“I pomeriggi che ho passato a giocare a pallone sui prati di Caprara sono stati indubbiamente i più belli della mia vita”

Pier Paolo Pasolini

Sabato, 13 Ottobre 2018 00:00

Il fragore del silenzio (Terza parte)

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... I miei occhi erano ancora all’altezza di quelli dell’anziano canuto, fin quando delle due sagome rimase solo una lieve traccia. Poi il mio sguardo venne attratto dalla sofisticata acconciatura di lei. Si trattava di un tre quarti, forse degli anni trenta del Novecento. Una donna matura dai tratti piuttosto decisi e vivaci, mora, con i capelli raccolti in diverse trecce che terminavano annodate sulla nuca, e con qualche etereo, sottile boccolo lasciato sciolto ad incorniciarle il viso. Una di quelle ciocche iniziò ad ondeggiare lieve al sospiro del vento, dipartendosi da un volto improvvisamente ringiovanito, mentre le note di Satie sfumavano in quel soffio e tutt’attorno ai boccoli il colore dell’aria virava rapidamente nello scurissimo bleu della notte...


... “sei sicura di non voler restare?”.
“No, cara. Ti ringrazio, è stata una giornata bellissima, ora però sono stanca, voglio coricarmi nel mio letto”.
“Ti faccio accompagnare da Mario”.
“Non ti preoccupare, posso andare da sola”.
“Non ti permetto assolutamente di infilare i piedi nella neve a quest’ora!” disse Franca trattenendo teneramente la sua migliore amica.
Anna salì con un po’ d’ansia su quella rumorosa ed apparentemente instabile vettura, la quale non riusciva ancora ad ispirarle fiducia. Almeno non avrebbe preso freddo. In quei giorni le temperature si erano lievemente rialzate e la neve era in gran parte sciolta. Lei e l’anziano marito di Franca, il quale aveva ben venti anni più della sua amica ed era stato uno degli ultimi a rientrare dal servizio bellico, sfrecciarono agevolmente lungo le curvose stradine del paese. Mario era un vero galantuomo, l’accompagnò sino alla porta e le fece il baciamano, ringraziandola ancora di aver partecipato al ricevimento per il compleanno della moglie e dandole la buonanotte. La giovane donna riapparve sull’uscio della desolata casina. Subito, con uno dei fiammiferi lasciati appositamente sul mobiletto accanto all’ingresso, accese la lampada ed andò a poggiare il pacchetto con la torta che le avevano messo da parte perché potesse consumarne ancora, una volta tornata a casa. Ravvivò un poco i miseri rimasugli di legna nel fornetto della stufa e li fece cadere nel braciere, chiudendolo poi con il suo coperchio. I rimanenti tizzoni si sarebbero andati via via spegnendo durante la notte. Dalla cucina passò quindi nella modesta ma gentile camera da letto, arredata con i mobili di un legno dal colore caldo. Erano stati costruiti con tanta cura da suo zio, come regalo di nozze per lei ed Antonio. Infilò il braciere molto in fondo, ai piedi del letto e, aspettando che le gelide lenzuola si riscaldassero, cominciò a spogliarsi. Si tolse dapprima il pesante scialle di lana scuro che le avvolgeva le spalle. Quindi sfilò la giacchetta che si era fatta a corredo di quel vecchio abito elegante simile al colore della ruggine ma un po’ più scuro, che era stato di sua sorella maggiore e che le sue abilità sartoriali le avevano permesso di vivacizzare con un accorto rimodernamento.
Mentre si denudava guardò un’ultima volta il proprio riflesso allo specchio e fu contenta di vedersi acconciata da gran signora. La sofisticata acconciatura che la mattina le aveva pazientemente realizzato la buona comare Giuseppina, era veramente bella. Alcune forcine per capelli, un bel fermaglio ed un po’ di quella lacca che aveva portato con sé avevano creato sulla sua testa un’architettura degna dei migliori saloni di bellezza cittadini. Se Antonio avesse potuto vederla aggiustata a quel modo gli sarebbero brillati gli occhi dalla commozione. Scacciò subito l’amarezza di quel pensiero. Levò le pesanti calzature invernali dalla suola rinforzata e pensò di tener su quei collant un po’ vecchi, per fortuna non ben visibili sotto la lunga e stretta gonna dell’abito, per isolare le gambe dal freddo di quelle ultime settimane d’inverno. Il tempo sembrava essere volato via e così erano già passati tutti quei mesi dal termine dell’orrendo conflitto, ma il gelo prolungava quella oscura sensazione di guerra. Indossò le calze di lana e fece scivolare la vestaglia da notte sulla liscia sottana che ben si adattava alle morbide curve del suo corpo. Dopo aver tolto alcune delle forcine ed il fermaglio, riponendole delicatamente nel suo piccolo vasetto di porcellana, si strofinò via quel velo di rossetto vermiglio che le aveva prestato Franca con un fazzoletto inumidito e fece lo stesso con quel po’ di polvere rosata che lei le aveva apposto sulle guance. S’infilò, ancora una volta da sola, nel loro candido letto. Il pensiero che l’indomani avrebbe potuto riassaporare ancora un po’ di quell’ottimo dolce, oltre alla solita minestrina di patate, era almeno un po’ confortante. Riuscì ad addormentarsi abbastanza presto anche grazie al familiare tepore emanato da quel suo personale e salvifico braciere. Prima di dedicare, come ogni sera, l’ultimo pensiero al suo dolce sposo, rivisse gli istanti che aveva passato in quella giornata insieme alla sua cara amica ed ai parenti di lei.
A parte qualche anziano congiunto della ricca famiglia di Mario, più algido ed austero nei confronti delle amiche povere di Franca, erano stati tutti molto gentili. La tavola fu imbandita per venti persone. C’erano anche le loro due più strette compagne: Emma, insieme al marito, e la più piccola Livia, che non si era ancora fidanzata ed era stata accompagnata dal fratello maggiore.
Avevano persino ballato un po’ tra loro sulle note dei valzer che fluttuavano nella stanza, instillate dall’elegante grammofono. Tutti gli arredi in quella grande villa di pietra erano di lusso ed all’ultima moda. Nella famiglia del marito di Franca erano sempre stati grandi proprietari terrieri. Mario si occupava soprattutto di due importanti vigne che si trovavano da quella parte dei suoi terreni vicina alla costa. Le avevano detto che per arrivarci con la nuova vettura ci voleva soltanto poco più di un’ora, partendo dal paese, e l’avevano già invitata a visitarla con loro la prossima estate, quando avrebbero potuto approfittarne per fare anche una breve gita al mare. Avevano parlato molto di queste cose durante il pranzo, ma non si ricordava quante bottiglie di vino la loro ditta producesse ogni anno. In ogni caso ad Anna era sembrata una cifra impressionante. Il pasto era stato abbondantissimo, pieno di ogni tipo di portata. Nel tardo pomeriggio, oltre al caffè ed ai biscotti, i camerieri avevano persino servito un gustoso gelato al sapore di crema ed un altro al cioccolato. Infine ci fu la torta, una grandissima millefoglie che Mario aveva fatto recapitare direttamente dai fattorini della celebre pasticceria napoletana che aveva aperto da poco in città. Quel giorno finalmente Anna aveva sperimentato su di sé l’appagante senso di sazietà di cui così poche volte, specie in quegli ultimi tempi, aveva avuto esempio. Pensò che in effetti quello non era stato meno rilevante di tutto il resto della speciale giornata e che riabituarsi alla quotidianità di fagioli e patate già sarebbe stato molto problematico. Quando i servitori avevano condotto al tavolo, man mano, una pietanza dietro l’altra, le sorprese sembrava non finissero mai. Sagne caserecce, vassoi pieni di scampi saltati in padella e di merluzzo accompagnato con varie salse, fra cui quella di maionese, che era per lei una novità e che le piacque molto. C’erano anche frutta e verdura, in abbondanza. Ma soprattutto quei deliziosi cosciotti di pollo e l’agnello arrosto le erano sembrati degni di nota. Aveva saltato solo le patate che vi si accompagnavano, semplicemente perché di quelle non ne poteva davvero più. Una cosa che non si sarebbe aspettata è che ad certo punto venisse il fotografo a scattare i ritratti agli invitati. Franca le disse che presto le avrebbe portato il ritratto di loro due, l’una accanto all’altra.
Ma la promessa che l’amica le aveva fatto già tempo addietro l’aveva commossa più di tutto. Le aveva giurato che quando Antonio sarebbe tornato in paese avrebbe allestito in suo onore una cena degna di un principe. Anna pregava ogni giorno perché quel ritorno fosse sempre più vicino, mattina e sera. Si svegliò soltanto una volta durante quella notte. Aveva il naso e la fronte molto freddi. Allungò la mano verso il cassetto del marito e prese il suo cappello di lana. Dopo averlo stretto fra le mani per un istante lo infilò in testa e cercò quindi di riprendere sonno il più velocemente possibile. Un’altra mattina era sorta sul silenzioso villaggio. Anna osservava la cenere ancora leggermente fumante dentro al braciere aperto. Nonostante fosse passato così tanto tempo quella vista continuava ad incuterle sempre un po’ di timore.
Oramai era abituata ad utilizzare quei mezzi per scaldarsi. Altrimenti sarebbe, con ogni probabilità, letteralmente morta di freddo. Non poteva però evitare di tornare spesso, con la mente, a quel giorno di moltissimi anni prima, quando aveva visto la loro sorellina minore ustionarsi per aver giocato con i tizzoni ardenti. Era accaduto in un brevissimo atto di distrazione del suo sfortunato padre, il quale, in quel periodo, era già vedovo da un bel po’ di tempo. In quel momento lei era allettata a causa di una forte influenza e stava dormendo, mentre l’altra sorella, Ernestina, era già maritata e non viveva più con loro da parecchio. Anna aveva riaperto gli occhi a causa delle grida di Concetta, unica sopravvissuta delle due gemelline, Carolina era infatti morta poco dopo la nascita per una malformazione cardiaca. La piccola si era avvicinata così tanto al camino che il lembo della sua camicia da notte aveva preso fuoco. Appena ripresasi da una notte trascorsa in preda ai deliri della febbre, Anna, che aveva percepito confusamente l’accaduto, aveva cercato di gridare con tutte le forze il nome del padre, il quale era accorso in tutta fretta dalla cantina ed aveva spento le fiamme soffocandole con la vecchia coperta del suo letto. Sua sorella avrebbe portato le cicatrici sulla gamba e sulle manine per pochi altri anni ancora. Un destino crudele, dopo averla salvata una volta, aveva deciso di rubarla alla vita durante l’epidemia di scarlattina. Non molto tempo dopo anche suo padre, prematuramente invecchiato per una grave debolezza polmonare, se n’era andato via, lasciando sole la povera Anna ed Ernestina. Era stata la sorella maggiore a farle da madre, finché non aveva dovuto emigrare assieme al marito. Non si vedevano da due anni e non era neanche potuta venire al suo matrimonio, a causa di gravi problemi di salute del coniuge, i quali si erano poi, per fortuna, risolti. Le era rimasto, in paese, solo il vecchio zio scapolo, Luigi il falegname. Lui le voleva bene e l’aiutava ogni qual volta ne avesse la possibilità. Nei mesi in cui era rimasta sola aveva comunque potuto fare tesoro della propria precoce indipendenza. Il lavoro da sarta riusciva però a malapena a sfamarla: per una donna sola con il marito in guerra i tempi erano molto difficili. Molte altre si trovavano nelle sue medesime o in simili condizioni, ma questo non era di consolazione per nessuno. Anche quella mattina Anna ripeté i gesti che faceva ogni santo giorno: riempì la bacinella con la glaciale acqua della brocca, lavandosi energicamente il viso e le mani con il pezzetto di sapone rimastole, quindi indossò il suo solito abito pesante e si mise a rassettare la stanza. Vide con sollievo che il cielo era quasi totalmente libero dalle nubi e pensò che ormai il pericolo di ulteriori nevicate si stava allontanando sempre di più. Se avesse continuato così per un’altra settimana non c’era dubbio che la primavera si sarebbe cominciata a far sentire.
Dopo essere andata a far visita alle due sofferenti galline rimaste nel minuscolo pollaio, tornando ancora una volta a mani vuote, ricominciò a lavorare all’uncinetto, sperando che in cambio di quella maglia la signora Amelia le avrebbe dato della salsiccia e non altri inutili tuberi. Quando, dopo un po’, lo stomaco le cominciò a brontolare leggermente, iniziò a canticchiare, senza la minima stonatura, una vecchia melodia. Quello costituiva un metodo quasi sempre efficace. Era consapevole del fatto che fosse rimasta soltanto una patata in pentola, ma perlomeno a cena avrebbe avuto la fortuna di rimangiare quella deliziosa e nutriente torta. Cercò di scacciare dai suoi pensieri l’immagine di quelle succulente portate del giorno precedente, per non torturarsi. Durante il lavoro i minuti passavano sempre in fretta e l’ora di pranzo si appropinquava ancor prima di quello che ci si aspettasse. Ad un certo punto un pallido ma piacevole raggio di sole illuminò i capelli sciolti della fanciulla, che conservavano ancora in parte la forma del giorno prima.
Anna non poteva saperlo, ma ogni volta che se ne stava lì da sola, accanto alla finestra, a riparare qualche calzone, a cucire, a stringere l’abito di una propria compaesana o a rammendare le sue cose, era solita assumere sempre una spontanea ed aggraziata aria assorta. Dopo un po’ le sue dita spedite lavoravano autonomamente, senza che lei dovesse stare troppo a pensarci. E intanto la sua mente vagava in altri luoghi. A volte sognava del volto oramai annebbiato di sua madre, che se n’era andata in cielo quando lei aveva solo quattro anni, o dell’espressione malinconica di suo padre, che però era sempre pronto a sorriderle quando entrava nella sua camera al mattino, per salutarlo ed aiutarlo a mettersi gli stivali. Ma si ricordava anche delle ghirlande di fiori che era solita intrecciare da ragazzina, della banda musicale il giorno della festa, dei pomeriggi trascorsi con i suoi piccoli amici a giocare a nascondino fra i campi. Ogni tanto ripassava nella sua testa le parole e le lezioni che le avevano insegnato in quei pochi anni di scuola che la sua famiglia le aveva potuto garantire. Di tanto in tanto, quando l’inchiostro e la carta erano reperibili, amava scrivere semplici ma appassionate lettere alle amiche che avevano dovuto trasferirsi lontano per seguire le proprie responsabilità familiari. Ne riceveva sempre risposte sentite ed accorate espressioni d’affetto.
A qualsiasi cosa pensasse, sembrava comunque avere sempre l’intelligenza negli occhi, in quegli attraenti occhi profondi che riuscivano ad armonizzarsi adeguatamente con il naso, nonostante questo avesse una lunghezza un po’ eccessiva rispetto al definito ovale del viso. Talvolta, in simili momenti, le scure labbra carnose si serravano nella concentrazione, a perfetta chiosa del bruno incarnato della sua pelle. Quella mattina, d’improvviso, una strana sensazione le fece bloccare il lavorio ed alzare lo sguardo. Il rumore di lontani passi sulla strada sassosa. La forte agitazione la spinse ad alzarsi; infilò immediatamente lo scialle e corse all’esterno della casa, lasciando la porta spalancata. Si fermò a scrutare l’orizzonte sul retro della sua modesta proprietà, accanto al giovane alberello che lei ed Antonio avevano piantato. Il suo viso si corrucciò nella morsa della tensione. Ma, ancor prima che un desiderato senso di gioia potesse anche solo sfiorarle il cuore, trattenuto con forza in attesa di una piccola prova, di un piccolo segno, tutti i sensi ripiombarono nel greve ed oramai continuo stato di attesa. Di nuovo un falso allarme: si trattava solo di un vecchio contadino che stava tornando dalla propria terra, con la zappa distesa sulle spalle. Anna rincasò, cercando di non adirarsi e di non lasciarsi sopraffare dalla disperazione. Le sue guance erano arrossate e gli angoli della bocca le tremavano. Stava lottando contro tutte quelle impietose lacrime che spingevano per uscire. Poi, per fortuna, la voce di Nina la distrasse da quell’insopportabile stato d’animo: “Ciao Anna! Sono passata a portarti una piccola focaccia di grano... va tutto bene tesoro?”.
La ragazza guardò l’amica che era molto più grande d’età. Lei aveva perso il marito in guerra un anno prima e l’avevano informata ufficialmente. Oramai solo Antonio, tra gli uomini del paese, risultava ancora disperso.
“Nina! Grazie cara, avete fatto bene a passare...”.
“Stavi piangendo?”.
“Oh no, no! Assolutamente! Mi sento solo gli occhi un poco irritati”.
Nina finse di crederci e, poggiando il pane avvolto nel fazzoletto sopra al mobiletto all’ingresso, le disse: “Tieni! L’ho fatta stamattina”.
“Aspettate un attimo che anch’io ho una cosa buona per voi”.
Affermò Anna dando le spalle all’amica, un po’ intenta a ricomporsi, un po’a svolgere il nodo apposto sul sacchetto in cui c’era la fetta di torta.
“Guarda qui quanto dolce mi ha dato Franca ieri...”.
Non avendo preparato lei il pacchetto rimase alquanto sorpresa da quello che vi trovò dentro: il volume non era occupato solo da due grossi tranci della torta avanzata. Senza dire niente all’amica, Franca le aveva messo anche una consistente quantità fra costolette di agnello e cosce di pollo. Erano abbondanti anche per due persone. Lì per lì Anna si turbò un poco per quel gesto, non voleva che le si donasse più del necessario, tuttavia sapeva che lei lo aveva fatto solo per il grande sentimento d’amicizia che nutriva nei suoi confronti e ne sorrise. Si girò e, apparentemente tranquillizzata, chiese a Nina se avesse già pranzato.
Un po’ perplessa, la donna le rispose: “Sì cuore mio, non ti preoccupare. Mi sono mangiata quasi un'altra focaccia come quella”.
“Tutto qui? andate a chiamare vostro figlio allora, siete miei ospiti!”.
“Come? Ma io Pieruccio l’ho portato ieri dalla zia, non c’è”.
“Peccato. Ma se volete conservarvi qualcosa per quando torna, qui ce n’è abbastanza per tutti e tre...”.
Le disse Anna scostandosi dal piccolo tavolo e mostrando alla donna tutto quel ben di dio.
“Uh madre santa! Che meraviglia, Annina mia. Tu e Franca siete una più cara dell’altra!”.
Mangiarono insieme con gusto, concedendosi anche qualche bicchiere del vino sapido che riportavano in paese dalle colline scoscese sul mare; nella dispensa non mancava mai qualche bottiglia di riserva. Dopo aver passato tutta la mattinata a preparare il suo orticello in vista della primavera, Nina, che stava letteralmente per svenire dalla fame, poté finalmente mettere nello stomaco qualcosa di più concreto che un tozzo di pane. Le due donne restarono per un po’ sedute a tavola a chiacchierare, sembrava che in un attimo la giornata si fosse, almeno un pochino, ripresa. Un paio d’ore più tardi Nina la abbracciò e tornò a casa con in mano un piattino coperto, sotto cui si celava una delle due fette di torta. Anna aveva tanto insistito perché la prendesse, affermando che per lei una fosse più che sufficiente. La gentilezza di Franca le aveva permesso, a sua volta, di compiere una buona azione. Vedere il pallido viso di Nina riprendere colore davanti ai suoi occhi fu forse una piccola cosa, ma bastò a ritemprarle, anche se debolmente, lo spirito. Il serio problema del cibo si sarebbe ripresentato il mattino seguente, come sempre. Per il momento doveva ringraziare il cielo per avergli donato quelle due giornate prive dei morsi della fame. Del resto non poteva fare molto altro. Si alzò lentamente da tavolo e ripulì le stoviglie nel piccolo lavabo. Dopo poco la ragazza aveva già ripreso il lavoro interrotto in mattinata, accanto al davanzale della finestrella. Ricominciò ad estraniarsi da quei movimenti ripetuti automaticamente, mentre agguantava un piccolo centrino bianco a cui restava molto poco per potersi considerare completo. I pensieri, stavolta, tornarono subito a rivolgersi a suo marito. Non importava dove fosse in quel momento, non le importava di quel che dicessero gli altri, né che tutti loro pensassero che lui aveva perso la vita in battaglia. Anna non aveva la benché minima intenzione di arrendersi così presto, almeno non finché non avesse ricevuto notizie assolutamente certe. Lì, seduta a lavorare ed a scrutare al di là dei sottili vetri, fin oltre l’orizzonte, avrebbe continuato ad aspettarlo, sino a quando non l’avrebbe visto camminare in lontananza, diretto verso la loro casetta.
Era sicura che l’avrebbe guardato avvicinarsi con il suo elmetto in testa, con la sua divisa logora, tanto provato ma così tanto felice di ricongiungersi a lei, di tornare ai suoi amorevoli abbracci pieni di riconoscenza per quella promessa non infranta. Cullandosi sulle dolci onde di quei bramati attimi che per il momento esistevano solo nella sua testa, lei aveva imparato a ritrovare la forza del proprio animo.
Semmai la nostalgia ed il potentissimo desiderio di tornare a quella sua semplice ed amata vita da sposata, e quella che una guerra ormai finita tentava ancora di strapparle, si impossessavano di tutto il suo essere facendola cadere nella trappola delle illusioni che possono alla lunga distruggere lo spirito, Anna sapeva come scuotersi, come tornare alla realtà. Bastava solo che pensasse a resistere, che trascorresse le dure giornate facendo del suo meglio per tirare avanti in modo dignitoso e, con un po’ di sforzo, sufficientemente sereno. Ripensò all’abbraccio di Antonio il giorno che era dovuto partire ed alla promessa che le aveva fatto, di tornare da lei. Voleva continuare a credergli. Per quanto potesse sperimentare la solidarietà della gente, per quanto potesse ritardare la sua miseria con rari momenti di fortuna, era ormai conscia del fatto di non poter essere una donna felice, non in quelle circostanze. Ma Anna sapeva che il dovere al quale non poteva sfuggire, in ogni caso, era quello di portare avanti la pesante matassa del tempo da sola, sulle proprie spalle, finché il momento tanto atteso non sarebbe giunto, sia che fosse stato l’arrivo della più temuta delle verità o la miracolosa realizzazione del suo più grande sogno...




(continua...)




leggi anche:
Roberta Andolfo, Il fragore del silenzio (Prima parte) Il Pickwick, 15 settembre 2018
Roberta Andolfo, Il fragore del silenzio (Seconda parte) − Il Pickwick, 30 settembre 2018

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