono puntualmente pubblicati. Sento attrazione per “La Realtà e per l’Altro, per la Vita Quotidiana e scrivere per la Gente Comune”, come dice Filippo La Porta, critico letterario militante.
L’idea di frequentare corsi di scrittura creativa non mi ha mai sfiorato. Il tempo mi ha dato ragione, mi è bastato impegnarmi a scrivere per tentare di capire come avviene il processo creativo. E sono giunto alla conclusione che non è una fonte di luce che si accende quando meno te l’aspetti o una impercettibile elaborazione mentale. La creatività ti accompagna inconsciamente, ma di sicuro è legata a fatti di vita che magari al momento non hai ben percepito mentre di fatto si insinuavano nel tuo essere, nel tuo sentire.
Ho pubblicato anni orsono un solo libro cartaceo composto da nove racconti brevi, e ancora oggi mi sento attratto − per quello che scrivo − dal fascino della narrazione che esprime la sua efficacia nell’essenziale.
Confesso tuttavia che l’idea di scrivere un romanzo non mi ha mai abbandonato. E qui il rapporto con la creatività mi porta a riflettere sulla necessità di programmare lo sviluppo dell’opera. Che è cosa alquanto diversa dal seguire lo sviluppo mentale ed emotivo di una short story.
Ne parlo con i miei due figli, giornalisti affermati e quindi portati a capire la scrittura. È da tempo che insistono perché mi impegni in un romanzo. 
Non fosse altro perché resterebbe nel tempo a venire come il segno più corposo della mia attività letteraria.

Viviamo tempi in cui la pubblicità si è insinuata nella cultura popolare e i media ne sono l’elemento trainante, in quel contesto la tv fa la sua parte, tutt’altro che secondaria, viene così sottratta in gran parte all’arte letteraria larga parte del terreno dal quale trarre lo spunto per storie di vita che in qualche maniera non siano già state diciamo così raccontate a un pubblico ormai di massa, a fini materialistici. Di tutto ciò sono convinto e sono consapevole che scrivere un romanzo oggi è molto più difficile e in un certo senso più rischioso che in passato. Ciò che negli anni Sessanta, a esempio, era alla portata degli scrittori per sviluppare storie di personaggi realmente esistiti, può apparire nella narrazione odierna come una copia di quanto ogni giorno viene proposto in un campo che nulla ha a che fare con l’arte creativa.
Scriverò un romanzo, dunque? Sì, lo farò. Ma dovrò fare attenzione a non confondere l’arte con la semplice riflessione. La letteratura non può, non deve sottostare a limiti perché la sua natura si fonda sulla libertà di esprimersi.
Evitare la ridondanza sarà il principio che mi dovrà guidare nella stesura del romanzo. Al tempo stesso mi vengono alla mente romanzi di grandi scrittori dove il tema di fondo li ha portati a tornare più volte sull’essenza della trama per renderla il più espressiva possibile, ciò che mi costringerà a prendere, sia pur con cautela, le distanze dalla concisione che mi ha sorretto nel dare vita ai miei racconti. Ne parlo con i miei figli.
− Certo, papà, evitare il superfluo non ti sarà difficile − mi dice Massimo, oggi filmaker portato all’essenziale nei suoi lavori.
− Ci sono tuttavia particolari apparentemente, ma solo apparentemente, poco significativi che hanno in sé una funzione di non trascurabile valenza che in certi casi vanno sviluppati con varietà espressiva su un medesimo aspetto della storia senza il timore di essere ripetitivi − replica Andrea, capo Ufficio Stampa della più un’importante filiera del nostro Paese.
Tornando all’ispirazione. Mi impongo di astenermi dal proposito di fare le cose presto e bene. Meglio procrastinare fino a quando in un momento inaspettato mi sento di dare inizio alla scrittura. Del resto, nel mio intimo sicuramente linee narrative si stanno facendo percepire, sia pur non del tutto definite nei particolari.

È passato quasi un mese. Il primo capitolo del romanzo è in fase relativamente avanzata. Ho dovuto tuttavia sospenderne lo sviluppo.
È mancata Laura. Il vuoto.
Due mesi a Bali per non cadere in depressione dove si è trasferito Massimo e famiglia. A qualcosa è servito, se non altro a farmi tornare la spinta per riprendere la stesura del romanzo, nella speranza di evitare ricadute del mio stato d’animo.
Nel frattempo ho ripreso a leggere. Un aiuto anche quello. Adesso ho tra la mani Il ramo spezzato scritto da Karen Green, moglie di David Foster Wallace. Si tratta di “Uno dei più straordinari connubi tra amore e perdita che vi possa capitare di leggere”, per dirla con George Saunders, scrittore e amico di Wallace. In quest’opera d’arte, parlando del marito Karen Green non lo chiama mai per nome.
Nei miei giorni senza Laura questo libro, pur nella sua tragica durezza, mi aiuta a trovare la forza di conservare con serenità il mio ideale rapporto con mia moglie. È umanamente comprensibile.
Ancora una volta, e ora lo sto sperimentando di persona, la narrativa svolge il suo supremo ruolo di forte sostegno.
Tornato a Milano, dopo qualche giorno di disorientamento, ritrovo la presenza spirituale di Laura nel volto dei nostri figli con mogli, dei nipoti. Della grande famiglia di cui lei è stata e resta l’anima creatrice.
L’arte letteraria in soccorso, anche gioioso se vogliamo, di chi deve affrontare le sofferenze della vita.

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