“La sua vita fu un gomitolo di illuminazioni e di sbagli”

Il'ja Grigor'evič Ėrenburg, su Marina Ivanovna Cvetaeva

Domenica, 30 Settembre 2018 00:00

Il fragore del silenzio (Seconda parte)

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Mi avvicinai alla parete di loculi sospesa nella nebbia, al di sopra di quelle fosse che si datavano a non più di un secolo prima, ma avevano l’aria di appartenere a tutt’altra epoca. Il muro bianco dava le spalle alle strutture in vista del cimitero, che affacciavano sulla parte interna, verso il viale di cipressi. Il posto non godeva dello stesso livello di manutenzione della zona più nuova, si vedevano alcune crepe sparse qui e lì lungo gli spazi fra le lastre di marmo e talvolta anche sulla superficie delle stesse. C’era qualche pianta rampicante. Pensai che quell’angolo per così dire “ameno” fosse degno argomento del più evocativo dei racconti d’ispirazione romantica, e decadente.

Il fatto che ci si trovasse in un luogo di sepoltura non avrebbe comunque aggiunto nulla alla severità ed all’atmosfera di saggia e conturbante nostalgia che la descrizione letteraria di quel giardino avrebbe potuto descrivere. Sarebbe sembrato in ogni caso un luogo del ricordo, poiché era l’aria che si respirava a suggerire sentimenti di un certo tipo. Ma su quella parete la suggestione già potente delle povere croci affidate al terreno era incanalata in percorsi più specifici, attraverso la presenza di un numero maggiore di sbiadite fotografie. Ci si trovava dinanzi ad immagini così lontane che alcune di esse sembravano ancora dagherrotipi. Estrapolai qualche particolare da quel generico quadro. Con mio stupore trovai una data di morte che risaliva persino agli anni quaranta dell’Ottocento; si riferiva ad un signore senza ritratto, deceduto poco prima della mezza età. Ovunque erano visi duri, dall’espressione ferma e seria che, come ci si può aspettare, non dava spazio a larghi sorrisi, ma solo all’integrità di un mondo senza sconti, in cui anche la serenità era vissuta con la stessa degna deferenza riservata ai momenti tragici. Alcuni dei ritratti maschili avevano cappelli, barba lunga e favoriti. Tra voluminosi baffi, boccoli, ed acconciature di donne, appuntate da grandi fermagli o delicati intrecci di fiori, il mio sguardo si posò sull’immagine di un uomo piuttosto anziano, dal viso affabile e gentile. Aveva ben pochi capelli in fronte, con ciuffi sparsi sulle orecchie, un viso lungo ed un po’ scavato, dagli zigomi pronunciati. La parte inferiore della sua faccia era completamente coperta da vigorosi baffi congiunti ad una barba foltissima e lunga. D’istinto posai le dita sul vetro che ricopriva la piccola effige di quel volto, scostandone con l’indice ed il medio un bianco, denso filo di ragnatela, per poterlo osservare meglio. La mia mente si svuotò mentre apparivano lontane e mute immagini, presto sempre più vicine, nitide, fluttuando leggere nella mia testa, finché una di esse non si svolse come fosse un tangibile velo, saturando dei suoi particolari tutto il mio campo visivo ed invadendolo con la perentorietà di un sogno impressionantemente realistico...
... “Vincenzo! Vincè!”.
Chiamava Caterina a squarciagola, sbracciandosi in direzione del marito. L’uomo si voltò e la vide scendere saltellando come una ragazzina, lungo il breve sentiero che portava nell’assolato avvallamento dentro cui coltivavano il loro orticello. Osservandola mentre si avvicinava a lui, Vincenzo si sentì rallegrato, ma subito avvertì farsi strada dentro di sé una sincera preoccupazione per lo stato di salute della moglie. Immediatamente la redarguì, in tono non troppo severo: “Caterina bella non mi far preoccupare, devi stare attenta! Non sei una bambina! Dimentichi di avere la pancia?”.
La sua mano le accarezzò dolcemente la curva del ventre ancora non molto pronunciata.
“No, non sono una bambina ma sto bene, Vincè”.
Le disse Caterina con un sorriso ed aggiunse in fretta “oggi mangiamo assieme, t’ho portato un sacco di belle cose”.
I due si avviarono lungo la costa d’ombra vivacemente increspata al di sotto delle foglie dei piccoli fusti, allineati con ordine. Si fermarono nel punto in cui Vincenzo aveva posizionato una accanto all’altra due grandi pietre bianche, abbastanza regolari e compatte da potercisi sedere sopra. L’uomo impuntò la zappa nel terreno, mentre la sua signora sollevava lentamente il cesto che aveva poggiato sulla testa e l’adagiava al suolo, accomodandosi i due fazzoletti di stoffa che le fasciavano il capo; nel frattempo Vincenzo scioglieva il panno posto a proteggere le vivande. Il sole primaverile era molto forte, ma la temperatura ancora mite, sicché si poteva godere veramente di un piacevole tepore, all’ombra di quelle piante. Vincenzo sentiva già arrivargli l’acquolina in bocca, mentre lo stomaco vuoto borbottava per la fame. Sciolse il filaccio che teneva ben stretto il coperchio alla pentola ancora abbastanza calda, scoprendone una profumatissima zuppa di ceci teneri e pane raffermo, con un po’ di rosmarino, ed andò a riempire la piccola fiaschetta al rivoletto d’acqua di fonte che scendeva fra i sassi, poco distante dagli alberelli. Si divisero la zuppa nelle due piccole scodelle di terracotta e la divorarono. Mangiarono un po’ del tozzo di pane avvolto in un altro tovagliolo e Vincenzo assaporò la piccola borraccia di vino che la moglie aveva portato solo per lui, dato che era intenzionata a dare ascolto al dottore il quale, sceso in paese la settimana precedente ed interpellato dalla donna, si era raccomandato molto sul fatto di dimenticarsi per un bel po’ del vino, possibilmente anche durante la prima fase dell’allattamento.
Terminarono il pasto ingerendo un pezzetto di buon formaggio di montagna avanzato dall’ultima volta che la cugina di Caterina, moglie di un bravo allevatore, aveva loro portato in omaggio assieme ad un bel gruzzoletto di frutta secca. Si sentirono entrambi profondamente sollevati dalle dure fatiche che avevano affrontato in mattinata. Stettero per un po’ seduti sui confortevoli, per quanto rudimentali, sedili, osservando in silenzio il leggero venticello che solcava le loro coltivazioni e le delicate pianticelle germogliate di recente. Per quanto mancassero ancora un paio di mesi abbondanti, a Caterina parve di presentire il profumo d’estate nell’aria e questo le fece sorgere sulle labbra un compiaciuto sorrisetto, quello di chi conosce i propri luoghi e le proprie cose, insieme alla pregustazione delle sere calde senza un soffio di vento, durante le quali era così piacevole fare una passeggiata per il paese e poi andarsi a coricare stanchi per il lavoro della giornata, ma gradevolmente intorpiditi e soddisfatti. Vincenzo si alzò dopo aver pizzicato infantilmente la guancia della moglie e continuò per un altro paio d’ore il lavoro che aveva già abbondantemente compiuto quella mattina. Caterina si assopì poggiandosi con la schiena al sottile tronco che aveva alle spalle.
Fece dei brevi sogni e durante uno di questi incontrò le solite amiche al vecchio lavatoio in pietra vicino al bivio, al confine del paese. Insieme sbattevano dei candidi ed ampi cenci, forse delle lenzuola, e canticchiavano allegramente, come sempre nei momenti in cui avevano sì da lavorare, ma con la fortuna di potersi fare compagnia a vicenda. Il sole era molto forte e ad un certo punto, quasi accecata dalla luce, Caterina vide sbucare dal retro del fontanile Lisetta, vestita con una gonna color di sacco, a vita molto alta, ed una camicia di flanella con le maniche rimboccate. Aveva anche un grembiule bianco sul davanti, lungo poco meno della gonna. Era radiosa e portava raccolti quei folti capelli neri che altre fra le donne più meschine tanto le invidiavano e per i quali forse addirittura l’avrebbero voluta maledire, con un paio di ciocche inanellate che le scendevano sulla spalla e l’immancabile cesto dei panni da lavare in bilico sul capo. Con suo grande stupore e ad un tempo con gioia, vide Lisetta avanzare verso di lei, inginocchiandosi al suo fianco, facendosi posto fra le altre ragazze e rivolgendole un largo sorriso, prima di cominciare a ripulire il suo bucato. Caterina si era fermata un attimo e le aveva detto: “Lisè, ma tu qui stai?”.
“Si Caterì, perché me lo chiedi amore mio, non vedi che mi sono venuta a mettere proprio qui vicino a te?”.
Caterina sentiva che c’era qualcosa di strano, tutto le appariva un po’confuso, ma la felicità che provava nel rivederla era reale e continuò, contenta, a parlarle: “Noi è un po’ che non ci vediamo, Lisè”.
"Amore mio, che debbo dirvi, avete ragione. Scusate se non mi avete più vista. Ma non vi dovete preoccupare, io adesso sto bene e sto insieme a mio padre e ai gemelli che mancarono quando avevano due anni, te li ricordi?”.
“E come Lisè, se me li ricordo! Erano belle quelle due creature, tenevano i ricci un po’ dorati. Come due angeli me li ricordo”.
“Presto ce l’avrai pure tu la creatura e le dovrai volere bene”.
Caterina non capiva chiaramente il motivo di quella conversazione e chiese spiegazioni all’amica: “E perché Lisé, sai qualcosa? Parlate, perché dite che gli devo volere bene, ho sbagliato qualcosa con quel mio tesoro, pace all’anima sua?”.
“No, sei stata brava e questa volta non dovrai fare niente di diverso. Il tuo Riccardino è contento per la sorella che sta per nascere ed io sono venuta qui a rassicurarti che stavolta tutto andrà bene, avrai la mia protezione e benedizione”.
Caterina era così emozionata che balzò in piedi ed esclamò: “Ma che dici amica mia! Ma allora è femmina?”.
“Si, Caterì, una bella femminuccia!”.
In un impeto di contentezza Caterina prese la mano dell’amica fra le sue e la baciò.
“Addio cara mia” le disse Lisetta accarezzandole i capelli e poi, riprendendo la cesta con i panni ancora asciutti sul capo, si avviò con grazia dietro il fontanile da cui era sbucata, scomparendo alla vista.
In quell’istante Caterina aprì gli occhi e vide il suo orticello pieno di luce primaverile. Dentro c’era ancora Vincenzo che controllava la zona delle bietole e dei cavolfiori con un’aria tranquilla e compiaciuta che di sicuro aveva a che vedere con il fatto che il giorno dopo sarebbe stata domenica ed avrebbero potuto riposare un poco, ed in buona parte anche alla sorpresa che gli aveva fatto Caterina, portando con sé un po’ di quel formaggio che era solita centellinare nel tentativo di farlo durare il più a lungo possibile. Ora Vincenzo aveva la pancia sufficientemente piena, dopo quel gustoso e nutriente pasto sentiva di aver ripreso un po’ del vigore perso con il sudore buttato nel corso della mattinata. La moglie osservò quel marito più vecchio di lei di sette anni. Trovò che fosse ancora molto forte per essere sulla soglia dei quarantatré. Iniziava a stempiarsi ed i capelli che sormontavano le orecchie cominciavano a screziarsi di grigio come anche l’attaccatura della folta barba, aveva inoltre solchi laterali che gli segnavano gli angoli fra gli occhi e gli zigomi. Nonostante ciò il suo aspetto continuava ad essere prestante ed appariva in ottima forma.
Osservò che era un uomo alto e robusto, con la pelle del petto e delle spalle ancora giovane, nonostante tutto il sole che aveva preso negli orti, sin da bambino. Ancora intorpidita dal risveglio, gli rivolse un sorriso dolce che lui, voltandosi improvvisamente come se avesse sentito lo sguardo della moglie indugiare sulla propria figura, ricambiò volentieri. Era davvero felice di vedere Caterina finalmente serena dopo tutto quel tempo. Non che quegli ultimi otto anni fossero stati sempre mesti o deprimenti, ma durante il lento incedere dei momenti lui aveva creduto di avvertire sempre un sottofondo di tristezza nello sguardo della moglie. Quando la domenica dopo pranzo, e dopo essersi coricato a riposare un’oretta, sbirciava Caterina seduta nella spoglia cucina della loro casa, vedeva spesso la donna giocherellare distrattamente con i ferri che aveva poggiato sul tavolo, come assorta in uno stato pensoso e greve, durante il quale sospirava spesso, tenendo la guancia poggiata sulla mano ed il gomito sostenuto dal tavolinetto di legno chiaro che lui le aveva costruito. In quei pomeriggi, pur trascorrendo molto tempo a sferruzzare, Caterina, sin da piccola così abile in quel mestiere, rallentava moltissimo e non progrediva mai seriamente nella realizzazione dell’indumento che si era messa in testa di creare o che qualche signora del paese le aveva commissionato. Si vedeva che stava ancora facendo pensieri brutti, probabilmente legati al ricordo di Riccardino e di quello che era successo, fatto di cui entrambi preferivano parlare il meno possibile. Il più delle volte tendeva a nascondere quello stato d’animo sfiduciato ed abbattuto a Vincenzo, forse per non turbarlo e non dargli altre preoccupazioni oltre a quelle del raccolto e della vendita dei prodotti del loro piccolo possedimento. Tutto sommato, almeno da quel punto di vista, le cose andavano finalmente abbastanza bene.
Un po’ con quello che lui vendeva in città, un po’ grazie a ciò che riuscivano a produrre per loro, erano sempre stati in grado di sostentarsi. Inoltre l’apporto di Caterina e della sua piccola attività da sarta aveva costituito in quegli anni un valido aiuto per il fondo mensile al quale attingere di volta in volta, soprattutto quando c’era una necessità o si presentava un imprevisto. Vincenzo sentiva che con la nascita del nuovo bambino sarebbero stati entrambi più felici e che se avesse avuto da lavorare ancora di più sarebbe stata comunque una gioia doverlo fare per un figlio, un qualcosa che era ancora in parte sconosciuta ed ormai, dopo così tanti tentativi falliti di averne altri, insperata. Anche ad avere Riccardino ci avevano messo un po’ di anni ed ora quella seconda nascita avrebbe rappresentato per loro l’ultima occasione di fare i genitori, di essere in grado di dare un futuro alla propria prole.
Puntavano così tutto su quell’evento e l’aspettavano come non avevano mai aspettato null’altro prima di allora, desiderando con ardore che quella seconda opportunità di crescere una nuova vita si concretizzasse presto. Dopo quello scambio di sguardi nell’orto, Caterina triò fuori dalla cesta tutto il necessario per continuare a lavorare sul golfino bianco che stava fabbricando per il piccino o, a questo punto, la piccola. Mentre si dava da fare seduta sul suo sgabello di pietra, cercava di capire se voleva raccontare subito del sogno al marito o magari più tardi. Optò per questa seconda possibilità, pensando di aspettare che la fatica di quel giorno finisse. Dopo poco Vincenzo si rimise a guardarla e quando lei gli diede un po’ più d’attenzione le disse: “Se te la senti dopo possiamo passare al camposanto, ci sono dei bei fiori laggiù, in mezzo all’erba”.
“Si, li vedo. Belli! Ci andiamo sicuramente”.
“Allora che dici se smetto un bel poco prima del tramonto? Mi sembra che la situazione è buona, che pensi?”.
“Sta bene, mi pare che hai fatto molto lavoro oggi. Andiamoci prima così ti riposi di più, che stai faticando come un ciuccio in questi giorni”.
“Ahi moglie mia, come tieni ragione. Bene! Allora è deciso”.
Caterina si guardava adesso la pancia che seguitava a crescere e delicatamente le sussurrò: “Lisetta, tesoro mio. Ti piace Lisetta come nome, che dici?”.
Più tardi il lavoro che Vincenzo si era prefissato di svolgere fu terminato. I due risalirono sulla via maestra. Dopo cinque minuti di cammino arrivarono alla salitella che portava al cimitero. La percorsero lentamente, l’uno al fianco dell’altra. Non si prendevano mai per mano, non era loro abitudine, ma camminavano sempre all’unisono, facendo in modo che nessuno dei due stesse indietro ed aspettando l’altro nel caso rallentasse. Era per loro una specie di regola non scritta, dovevano passeggiare sempre perfettamente allineati, quando erano insieme. Ad un certo punto Vincenzo, impietosito dalla piccolezza della moglie nei confronti di quella cesta che pure era così abituata a portare, si offrì lui di portargliela, e dovette quasi rubargliela dalla testa, per farsela dare. Alle fine, nonostante le proteste della donna che insisteva sul fatto che quello non fosse suo compito e che fra l’altro lui era molto più stanco di lei, gli fu consegnato il cuscinetto di stoffa e Vincenzo portò la cesta con l’equilibrio degno di un giovane facchino. Quando camminarono fra le tombe poste sul terreno, il sole non era ancora troppo basso. Arrivarono lì dove c’era il loro piccolo Riccardino Antonio, e Vincenzo poggiò la cesta della moglie accanto alla minuta croce, con un gesto elegante e rispettoso.
Avvolse il braccio intorno alle spalle di Caterina ed insieme contemplarono quella minuscola montagnola di terra, così come avevano già fatto tantissime altre volte. Caterina biascicò qualche parola in preghiera, a voce molto bassa, mentre Vincenzo si univa ai suoi pensieri con il capo chino ed il cappello gualcito in una mano. Stettero in quella posizione per diversi minuti, finché lei non ebbe terminato le sue abituali litanie, poi entrambi sollevarono la testa e lui le tese un mazzetto di margherite ed altri fiori fra i più belli che erano riusciti a cogliere nei vasti campi a ridosso del fiumiciattolo, non lontano dal loro orto. Lei tolse quelli ormai appassiti, adagiandoli poco più in là, fra gli alti fili d’erba, e li sostituì con il decoro fresco che avevano portato al loro bimbo. Gli occhi di Vincenzo si inumidirono un po’, ma per fortuna lei era assorta a guardare la croce e non poté farci caso, non avrebbe voluto rattristarla ulteriormente. Poi Caterina si voltò verso di lui e disse: “Sai che prima ho dimenticato di dirti una cosa importante?”.
“Cosa?”.
“Avrai una figlia femmina”. Gli comunicò inarcando, emozionata, gli angoli della propria bocca. Il cuore di Vincenzo si allargò vedendo che per la prima volta, davanti a Riccardino, Caterina era riuscita di nuovo a sorridere. La guardò con uno guardo inizialmente perplesso mentre un tratto delle labbra gli saliva leggermente, allo stesso modo in cui avviene quando si è da soli e ti torna alla mente un’idea o un ricordo molto piacevole. Guardandola dritto negli occhi le chiese: “Veramente? E tu come fai a saperlo?”.
“L’ho scoperto prima” esordì la moglie, sentendo d’un tratto che quella era la cosa più certa della sua esistenza e raccontandogli: “Ho visto in sogno Lisetta, la compagna mia. Eravamo insieme a lavare i panni al fontanile e lei mi ha detto che aspetto una bambina e che non dobbiamo preoccuparci perché avrà buona salute, e poi mi ha detto che lei ci protegge dal cielo”.
Improvvisamente Caterina assunse un’aria pensierosa, poi subito riprese a parlare a Vincenzo: “Tu non hai niente in contrario, vero, se nostra figlia la chiamiamo Lisa?”.
Vincenzo fece di no, scuotendo la testa.
“Lisa... è un bel nome per una bambina, Lisa. Un nome da ragazza ben educata ed istruita, ma sei proprio sicura che sia femmina?”.
“Sicurissima”.
“Allora ti giuro che quando è grande la mandiamo al collegio, la facciamo studiare”.
“Sul serio? E possiamo, Vincè?”.
“In qualche modo si fa, vedi che bella bambina che ci tiriamo su! Dopo è lei che ci impara a noi, diventa una signora di classe, magari può fare la maestra quando è grande”.
“Ahah, tu corri troppo, marito. Prima pensiamo a caricarla di latte, tanto una parte del corredo è già pronta, pure a me mi piace di fare qualche cosa in anticipo!”.
Risero con gli occhi, mentre accarezzavano a quattro mani il ventre di Caterina.
“Allora visto che Riccardino portava il nome di papà, a Lisa mettiamo il nome di donna Giovanna” sentenziò Caterina.
“Eh brava!” commentò Vincenzo, “gli mettiamo il nome di mammà, così tutte le anime sante sono contente: Lisa Giovannina, per me sta bene!”.
Nel momento in cui le ombre si allungavano, la coppia si preparò a riavviarsi verso casa. Prima però, mentre l’uomo faceva visita ai suoi, Caterina si riposizionò la cesta in testa e si soffermò davanti alla lapide di Lisetta, ringraziandola e pregando per lei. Le aveva riservato una parte delle margherite, che infilò nel tozzo vasetto di pietra. Lasciò un bacio sull’inscrizione del nome dell’amica, così come aveva fatto sulla croce del figlioletto, si rialzò da terra ed esortò Vincenzo a fare lo stesso: era ora di tornare a casa e mangiare un po’ della zuppa avanzata. I due si incamminarono stanchi in direzione della loro calda casetta illuminata dalle prime luci del tramonto, le quali proiettavano le loro ombre accostate, e già piuttosto lunghe, sul chiaro selciato. Erano entrambe attorniate da un’aura roseo-giallastra, colorata dei riflessi dorati della luce che si sprigionava a quell’ora del giorno. Le ombre camminavano vicine, senza mai sfiorarsi e senza mai perdersi di vista l’un l’altra...




(continua...)




leggi anche:
Roberta Andolfo, Il fragore del silenzio (Prima parte) Il Pickwick, 15 settembre 2018

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